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Calais: di fronte al coronavirus, non viene fatto niente per mettere in sicurezza i profughi

Passeurs d'hospitalités, 17 marzo 2020

Photo credit: Jungle Life, Calais, Grande Synthe

La settimana scorsa, mentre si prospettava la crisi sanitaria, le associazioni Utopia 56 e Auberge des Migrants avvertivano in merito alla mancanza di assistenza verso queste popolazioni vulnerabili. In un comunicato pubblicato lunedì sera, queste esortavano le autorità ad agire. Antoine Nehr, coordinatore di Utopia 56, è molto preoccupato.

«La situazione è drammatica da tempo, dallo smantellamento della grande giungla nel 2016: le politiche migratorie sono state inasprite con l’obiettivo di impedire ai profughi di stabilirsi e restare a Calais. Questo si è tradotto in una presenza massiccia della polizia e in smantellamenti quotidiani che rendono più fragile la popolazione dei profughi. Le persone sono tenute in una condizione di grande precarietà. Sono stremate, stressate, stanche, vivono in molti nelle tende, in condizioni sanitarie deplorevoli. Si stima che ci siano più di mille, forse 1.400 persone fuori di qui a Calais. Ci sono molte persone anche a Grande-Synthe.»

«Questa crisi rivela la mancanza di una presa in carico in generale, e in un contesto come questo, se non viene presa rapidamente qualche misura, se il virus dovesse diffondersi negli accampamenti, la situazione diventerebbe molto seria. Abbiamo davvero paura che le persone che vivono in strada saranno le ultime ad essere messe al sicuro

Il 5 marzo, le associazioni erano invitate ad una riunione nel corso della quale il viceprefetto ha presentato le misure che sarebbero state messe in atto: dei volantini che invitano a lavarsi le mani e a mantenere le distanze. Delle misure inadatte e non applicabili sul posto. Una nuova riunione è prevista per il 19 marzo, già troppo tardi, secondo Antoine Nehr.

«Durante questa riunione, noi abbiamo avanzato diverse proposte: mettere al riparo in strutture ricettive a misura d’uomo, una clinica mobile che interverrebbe nei diversi campi. Come possiamo diagnosticare un virus, noi, in quanto volontari? Non siamo formati per questo. Noi abbiamo davvero bisogno che lo Stato si assuma le sue responsabilità, se non ci sarà una presa in carico, credo che avrà le mani sporche di sangue.»

Promiscuità e accesso all’acqua estremamente limitato

Nella periferia di Calais, centinaia di tende sono piantate l’una accanto all’altra nel sottobosco ricoperti di rifiuti. Alcune tende sono ricoperte con dei teli. Piccoli gruppi si riscaldano intorno ai fuochi da campo, altri lo fanno con le candele sotto i teli delle tende. Qui le persone si lamentano del freddo, ma anche dei topi, numerosi e poco spaventati dall’uomo. I rifugiati hanno un accesso molto limitato all’acqua: non dispongono che di un unico rubinetto, non ci sono delle docce sul posto. In queste condizioni, vediamo molto male come potranno rispettare le disposizioni di sicurezza del governo.

Ali viene dall’Iran. Vive nel campo da due settimane. «Quando i poliziotti arrivano, dobbiamo prendere le nostre cose e lasciare il posto per la giornata, racconta. Torniamo quando se ne vanno.» Martedì, mentre Emmanuel Macron aveva annunciato l’entrata in vigore delle misure di isolamento, loro eseguivano di nuovo uno sgombero del campo, incrementando ulteriormente la promiscuità tra le persone.

Per il momento, nessun caso di coronavirus è stato diagnosticato nell’accampamento, ma nel pieno di questa situazione preoccupante, Ali non è tranquillo. «Vorrei andarmene da qui, ma non ci sono alternative. Io ho 17 anni, ho chiamato il 115 [l’assistenza sociale d’urgenza] ma aspetto ancora. Vorrei andare in un centro d’accoglienza, perché vivere qui è davvero difficile

Abi, originario dell’Etiopia, come tutti gli altri ha ottenuto informazioni sull’epidemia attraverso internet. « Ma non ho ricevuto alcuna informazione da parte del governo, precisa. Quello che vedo oggi è che siamo circondati da poliziotti antisommossa che indossano delle mascherine. Quindi capisco che il coronavirus è un pericolo. Se c’è un pericolo, è reciproco. Perché non ci portano delle mascherine? Perché siamo percepiti come portatori di malattie. Mi sento discriminato.»

« Vivo in una tenda con tre persone, alcuni sono in 5 o addirittura 6, spiega Samuel, anche lui originario dell’Etiopia. Le indicazioni che ci hanno dato non sono applicabili. Noi condividiamo tutto: le tende, le sigarette, tutto. Lo Stato deve fare qualche cosa, ma non fa niente per i rifugiati, aiuta i ricchi e non i poveri. Tuttavia, per il bene di tutti, è importante che siamo tutti protetti. »

Tuttora nessuna notizia dalle autorità

Non lontanto da lì, l’associazione La Vie Active, incaricata dallo Stato, distribuisce due pasti al giorno ai profughi. Di fronte al timore della trasmissione del coronavirus, i suoi operatori lunedì hanno esercitato il diritto di sospensione. Martedì si constatava una presenza della polizia più massiccia del solito; tutti avevano le mascherine. Davanti a loro, a qualche metro di distanza, i rifugiati facevano la fila prima di poter entrare, un po’ alla volta, nel piazzale recintato dove si svolge la distribuzione. Davanti all’ingresso, diverse decine di persone aspettavano il loro turno, una addosso all’altra, senza alcuna misura di sicurezza.

«L’unica direttiva che è stata data è quella di lavarsi le mani prima e dopo i pasti, le uniche misure adottate per il momento sono del sapone e due rubinetti supplementari all’interno dello spazio dove vengono distribuiti i pasti, racconta incredulo Valentin, volontario presso l’associazione Utopia 56. In quanto associazione che lavora nell’ambito dell’accesso alle cure, non abbiamo ricevuto altre disposizioni se non quella di tenere le persone malate nelle loro camere…una cosa impossibile nella situazione attuale

«Nei casi dubbi, chiamiamo il 15, e il SAMU (Servizio di soccorso medico d’urgenza, ndt.) fa una valutazione per telefono. Se la situazione è preoccupante, la persona può essere mandata all’ospedale di Boulogne-sur-Mer. Per il momento a nessuno è stato fatto il test qui e non c’è stato alcun seguito per le persone su cui nutrivamo dei dubbi. Quelle poche persone sono state rimandate dove vivono, cioè nella giungla

Martedì sera, le associazioni non avevano ancora avuto notizie dalle autorità. All’inizio della giornata, ad alcuni volontari era stato impedito di raggiungere l’accampamento dove era in corso uno sgombero, nonostante avessero i loro certificati per gli spostamenti. Antoine Nehr racconta che le associazioni stanno riflettendo con urgenza su come adattare la loro azione. «Se lo Stato resta passivo, non si può restare fermi senza fare nulla.»

Aggiornamento, mercoledì 18.03, 13:00:

Questa mattina la prefettura dell’Hauts-de-France ha risposto con una e-mail al comunicato delle associazioni. Vi ha elencato le misure, già esistenti: volantini informativi, sapone, disposizioni sul distanziamento. La prefettura ha affermato anche l’adozione “nei prossimi giorni” di una procedura di individuazione ed orientamento dei casi sospetti verso dei centri di «decongestione», ma solo per le persone che presentano dei sintomi. Non è stata decisa alcuna misura preventiva di messa in sicurezza. Secondo Antoine Nehr, coordinatore dell’associazione Utopia 56 a Calais, questa mattina la polizia impediva alle persone che vivono nel campo di uscire e ad alcuni volontari di entrarvi.