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Lesvos – A cosa serve la strategia della tensione sull’isola?

Una delegazione della campagna Lesvos Calling sull'isola

Mitilene – Da domenica 8 marzo siamo tornati con una delegazione sull’isola di Lesvos per continuare il lavoro di monitoraggio e comunicazione iniziato a staffetta lo scorso ottobre, e verificare le conseguenze delle nuove politiche adottate dopo la rottura dell’accordo Ue-Turchia voluta dal presidente turco Erdogan.
L’apertura temporanea dei confini da parte di Ankara e le minacce di Erdogan hanno generato contraccolpi nell’intero territorio ellenico, suscitando in molti il riaffiorare di sentimenti nazionalisti incentrati sulla difesa con ogni mezzo necessario dei confini statali. Su tutto il confine terrestre tra Grecia e Turchia le persone migranti stanno subendo forti violenze e vivono in uno stato generale di incertezza, bloccati nella terra di nessuno e sotto tiro dei paramilitari; mentre qui a Lesvos le autorità si preparano a costruire nuovi campi di detenzione e l’ultima settimana ha registrato un’escalation, per intensità e numero, di episodi di squadrismo neonazista. I militanti di estrema destra hanno terrorizzato rifugiati e operatori delle ong con violente aggressioni fisiche e attacchi incendiari organizzati in modo meticoloso, ma lasciati agire pressoché indisturbati dalle forze dell’ordine.

La violenza dei gruppi neonazisti ha portato alcuni volontari ad abbandonare l’isola e alla chiusura di alcuni servizi per rifugiati, e soprattutto sta facendo passare del tutto inosservato il fatto che il governo greco ha messo in agenda l’apertura di centri detentivi e sospeso il diritto di asilo.
Nei nostri incontri con attivisti e volontari è infatti emerso come opinione comune che, seppur non apertamente appoggiati dal governo greco, i neonazisti siano in realtà funzionali a distogliere l’attenzione sull’elemento caratterizzante del governo conservatore, ovvero la stretta generale contro i migranti. Secondo molti, il fine delle autorità è comunque quello di proseguire indisturbati nelle attività illegali di respingimento dei profughi provenienti dalla Turchia e nel contempo di procedere con la costruzione dei campi di detenzione, come previsto dalla legge in vigore dal primo gennaio. Questa legge è del resto appoggiata anche dall’Unione europea che dopo il ricatto di Erdogan vede nella Grecia lo “scudo d’Europa” da rafforzare e sostenere, a tal punto da legittimare gli spari sul confine e lo stato d’emergenza che nega lo sbarco dei migranti e la possibilità di richiedere protezione. E’ prematuro definire come può cambiare questa situazione, anche a seguito del primo caso di corona virus riscontrato sull’isola ai danni di una signora rientrata lo scorso mese da Israele.

500 people have been stuck for a week in a military ship in the harbour of Mitilini
500 people have been stuck for a week in a military ship in the harbour of Mitilini

Alcune attiviste che in questi anni hanno operato sui principali confini dell’Ue, vedono per il “laboratorio greco” l’apertura di una nuova fase. Tra le scorribande di gruppi paramilitari e le deportazioni di massa, il dispositivo che si prospetta sulle isole del Mar Egeo è simile a quello che si è andato a creare in Libia o in Marocco a ridosso delle enclave di Ceuta e Melilla. Molto dipenderà da come le élite europee decideranno di comportarsi con Erdogan e quanto denaro gli offriranno. Tuttavia, lo scenario che ci troveremo davanti non promette nulla di buono poiché l’Unione europea ha deciso di non essere più solo spettatrice silenziosa degli orrori che imperversano nei paesi terzi, bensì, sostenendo l’operato della Grecia o tacendo di fronte alle torture croate lungo la rotta balcanica, dimostra di essere artefice fino in fondo della repressione della libertà di movimento e di richiesta di protezione delle persone migranti.

E come giustamente ci viene fatto notare, l’Italia si trova in prima fila nell’attuazione dei dispositivi di respingimento e di repressione. Non solo perché il governo italiano non ha ancora cessato l’accordo con la Libia, ma perché è ancora una ditta italiana, il Cantiere Navale Vittoria di Adria, a fornire le motovedette che poi vengono usate nell’Egeo dalla guardia costiera greca per respingere o affondare i gommoni. E proprio in questi giorni fanno bella mostra nel porto di Mitilene anche motovedette italiane, chiamate – secondo alcuni attivisti – a fornire supporto nei pattugliamenti alla guardia costiera greca.

Nel frattempo, nella principale città dell’isola prosegue l’organizzazione per sabato 14 marzo di una manifestazione antifascista, contro l’apertura dei centri di detenzione. Rimarremo sull’isola anche per raccontarvi questa importante giornata di mobilitazione promossa dalle realtà sociali isolane che hanno deciso di non cedere alla paura.

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#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com