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Definire il territorio. Come lo spazio si fa significato

La parola territorio è una parola cara alla geografia, alla politica, ai cittadini e, più in generale, agli abitanti del mondo. Il territorio non comprende solo la terra, ma anche i mari, le montagne, le aree urbane, suburbane, rurali: tutto ciò che sottostà ad una giurisdizione di una qualche istituzione. Quindi, esso ha a che fare con le politiche. La politica pettina il territorio, ma non è il solo agente a trasformare lo spazio. Che cos’è, dunque, il territorio? Di cosa si compone?

È lo spazio territorializzato: l’ambiente addomesticato, usurpato, usato, dove incontriamo pratiche comuni diffuse (come costruire una casa, per esempio), ideologie, modi di fare e pensare (culture). Il territorio è un artefatto sociale, non vi è in natura: è lo spazio sul quale è poggiato e poggia un esito e, allo stesso tempo, un processo inesorabile, continuo, ovvero la territorializzazione. Tale processo si compie significando il mondo, dandogli senso, finalità e valori simbolici. Seguendo il pensiero della teoria geografica della complessità1 il processo di territorializzazione è caratterizzato da tre atti: denominare, reificare e strutturare. Vediamoli insieme. Nel primo atto, lo spazio non è più spazio, ma territorio una volta che lo si nomina in un tal modo: si battezza quell’avvallamento di terra, quell’interstizio di cava o altro con questo o quel nome, di questa o quella pronuncia. Attraverso il dare un nome alle cose e agli esseri viventi, abbiamo, noi persone di ieri e di oggi, creato un mondo di significati, di storie umane, di narrazioni che hanno un senso per noi, un senso tramandato, conservato, anche trasformato o cancellato, ma rimane un senso opinabile, poiché quell’architettura referenziale è opera nostra. Nel dare nomi, si oggettivizza l’intorno. Il secondo atto, invece, reificare un territorio, vuol dire prendere un territorio e trasformarlo in una diga, un ponte, un’autostrada, un pianerottolo di casa ecc. Quello che cambia, non è solo il materiale, la forma di quel territorio, la disposizione, ma anche la sua funzione, il suo uso. Quindi, nasce una nuova pratica: per esempio, l’arrivare in un posto X per mezzo di quell’autostrada e non più facendo, magari, un giro diverso, con mezzi differenti. Si ha, dunque, una trasformazione reale, tangibile del nostro intorno e della sua potenzialità. Ad ogni tocco di scalpello o colata di cemento, nel mentre s’allontana dallo spazio, il territorio si fa spazio per sé, si fa costrutto e viene seguito da una burocrazia nuova, da una serie di leggi che lo regolano, lo normalizzano. Infine, il terzo atto territorializzante consiste nello spezzettare l’ambiente in piccole parti, diverse tra loro e dotarle di senso. Tradizione della geografia è spezzettare il mondo, farne dei compartimenti, delle regioni, delle zone, con tutte le ambiguità che ne conseguono: quali regoli adottare? Chi le fa? Sono abbastanza oggettive? E cosa vuol dire abbastanza? Senza pensare al come decretare i confini di tali linee tracciate: sono visibili, tangibili, chiari? Quasi mai, dipende. L’atto di strutturazione è, appunto, costituito da strutture di senso, un senso adeguato, altrimenti le strutture si sfaldano. Per avere senso, è necessario avere una funzione, una finalità. È bene ricordare che gli atti territorializzanti usano, mediano col territorio e ne creano di nuovi. Inoltre, si tratta di tre atti distinti in dialogo e/o conflitto tra loro: infatti, un territorio può essere il risultato di uno o più atti in corso. Quindi, è chiaro che il passaggio da spazio a territorio è tutta un’opera-(zione) umana.

Di fatto, il territorio è costituito da elementi visibili, invisibili e simbolici. I cartelli stradali ci indicano il nome del suolo in cui ci troviamo, mentre un piatto culinario può, generalmente, rimandare ad un territorio tipico, unico, peculiare. Ecco, il territorio è sì mare, montagne e città, ma ciascuno di essi detiene delle caratteristiche che lo rendono quel mare, quella montagna e quella città: il Danubio, Bangkok e le Dolomiti, possono forse solo dirsi generici fiumi, città e montagne?

Ovviamente no e questo perché ogni territorio ha una propria storia e un proprio nome. I territori sono tanti, diversi e unici. Accade così che alcuni territori vengono protetti e tutelati da organizzazioni sovranazionali poiché “patrimonio dell’umanità”, mentre di altri ce ne si dimentica oppure non li si vuol dar importanza perché territori scomodi, contesi, in guerra o in lutto. Il territorio è soggetto alle politiche del suolo, dell’urbanistica, della cultura e così via. Su di esso ricadono scelte dei singoli e delle collettività. Non è un caso se al momento io stia scrivendo in una Regione colorata, in casa e con la neve fuori dalla porta, o no?

La questione dell’ambiente, degli stili di vita, di molte pratiche culturali trovano legami con il territorio e non potrebbe essere altrimenti: l’individuo si situa sempre nello spazio significando il mondo. Per concludere, ricordiamoci e guardiamoci attorno perché l’idea, il progetto sotteso al territorio, ci dice del pensiero della gente che lo fa. Non c’è piazza, non c’è prigione, senza mente umana.

  1. Turco A., Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988

Mara Degiorgi

Per dire qualcosa, bisogna essere qualcosa/qualcuno? E cos’è che fa di te quel qualcuno/qualcosa? Scrivo, leggo, penso. Sono un’antropologa, una geografa, altro. Nata a Lausanne nei primi anni Novanta da un padre salentino e da una madre limeña. Cresciuta tra San Francisco, Torre Vado, Lima.