“Gli stranieri ci rubano il lavoro?”

Analisi e considerazioni sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia e in Europa

Dove nasce lo stereotipo?

Lo stereotipo è, per definizione, un’opinione “precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti e situazioni (corrisponde al francese cliché)”. In altre parole, lo stereotipo generalmente nasce dall’osservazione empirica di un elemento realmente esistente, che però viene generalizzato e utilizzato come modello.

Qual è, dunque, nel caso in esame, l’elemento alla base dello stereotipo?
In primo luogo la paura verso ciò che non si conosce: i nuovi arrivati (gli immigrati) rappresentano un’incognita, che – si pensa – inevitabilmente avrà un effetto destabilizzante sulla situazione attuale. Lo stesso processo, in fondo, si è verificato in molti paesi europei: nel Regno Unito, ad esempio, la campagna per la Brexit è stata fondata in buona parte sulla paura dell’immigrazione comunitaria (italiani, polacchi, ecc.).

In secondo luogo, negli anni della crisi economica (dal 2008 in poi) si è fatta largo l’idea che il lavoro sia un “bene scarso”, ovvero che l’arrivo di nuovi lavoratori tolga opportunità a quelli già presenti sul mercato. Questo non riguarda solo gli immigrati: molto diffusa è, ad esempio, l’idea che per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani sia necessario anticipare l’età pensionistica. Appunto nella convinzione che sia necessario “togliere” lavoratori per creare nuove opportunità. In realtà, possiamo affermare che “il lavoro crea lavoro”: in un’economia in crescita, infatti, si creano nuovi posti di lavoro, creando nuove opportunità per chi si affaccia al mercato.

Infine, il terzo (e più importante) elemento da cui nasce lo stereotipo è il fatto che il numero di occupati stranieri (2,46 milioni nel 2018) sia simile a quello dei disoccupati italiani (2,36 milioni). Questo ha rafforzato l’idea, molto diffusa nell’opinione pubblica, che la disoccupazione degli italiani sia causata dall’occupazione degli stranieri. In realtà, i due gruppi hanno caratteristiche molto diverse e non sarebbero affatto sostituibili (fermo restando che i lavoratori stranieri regolari hanno tutto il diritto di risiedere e lavorare in Italia). Infatti, i disoccupati italiani hanno generalmente titoli di studio medio-alti e risiedono prevalentemente al Sud, mentre gli occupati stranieri sono soprattutto al Nord e svolgono lavori poco qualificati.

Vediamo dunque, più nel dettaglio, le caratteristiche degli occupati stranieri in Italia e il loro contributo al sistema economico nazionale.

Arrivi in calo

Nonostante l’impatto mediatico degli sbarchi di migranti, negli ultimi dieci anni l’immigrazione in Italia è diminuita, almeno per quanto riguarda i nuovi ingressi di cittadini non comunitari: se nel 2010 i nuovi Permessi di Soggiorno sfioravano quota 600 mila, nel 2018 si sono più che dimezzati. In particolare, si sono ridotti drasticamente i Permessi per Lavoro, da 360 mila del 2010 a meno di 14 mila del 2018 (-96%). Negli ultimi anni sono cresciuti gli “altri motivi”, principalmente motivi umanitari, senza comunque mai superare di molto quota 100 mila. I permessi rilasciati per ricongiungimento familiare sono rimasti sostanzialmente costanti, ma a partire dal 2011 sono diventati la prima voce.

Inoltre, tra i 13.877 permessi rilasciati nel 2018 per motivi di lavoro, il 40,5% è costituito da lavoratori stagionali. Solo il 10,6% è dato da mansioni altamente qualificate (ricercatori, lavoratori altamente qualificati, Blue Card), mentre circa la metà è data da tutti gli altri lavoratori.

La conseguenza di questo fenomeno si riflette sullo stock dei permessi di soggiorno attualmente validi in Italia: a fine 2018, su 3,7 milioni di permessi validi, il 50% (1,8 milioni) era per motivi familiari. I permessi di lavoro rappresentano invece il 40% del totale (1,5 milioni). I permessi per rifugiati e motivi umanitari, invece, sono appena il 3% del totale (94 mila).
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Altri motivi include: Studio, Rifugiati e protezione sussidiaria, Motivi umanitari, Minori non accompagnati, Vittime di tratta, Altro non specificato
Nel resto d’Europa, la situazione è piuttosto diversa. Nel 2018 nell’Unione europea sono stati rilasciati complessivamente 3,2 milioni di permessi di soggiorno (primo rilascio). Il primo paese per numero di permessi rilasciati è la Polonia, con 683 mila permessi. Seguono Germania (544 mila) e Regno Unito (451 mila). L’Italia si colloca i sesta posizione, preceduta anche da Francia e Spagna.

Per quanto riguarda i permessi per lavoro, a livello europeo oltre la metà è stata rilasciata in Polonia. Nella stessa Polonia, i permessi per lavoro rappresentano l’87,4% dei nuovi rilasci. L’incidenza del lavoro è molto alta anche in Ungheria (97,9%) e Croazia (90,3%). L’Italia, invece, è solo in 14^ posizione per numero di permessi per lavoro (13.877, di cui 4 su 10 stagionali). Solo il 5,8% dei nuovi permessi è per motivi di lavoro. Tra questi, solo 1 su 10 è altamente qualificato.
Ancora più significativo il rapporto tra numero di permessi per lavoro e popolazione residente: i 13.877 permessi per lavoro rilasciati dall’Italia equivalgono ad appena 0,23 ingressi ogni 1.000 abitanti. Solo altri quattro paesi registrano un valore inferiore a 0,50 (Austria, Romania, Grecia, Bulgaria). Dal lato opposto, Malta ha rilasciato 21,40 permessi ogni 1000 abitanti. In doppia cifra anche Polonia (15,72), Cipro (11,31) e Slovenia (10,17).
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2 Altamente qualificati include: Ricercatori, High Skilled workers, Blue Card

Il mercato del lavoro degli stranieri in Italia (3)

Parallelamente all’aumento della presenza straniera in Italia, negli ultimi quindici anni è costantemente cresciuto il numero di occupati stranieri, passati da 965 mila del 2004 a 2,5 milioni del 2018. Naturalmente è aumentata anche l’incidenza sul totale degli occupati, passata da 4,3% a 10,6%. La crescita più intensa si è verificata fino al 2014, quando si è superata la quota del 10%, per poi stabilizzarsi negli ultimi anni per via di diversi fattori: il calo degli ingressi di stranieri per lavoro, le acquisizioni di cittadinanza italiana, la ripresa dell’occupazione autoctona.
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Ad una prima occhiata, l’incrocio delle curve degli occupati italiani e stranieri potrebbe far pensare ad una correlazione negativa, con il calo degli italiani conseguenza dell’aumento degli stranieri durante la crisi.

In realtà si può notare come la curva degli occupati stranieri sia di fatto indipendente, ovvero in costante aumento dal 2004 grazie all’aumento della popolazione straniera residente (3 milioni nel 2008, oltre 5 nel 2018). Anzi, possiamo affermare che sono stati proprio gli stranieri a risentire maggiormente della crisi economica, con un tasso di occupazione4 sceso dal 66,9% del 2004 al 58,3% del 2013, per poi tornare al 61,2% nel 2018. Per gli italiani invece il tasso di occupazione è passato dal 57,2% del 2004 al 55,2% del 2013, per risalire al 58,2% nel 2018.

La lenta ripresa a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha riguardato sia italiani che stranieri, con un aumento degli occupati: nell’ultimo anno sono cresciuti sia gli occupati stranieri (+1,3%) che quelli italiani (+0,8%), così come sono aumentati i tassi di occupazione per entrambi i gruppi.
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Va inoltre considerata un’anomalia del mercato del lavoro italiano: a livello europeo, infatti, l’Italia è uno dei pochi paesi con un tasso di occupazione più elevato tra gli stranieri che tra i nativi. Questa distanza trova giustificazione innanzitutto nel fatto che la normativa italiana vincola il permesso di soggiorno alla condizione lavorativa, spingendo gli immigrati ad accettare posti di lavoro anche se inferiori alle aspettative. Ma questo fenomeno deriva anche da un aspetto interno al mercato del lavoro, ovvero la forte componente di autoctoni inattivi, soprattutto donne nel Sud Italia. Infatti, se analizziamo il tasso di occupazione per aeree territoriali, gli stranieri continuano ad avere tassi di occupazione più elevati solo al Sud, mentre sia nelle regioni del Nord che del Centro l’occupazione è maggiore per i nativi rispetto agli stranieri, in linea con i dati europei.
Andrebbe inoltre tenuto presente che gli occupati stranieri non sono affatto un gruppo omogeneo. Per quanto riguarda la nazionalità, ad esempio, si riscontrano forti differenze nella composizione di genere, nelle professioni svolte e nei tassi di occupazione e disoccupazione.
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Il fatto che la crisi abbia inciso su entrambi i gruppi appare ancora più evidente osservando l’andamento dei disoccupati. I disoccupati italiani e stranieri cominciano ad aumentare nel 2007, raggiungendo il picco massimo nel 2014 e poi cominciare a diminuire. Nel 2007 il tasso di disoccupazione5 era 5,9% per gli italiani e 8,3% per gli stranieri ed è raddoppiato in circa 8 anni, raggiungendo nel 2013 il picco massimo di 17,2% per gli stranieri e 11,6% per gli italiani.
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Infine, per completare l’analisi del mercato del lavoro dobbiamo tenere in considerazione un aspetto fondamentale come l’andamento demografico. L’Italia sta affrontando già da diversi anni quello che i demografi hanno definito “inverno demografico”, ovvero una fase di invecchiamento e calo complessivo dovuta a diversi fattori: bassa natalità, elevata speranza di vita, aumento dell’emigrazione e calo dell’immigrazione, solo per citare i più rilevanti.

Le conseguenze di questo fenomeno si manifestano già oggi nel calo della popolazione in età lavorativa (15-64 anni): tra gli italiani questa componente è scesa da 36,8 milioni del 2004 a 34,7 milioni nel 2018. Gli stranieri hanno di fatto arginato questo fenomeno, mantenendo costante il volume complessivo oltre i 38 milioni.
E’ evidente che gli effetti di fenomeno si faranno sentire sempre di più negli anni a venire, con effetti sul mercato del lavoro e sulla tenuta dei conti pubblici, dato che la popolazione anziana porta costi maggiori in servizi chiave come sanità e pensioni.
In questo contesto, dunque, appare chiaro che il contributo degli immigrati sarà decisivo per il nostro Paese, considerato che essi hanno un’età media più bassa e sono prevalentemente in età lavorativa.
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