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La violenza invisibile dei campi profughi d’Europa

Marianna Karakoulaki*, Aljazeera - 22 ottobre 2019

Photo credit: Elias Marcou/Reuters

I rifugiati nel campo greco di Moria descrivono una ‘guerra psicologica’ fatta di speranze perdute, tendenze suicide e disturbi da stress post-traumatico.

Ad inizio mese, centinaia di richiedenti asilo hanno protestato contro le condizioni del campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, dopo che una donna è morta in un incendio.

L’incendio è stato il terzo incidente mortale avvenuto negli ultimi due mesi all’interno del campo. Un minore non accompagnato è stato pugnalato a morte in uno scontro ad agosto e un bambino di cinque anni è stato accidentalmente investito da un camion mentre giocava fuori dal campo a settembre.

Questi incidenti, per quanto devastanti possano essere, non hanno di certo colto di sorpresa chiunque abbia una minima familiarità con le condizioni del campo. Moria è ormai diventato, a tutti gli effetti, una trappola mortale per le migliaia di rifugiati disperati attualmente costretti a vivere lì.

Nel 2016 l’UE ha firmato un controverso accordo con la Turchia, noto come Dichiarazione UE-Turchia, per fermare il flusso di rifugiati dalla costa occidentale della Turchia alla Grecia. In base all’accordo, Ankara accettava di riprendere tutti i rifugiati e i migranti che arrivano in Grecia dai suoi territori, in cambio di denaro e del ricollocamento di alcuni rifugiati siriani dalla Turchia all’Europa.

Nell’ambito dell’accordo, la Grecia accettava che le sue isole venissero utilizzate come “aree di contenimento” per impedire ai nuovi arrivati ​​di raggiungere l’Europa continentale, a condizione che la maggior parte degli individui lì detenuti sarebbe rapidamente tornata in Turchia.

Il piano per il contenimento dei rifugiati nelle isole greche si basava principalmente su cinque “Hotspot“, tra cui Moria, dove i richiedenti asilo sarebbero stati registrati e avrebbero avuto un riparo temporaneo.

Sulla carta, il piano sembrava promettente. La Turchia avrebbe frenato le mortali traversate in mare e la Grecia avrebbe temporaneamente ospitato sulle sue isole i pochi che fossero riusciti a sfuggire alla rete turca. Alla fine sarebbero finiti in Turchia tutti i rifugiati tranne quelli più vulnerabili.

Tuttavia le cose non hanno funzionato in questo modo. Inizialmente la Turchia è riuscita a impedire che un’alta percentuale di rifugiati intraprendesse un viaggio pericoloso attraverso il Mar Egeo, ma non è durata a lungo. Quando i rapporti tra Ankara e Bruxelles sono entrati in crisi, i flussi di rifugiati verso la Grecia hanno ripreso ad aumentare di nuovo. Inoltre, le autorità greche si sono dimostrate inefficienti nell’elaborazione delle domande di asilo e la Turchia ha continuato a perdere tempo per i rimpatri. Di conseguenza, la popolazione di Moria e degli altri campi profughi “hotspot” greci ha iniziato ad aumentare rapidamente.

Ad appena tre anni e mezzo dalla firma dell’accordo sui rifugiati, questi campi sono diventati il simbolo del fallimento dell’Europa nel proteggere coloro che bussano alla sua porta per chiedere aiuto. Questi campi, primo fra tutti quello di Moria, sono ora luoghi in cui persone già traumatizzate vengono spogliate della loro dignità.
Moria si trova all’interno di una ex base militare circondata da uliveti. La bellezza e la tranquillità della strada alberata che porta al campo contrastano fortemente con il filo spinato e le pareti di cemento che lo circondano. Il campo stesso è una marea di tende fatiscenti che si snodano su piccole colline. Una stradina separa l’area principale del campo dal suo annesso non ufficiale, noto come “uliveto“, dove si trovano allineate ancora più tende.

Più di 14.000 persone vivono attualmente a Moria, anche se il campo era stato originariamente progettato per ospitarne circa 3.000. Il sito ufficiale include un’area di detenzione per coloro che sono in procinto di essere rimpatriati, una zona sicura per i minori non accompagnati, e poi c’è il sito in cui le persone “vivono“. Mentre le condizioni nel campo principale sono tristi, la situazione è ben peggiore nell'”uliveto“. Lì, è possibile trovare famiglie di 10 persone che vivono in una singola tenda di stoffa posizionata su un pavimento di legno improvvisato.

E’ un labirinto pericoloso, sovraffollato e deprimente che soffoca lentamente i suoi abitanti. La maggior parte delle migliaia di rifugiati “intrappolati” lì non ha idea di quando sarà in grado di partire o di dove andrà dopo. La speranza che molti di loro avevano appena sbarcati dai gommoni sulle coste greche sembra essere stata sostituita da sentimenti di desolazione.

Medici senza frontiere chiama Moria un luogo di emergenza medica e psicologica. I rifugiati hanno descritto il loro tempo lì come una “guerra psicologica“.

Molti residenti del campo soffrono di qualche forma di disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Alcuni hanno tendenze suicide. I bambini stanno soffrendo di quella che gli psicologi chiamano “sindrome da rassegnazione“, una rara condizione psichiatrica che si manifesta con un progressivo isolamento sociale e una certa riluttanza a impegnarsi in attività normali , come la scuola e il gioco, in risposta a una realtà intollerabile. I casi più gravi possono provocare uno stato di coma e persino la morte. Gli specialisti della salute mentale che lavorano nel campo affermano di aver incontrato bambini di appena due anni che mostrano tendenze suicide. Potranno essere troppo giovani per capire il significato della vita o della morte, ma sanno già che non vogliono continuare a vivere nelle loro condizioni attuali. Alcuni dei bambini più grandi sono autolesionisti.

Molti credono che i rifugiati di Moria stiano meglio delle migliaia di altri profughi bloccati nelle aree di confine colpite dai conflitti e senza documenti. Le condizioni nei campi potrebbero non essere ideali, sostengono, ma i rifugiati sono al sicuro lì.
Eppure convivono ancora con la violenza, nonostante lì siano al sicuro da mortai e missili.

La violenza può assumere molteplici forme, sia psicologiche che fisiche. Campi come Moria perpetrano una forma di violenza che è in gran parte invisibile, tuttavia grave. E il dolore che i rifugiati provano in questo campo non è da considerare meno reale solo perché lo stanno sentendo nella “sicurezza” dell’Europa.

Le autorità dovrebbero considerare le recenti proteste di Moria come un segnale di allarme. L’UE deve agire rapidamente per migliorare le condizioni del campo, per restituire alla gente dignità e speranza. Perché quando le persone non hanno più nulla da perdere, è la violenza – contro se stessi e gli altri – a vincere .