Centro Studi per la Pace di Zagabria: un lavoro di resistenza contro le violenze della rotta balcanica

Intervista a Maddalena Avòn

Fotografia tratta da Centar za mirovne studije
Photo credit: Linea d'Ombra ODV
Photo credit: Linea d’Ombra ODV

Ti occupi di supporto diretto ai migranti e richiedenti asilo in Croazia, lavorando più nello specifico sulla questione dei pushback e delle violenze ai confini. I vostri report, insieme a quelli di altre organizzazioni, hanno messo in luce gli abusi della polizia croata e le diverse responsabilità politiche, cosa significa fare questo lavoro oggi?

Io penso che il nostro lavoro oggi possa essere definito come una pratica di resistenza. La denuncia delle violenze sistematiche e sistemiche è doverosa e necessaria – parliamo di violenze perpetrate da corpi di polizia nei paesi dell’Unione europea. Crediamo nell’importanza di dare voce a chi si vede quella voce negata, che a volte viene loro tolta dalle politiche europee di oggi. Circa settant’anni fa veniva firmata la Convenzione di Ginevra per far sì che le persone migranti venissero rispettate, ma oggi in realtà cosa vediamo? Vediamo muri, fili spinati, corpi lasciati annegare nel Mediterraneo, eserciti e polizia ai confini esterni. Crediamo che l’Europa e tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea dovrebbero vergognarsi alla visione di tutto ciò, ma invece di vergognarsi chiudono gli occhi e girano la testa dall’altra parte mentre con la mano tendono soldi e fondi per continuare a perpetuare questo tipo di politiche. Fa paura, fa rabbia vedere che non tutte le voci valgono allo stesso modo. Le voci delle persone migranti non vengono considerate una prova abbastanza forte di queste violenze perpetrate e chi prova a farle sentire, come noi e molte altre organizzazioni locali, collettivi, attivisti e volontari, veniamo tacciati e criminalizzati per il lavoro che facciamo.

Le condizioni dei e delle migranti sulla rotta balcanica sono inaccettabili. La situazione in cui versano però non è nuova, cambiano i luoghi e le frontiere ma l’emergenza umanitaria si ripresenta ad ogni inverno. Da quanto è iniziata la pandemia da Covid-19 ci sono delle differenze rispetto al passato?

Sicuramente l’emergenza Covid sta influenzando la routine quotidiana di tutti rendendo la vita pubblica e privata radicalmente diversa da prima, però purtroppo alcune cose come il regime di respingimenti della Croazia rimangono le stesse.

L’unica differenza è che queste violente espulsioni collettive operano in un maggiore silenzio, soprattutto all’inizio della pandemia perché l’attenzione globale era molto sul tema della pandemia stessa e gli osservatori dei diritti umani, soprattutto all’inizio, non erano in grado di fare monitoraggio sul campo a causa delle restrizioni e delle misure adottate dai diversi paesi, per cui era molto più difficile muoversi da uno stato all’altro. I respingimenti e la violenza alle frontiere rimangono, come si vede dai report che pubblichiamo noi come Centro Studi per la Pace, ma anche e soprattutto all’interno della rete “Border Violence Monitoring Network” che ogni mese tristemente colleziona una quantità esagerata di testimonianze da parte dei sopravvissuti a queste violenze.

Vediamo abusi che vengono perpetrati in diversi modi e senza discriminazioni, cioè li vediamo perpetrati su uomini, donne e bambini che includono violenza fisica, sessuale, psicologica. Vediamo delle sospensioni dei diritti delle persone migranti come l’accesso all’asilo prima di tutto, la limitazione della loro libertà di movimento, la confisca dei loro beni personali come telefoni, soldi, ma anche dei loro vestiti e delle loro scarpe, tristemente soprattutto d’inverno quando le persone sono poi forzate a camminare a piedi nudi nella neve. Sicuramente le violenze si sono fatte più brutali con il tempo a causa del silenzio e delle impunità di cui purtroppo e con grande vergogna godono le autorità dei diversi paesi dell’Unione Europea, tra cui anche la Croazia.

Il Tribunale di Roma pochi giorni fa ha emesso un’ordinanza che dichiara le “riammissioni informali“, ossia i respingimenti dall’Italia alla Slovenia, illegittimi perché non rispettano i diritti delle persone nella richiesta di protezione internazionale. In questo caso il richiedente asilo aveva subito un “respingimento a catena”, dall’Italia si era ritrovato in un campo bosniaco. Cosa può comportare questo per i e le migranti che cercano di raggiungere l’Italia e l’Europa attraverso la rotta balcanica?

Intanto un preambolo: questi respingimenti sono all’ordine del giorno e vengono messi in atto sulla base di un accordo tra Italia e Slovenia risalente al 1996, accordo bilaterale che non solo non è mai stato ratificato dal Parlamento, ma è anche in palese violazione della Costituzione italiana, delle norme dell’Unione Europea e del diritto internazionale. In particolare, per questo caso specifico, il Tribunale ha riconosciuto il diritto del ricorrente a fare immediato ingresso in Italia per avere accesso alla procedura di esame della richiesta di protezione internazionale che è appunto un accesso dovuto che gli è stato però precluso a causa del comportamento illegale delle autorità italiane e poi di seguito di quelle slovene e di quelle croate.

Cito Caterina Bove di ASGI, una delle avvocate che ha partecipato a questa causa ha dichiarato che per il futuro questa decisione chiarisce l’illegalità delle procedure di riammissione sia nei confronti dei richiedenti asilo sia nei confronti dei non richiedenti, perché deve essere assicurato l’esame individuale di ogni singola richiesta e di ogni singolo caso.
Sicuramente questo rappresenta uno step fondamentale per il ripristino della legalità alla frontiera orientale italiana. Questo agire a livello legale è indispensabile ma non va da solo nel senso che questo caso è l’esempio dell’importanza di altri elementi come quello della cooperazione transfrontaliera tra le organizzazioni e gli attivisti presenti nella regione balcanica.

Ci sono anche altri elementi fondamentali che posso portare con un esempio: noi al momento abbiamo presentato nove denunce contro lo stato croato, una è alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma il problema è che se non c’è poi trasparenza e serietà nel procedere con le indagini, allora tutto il lavoro fatto a livello legale diventa vano. È per questo importante poi il lavoro delle attiviste e degli attivisti di denuncia e sensibilizzazione sulle violazioni dei diritti umani ed è importante il lavoro che fanno tutti i giornalisti che con serietà e dedizione portano all’attenzione questi gravissimi atti di violenza.

Altri step fondamentali dovrebbero essere rappresentati dalla decisione delle istituzioni nazionali ed europee di prendere seriamente queste accuse e di provvedere a un cambio delle politiche europee sull’immigrazione, perché al momento quello che vediamo sono sia numerosi governi come quello italiano, quello sloveno e quello croato che sono indagati per questi crimini, anche la Commissione Europea, anche Frontex, quindi tutto questo non dovrebbe imbarazzare solo il governo italiano o solo quello croato, ma anche tutti gli altri Stati Membri che stanno perpetrando respingimenti, nonché le istituzioni europee che incoraggiano silenziosamente queste pratiche.

Quindi sicuramente questa sentenza può essere un esempio per altri Stati Membri, ma ci aspettiamo anche una reazione da parte delle istituzioni europee, perché questa sentenza mostra la sistematicità di queste violenze e come queste vengano perpetrate, in questo caso, da almeno tre Stati Membri. Non è il primo caso dei così chiamati “respingimenti a catena” e noi ci chiediamo come è possibile che in Croazia non ci sia una reazione o non ci siano dei responsabili condannati per queste pratiche illegali. Questo è sicuramente un primo tassello, ma c’è da fare molto di più. Apprezziamo molto il lavoro delle avvocate che hanno preso in carico questo caso, andiamo avanti e non ci fermiamo.

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