Le migrazioni: paradossi e riflessioni sulle attuali politiche e azioni

di Gianni Belletti, responsabile Comunità Emmaus Ferrara *

La narrazione dei fenomeni migratori – spesso distorta in base a esigenze politiche di amministratori e leader di partito – ci presenta una fotografia che non è coerente con la realtà. A mio parere è fondamentale cercare di riportare ai fatti concreti e reali la visione che viene suggerita e diffusa da gran parte dei mezzi di comunicazione (giornali, radio, tv e internet), per poter elaborare e realizzare politiche e azioni adeguate. Dobbiamo quindi soffermarci su almeno tre dimensioni che sono al limite del paradosso.

La prima è che noi, cittadini appartenenti ai paesi più ricchi, viviamo in una società “ignara”: come i pesci non s’accorgono dell’acqua nella quale stanno nuotando, noi non ci accorgiamo di vivere in un mondo di ‘apartheid’, dove i quattro quinti della popolazione mondiale non possono liberamente muoversi tra nazioni come il restante quinto.

Nel quinto rientrano tutti i cittadini dei paesi più ricchi, sostanzialmente dell’Unione Europea, nord America, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, e tutti i cittadini abbienti di tutti gli altri paesi che possono comprare gli accessi ai paesi più ricchi.

Viviamo quindi in una dimensione in cui viene negata la libertà di movimento – un sistema di confini chiusi che assomiglia molto a quello feudale del Medioevo – come invece viene sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, all’articolo 13 : “1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni stato. 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.

Quelle donne e quegli uomini che scrissero questo testo non potevano rimuovere la vergogna del ricordo della nave St. Louis che, salpata dal nord della Germania nel 1938 carica di profughi ebrei, si è vista rifiutare l’approdo e lo sbarco in Canada, quindi ha dovuto fare ritorno al luogo di partenza e consegnare la maggior parte di quei viaggiatori al destino dei campi di concentramento e dello sterminio nazista.

La seconda dimensione al limite del paradosso è che oggi l’unico modo che un migrante ha per restare legale nel nostro territorio, è di fare domanda di asilo politico, come rifugiato politico.

Il paradosso sta nel fatto che le regole che gestiscono questi accessi sono state pensate con la Convenzione di Ginevra nel 1951, di fatto adottate nel 1967 e comunque non firmate da tutti i paesi, in un contesto particolare in cui si voleva sostanzialmente tutelare chi fuggiva dal blocco sovietico e riparare in occidente. Un sistema creato per non durare che pochi anni, è diventato quindi la base per una gestione globale dei rifugiati; infatti sia la Convenzione di Ginevra che UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) dovevano esaurire la loro funzione con la fine del 1953.

Ecco che oggi gli Stati devono adeguare i propri ingressi con regole fuori luogo e fuori tempo: per evitare che un potenziale richiedente asilo metta piede nel territorio nazionale, si dichiarano porti e aeroporti zone extraterritoriali, si impongono multe salatissime alle compagnie aeree se involontariamente trasportano clandestini, si dichiarano zone extraterritoriali possedimenti lontani dalla madre patria (Isola Christmas in Australia, per esempio), si fanno accordi con i paesi confinanti per rinforzare i muri. Basti pensare alla Spagna, con le enclave di Ceuta e Melilla in Marocco, per cui dei tre muri oggi esistenti, il più interno, in territorio spagnolo, è “umanitario” e senza filo spinato, invece ben presente negli altri due muri in territorio marocchino.

Il terzo paradosso è che, sempre di più, facciamo gestire la permanenza dei richiedenti asilo a realtà private nate con la finalità del ‘business’. Non dimentichiamo che se le stime dell’Interpol parlano di 5-6 miliardi di dollari all’anno l’affare dei trafficanti di uomini, è di 29-30 miliardi l’affare della gestione della sicurezza generata dalla pressione dei migranti. Sempre l’Interpol calcola che il 90% dei migranti entrati nel paese illegalmente, lo fanno attraverso reti criminali. A questo riguardo non è un caso se in Italia, da un sistema gestito prevalentemente dagli SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), oggi SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati), sostenuto prevalentemente da realtà della società civile e senza scopo di lucro, la parte “nobile” dell’inclusione e della tentata accoglienza, si stia passando sempre di più a una gestione eccezionale dei CAS (centri di accoglienza straordinaria), intorno a cui si è sviluppato il ‘mercato dell’accoglienza’. Si è arrivati quindi a capovolgere il sistema che oggi occupa l’80% delle risorse nei CAS, per la gestione straordinaria, con affidamenti sempre più in proroga, sempre più opachi, ma soprattutto senza alcuna finalità di inclusione. Sono 2,7 i miliardi di euro spesi per l’accoglienza nel 2018.

Alla luce di questi elementi e osservazioni ritengo utile riportare almeno quattro considerazioni della Banca Mondiale.

La prima: per ridurre la povertà nel mondo e per ridurre le disuguaglianze sociali, lo strumento principale è eliminare le restrizioni alle frontiere, generando un beneficio svariate volte più alto di quello derivante dalla libera circolazione delle merci e dei capitali. Eliminare le restrizioni nelle migrazioni sud-nord permetterebbe un aumento globale del PIL di 706 miliardi di dollari per il 2030.

La seconda: è sostanzialmente vano cercare di contro arrestare le tre principali forze che spingono le migrazioni:

1. la differenza di reddito: tra il 2013 e il 2017 il reddito medio individuale annuo dei 20 paesi più ricchi (Argentina, Australia, Bahrein, Canada, Francia, Germania, Kuwait, Hong Kong, Cina, Italia, Lussemburgo, Oman, Polonia, Portogallo, Qatar, Arabia Saudita, Singapore, Spagna, Emirati Arabi, Regno Unito, Stati Uniti) è stato di US$ 43.083, contro i US$ 795 dei venti paesi più poveri, con un rapporto di 54:1.

2. la spinta demografica: nel 2030 per ogni persona giovane (15-24 anni) ce ne saranno 3 con più di 65 anni in paesi come l’Italia, il Giappone e la Germania. A rovescio, in Nigeria ci saranno 7 giovani ogni ultra sessantacinquenne, 9 in Uganda, 5 in Etiopia, 6 in Kenia. Questo farà si che , agli standard attuali del lavoro, in Italia mancheranno 3 milioni di lavoratori, in Germania 5, in Giappone 6, in Cina 34; ce ne saranno in eccesso oltre 500 milioni nei venti paesi più poveri, 129 in India, 34 in Pakistan, 44 in Nigeria.

3. la crisi climatica che con l’innalzamento delle acque dei mari, la riduzione dei raccolti e la riduzione delle fonti di acqua obbliga le persone a spostarsi

La terza considerazione: favorire le migrazioni creerebbe una situazione vincente sia per il migrante che per il paese che accoglie. Il migrante spenderebbe meno nel viaggio e farebbe un viaggio più sicuro, mentre il paese che riceve permetterebbe al migrante di tornare a proprio piacimento nel suo paese (facilitando la cosiddetta benefica “migrazione circolare”) e permettendo al migrante di partecipare al PIL del paese ricevente, per evitare di condurre una vita nel sommerso.

La quarta: se la percentuale di migranti a livello mondiale è aumentata dal 2000 al 2018 dl 2,8% al 3,5%, nei venti paesi più ricchi siamo passati dal 8.8% al 12,6%. In un sondaggio della primavera del 2019 condotto nei paesi dell’Unione Europea, il 44% circa degli intervistati ha dichiarato di ritenere che l’immigrazione è il tema più critico che deve affrontare l’Unione Europea, una percentuale più alta di coloro che vedono nella crisi climatica la principale preoccupazione. Con una popolazione di oltre 500 milioni , come è possibile percepire l’ingresso di 20 milioni di persone in 20 anni come una preoccupazione?

Di fronte all’autorevolezza di chi esprime queste osservazioni non possono che apparire inappropriate alcuni stralci del “Contratto di Governo del cambiamento“ siglato da M5S e Lega nel maggio 2018:

La questione migratoria attuale risulta insostenibile per l’Italia, visti i costi da sopportare e il business connesso, alimentato da fondi pubblici nazionali, spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata”.

Si sopprime quindi la protezione umanitaria, aumentando di 80.000 persone circa i dinieghi , coloro a cui è negato l’asilo politico, che passano dal 63 al 80% (in un contesto in cui le domande si erano già ridotte quasi della metà, da 134.475 del giugno del 2018 alle 63.380 del giugno del 2019). Aumentano così gli irregolari che sono stimati, ad oggi, intorno ai 680.000.

Si legge ancora nel Contratto: “Ad oggi sarebbero circa 500.000 i migranti irregolari presenti sul nostro territorio, e pertanto una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria”.

Il numero degli irregolari risulta in costante crescita dal 2013. I rimpatri sono gestiti dai CPR (Centri per il Rimpatrio) che hanno una disponibilità di 1085 posti. La media annuale dei rimpatri è di 5600. Di questo passo occorrerebbero 100 anni e 3,5 miliardi di euro.

Abbiamo quindi bisogno di favorire un dibattito diverso riguardo le migrazioni per arrivare ad interpretare in maniera corretta un fenomeno importante per le nostre società, senza rischiare di mettere in pratica delle politiche non adeguate, di sperperare risorse inutili, di alimentare sentimenti di esclusione, di rifiuto, di inganno e di odio.

– Fonti:
Arbogast Lidie : “Migration Detention in the European Union: A Thriving Business”, 2016 Migreurop
Betts Collier: “Refuge: Trasforming a Broken Refugee System” 2017
Carens Joseph: “The Etics of Immigration” 2013
Jones Reece: “Violent Borders” 2017
Openpolis/Actionaid: “La sicurezza dell’esclusione” 2019
Pritchett Lant: “Let their People Come” 2006
World Bank: “ Moving for Prosperity “ 2018
World Bank: “Leveraging Economic Migration for Development” 2019