The Big Wall: il neocolonialismo europeo in Africa: un paradigma che può cambiare?

Intervista a Giacomo Zandonini. Come l’Italia ha investito 1,3 miliardi di euro per costruire un muro invisibile tra Europa e Africa

Photo credit: Giacomo Zandonini
Photo credit: Giacomo Zandonini

Le drammatiche conseguenze delle politiche adottate in questi anni implicano la compressione di moltissime libertà, a partire da quella di movimento. A proposito di tale tema centrale, ci puoi parlare della comparazione tra il nostro spazio Schengen e lo spazio di circolazione creato in Africa, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS)?

Noi europei diamo per scontato il libero movimento all’interno degli Stati dell’UE e associati all’area Schengen, mentre un tema di cui non si parla mai, spesso ignorato, riguarda l’esistenza di aree di libero movimento anche in Africa.
La più grande per popolazione è la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che comprende 15 Stati in Africa centro-occidentale, all’interno dei quali si può circolare liberamente, in modo simile all’area Schengen. I controlli alle frontiere esistono, ma non è necessario il visto, basta avere una carta d’identità valida. Sebbene dal Senegal, attraverso il Niger, fino al confine della Libia, ci si potrebbe tranquillamente muovere liberamente, di fatto ciò non accade a causa della pressione europea.

Gli interventi europei hanno inasprito i controlli alle frontiere, addirittura impedendo alle persone in Niger di muoversi oltre una linea immaginaria tracciata a metà del Paese, all’altezza della città di Agadez, da cui partono le piste che attraversano il deserto del Sahara.

Da ciò emerge un grave paradosso: l’Unione Europea è entrata nel campo della libertà di movimento, arrivando al punto di limitarla anche all’interno del territorio africano, restringendo, in tal modo, i diritti sanciti dal protocollo per la libera circolazione all’interno dell’ECOWAS del 1979, addirittura preesistente al Trattato di Schengen.

Questo tema rientra in uno più ampio africano: ossia quello della creazione di uno spazio di libera circolazione continentale. È in corso un processo di creazione di uno spazio di libera circolazione continentale, che è stato anticipato – come è avvenuto in Europa con l’originaria creazione della CEE – da un accordo di libero scambio, entrato da pochi mesi in vigore, per ora solo tra gli Stati che l’hanno ratificato, ma che potenzialmente coinvolgerà tutto il continente; solo l’Eritrea non l’ha firmato.

La creazione di tale area dovrebbe rivoluzionare il sistema di commercio intra-africano, con esiti ancora imprevedibili. Alcuni Stati africani hanno proposto all’ECOWAS il parallelo sviluppo di un altro progetto, di lungo periodo, volto a realizzare la libertà di movimento all’interno del territorio di tutto il continente africano. Alcuni Stati hanno già aderito a tale proposta, ma il meccanismo decisionale dell’ECOWAS è molto lento.

Tali innovazioni consentono di svolgere alcune considerazioni. Noi continuiamo ad applicare politiche di contenimento, replicando in maniera ossessiva un modello che non funziona e provoca molti danni, riducendo gli spazi democratici, e rafforzando i rischi per chi viaggia.

Dall’altra parte c’è un continente come quello africano, con tantissime problematiche e differenze, che in realtà sta ragionando sul progetto, simile a quello europeo, della creazione di uno spazio di libera circolazione e di un passaporto africano. Alcuni Stati africani sono dunque molto interessati a porsi come Unione Africana, di fronte all’Unione Europea, per poter uscire dalla disparità e disequilibrio totale, causati dal fatto che un soggetto potentissimo, come l’UE, negozia con Stati deboli, come può essere il Niger, il Paese più povero al mondo. Chiaramente sono piani completamente diversi: per quanto l’Unione Europea parli di “partnership tra eguali” nel Nuovo Patto sull’Immigrazione e l’Asilo, ciò è assolutamente falso. Tale falsificazione storica, implica anche un disconoscimento della storia europea, fatta di colonialismo ed interessi geopolitici.

Quindi, dentro questa storia, caratterizzata dalla creazione del modello di contenimento e cooperazione per le migrazioni finora attuato dall’Europa e dall’Italia, si sta inserendo una nuova proposta africana, volta a rivedere il sistema, per sviluppare il suddetto progetto di rendere più accessibile tutta l’Africa agli africani. I decisori politici africani si chiedono, dunque, se l’Unione Europea li voglia sostenere in questo, o se sia contraria, per paura che possano aumentare le migrazioni. In tale quadro, si inseriscono, poi, numerosi altri attori.

L’UE è il primo partner commerciale dell’Africa, ma poi c’è la Cina, che è quasi sullo stesso livello. Perciò entrano in gioco questioni anche molto più ampie rispetto a quella delle migrazioni. In ogni caso, ciò che è emerso chiaramente dall’inchiesta, e che fa molto riflettere, è che dentro agli interventi italiani ed europei, realizzati in almeno 25 Paesi africani, si ritrova costantemente una matrice riconducibile ad una storia di colonialismo e neocolonialismo, che guarda al controllo della mobilità come elemento di potere europeo all’interno dell’Africa, affiancandosi ad altre continue interferenze nel continente.

C’è un rifiuto di riconoscere questo tema, che rimane relegato a qualche studioso e ricercatore. Il progetto di controllo della mobilità all’interno dell’Africa è di tipo neocoloniale, e riproduce alcune dinamiche tipiche del colonialismo, in cui esistevano cittadini di diversi gradi e livelli, con possibilità molto diverse di muoversi verso l’Europa, il Paese colonizzatore. Evidentemente questa eredità è molto presente, e si è ridefinita in maniera complessa, anche perché esistono attori che non esistevano durante il colonialismo, come l’UE. Non è un caso se si parla molto di Libia, Etiopia o Eritrea, Paesi con cui l’Italia ha avuto, e ha tuttora, legami molto importanti.

Spesso per legittimare le politiche migratorie adottate in Europa e in Italia viene utilizzato lo slogan della lotta al traffico di esseri umani. Nonostante nell’inchiesta si sottolinei che “il pane dei trafficanti sono le frontiere chiuse e i visti negati”, guardando alle voci di spesa da voi ricostruite emerge che quella più importante è relativa proprio al controllo delle frontiere. Pochissimi fondi sono invece dedicati alla costruzione di vie d’accesso legali. Ci parli di queste ultime, e dei vantaggi che potrebbero apportare?

Inizialmente il tema delle vie legali non era incluso nell’inchiesta, ma ho deciso infine di affrontarlo perché, anche simbolicamente, è molto importante, e rimane centrale. Le vie legali, in maniera semplificata, sono iniziative per l’ingresso in modo regolare al territorio italiano di cittadini africani, tramite sistemi che, attraverso diverse declinazioni giuridiche e pratiche, possono interessare sia i richiedenti asilo – come i c.d. corridoi umanitari, il reinsediamento dei rifugiati, o le ricollocazioni – ma anche, per esempio, i lavoratori, tramite canali di accesso specifici. Aldilà di tali strumenti, i cittadini degli Stati africani non sono altrimenti in alcun modo autorizzati ad ottenere un visto per entrare in Italia. Difatti, dal momento che prevale l’idea che tutti siano potenziali immigrati, è pressoché impossibile ottenere il rilascio del visto anche per coloro che – nel gergo delle ambasciate – non sarebbero a “rischio migrazione”, rischio che sussiste quando la persona abbia in realtà l’obiettivo di trattenersi nel Paese europeo oltre il termine di scadenza del titolo. In questo modo si sono chiusi di fatto completamente i canali di accesso.

Tuttavia, esiste un dibattito sul tema, poco noto, in particolare all’interno dei ministeri del lavoro, vista la necessità di avere più lavoratori in alcuni settori, anche qualificati. Ciò è emerso in maniera evidentissima con la risposta alla pandemia e la carenza di lavoratori nel settore della salute. È evidente, dunque, la necessità di cambiare paradigma, creando vie legali, non solo per soddisfare i bisogni interni del mercato del lavoro, in ottica iperliberista, ma anche, in prospettiva umanitaria, per consentire l’accesso a rifugiati e persone vulnerabili, che si trovano sprovvisti di protezione in situazioni molto pericolose. In questo modo si ridurrebbe, al contempo, il ruolo dei trafficanti internazionali, che sfruttano la mancanza di vie d’accesso per lucrare. Difatti, motivazioni valide per incentivare le vie legali d’accesso sono anche la lotta contro la tratta, e l’agevolazione della mobilità circolare.

Quest’ultima consente alle persone, eventualmente arrivate in Europa per cercare lavoro, o per svolgere attività stagionali, di tornare in patria terminati i brevi periodi di permanenza, prevenendo il tanto temuto rischio delle migrazioni permanenti. Ad oggi, invece, la realtà è che chi arriva per vie irregolari, con viaggi costosi e pericolosi, e l’incertezza di ottenere un permesso di soggiorno, non è assolutamente disponibile a tornare indietro nel proprio Paese, proprio perché sa quali rischi e quanta fatica implica quel tipo di viaggio. Nonostante non convinca la distinzione tra migranti economici e rifugiati, posta alla base delle politiche migratorie, dal momento che ci muoviamo all’interno questi contenitori, sarebbe bene se fosse possibile quantomeno cambiare l’approccio, tramite la realizzazione delle vie legali. E sebbene ci siano buonissime ragioni per incrementarle – il contrasto alla tratta, avere più manodopera, ritornare alla mobilità circolare – la cooperazione su questo tema rimane estremamente minoritaria.

Su oltre un miliardo e 300 milioni di euro spesi, solo l’1.1% di fondi è stato destinato alla creazione di vie legali.

Con tale denaro sono stati finanziati per lo più progetti per supportare l’arrivo in Italia di familiari, tramite il sistema del ricongiungimento familiare, meccanismo previsto per legge. Inoltre, sono stati creati piccoli progetti legati ad opportunità di formazione ed impiego, di fatto molto esigui. Spesso in questi investimenti sono impegnati gli enti locali – come regioni e comuni – piuttosto che le autorità nazionali, poiché sono proprio gli enti maggiormente a contatto con la comunità locale che riescono a rendersi conto che le politiche calate dall’alto spesso non funzionano.

Far arrivare persone in modo regolare può essere conveniente anche poiché consente di avere già tutte le informazioni relative alle persone che arrivano, sapere già chi sono. Ciò sicuramente potrebbe rassicurare coloro che sono preoccupati per la sicurezza dell’Italia, poiché convinti che dalla Libia arrivino terroristi e foreign fighters. Tuttavia, molto spesso si tratta delle stesse persone che, invece, vorrebbero chiudere qualsiasi via legale, e ogni anno ritardano l’approvazione del decreto flussi.

Quest’ultimo è praticamente l’unico canale di accesso legale in Italia, destinato a lavoratori stranieri, ma i posti disponibili per gli ingressi sono calati terribilmente negli ultimi 10 anni: da quasi 300 000 nel 2007, sono arrivati a 30.000 quest’anno, in grandissima parte destinati a cittadini europei (non UE), e pochissimi posti per cittadini africani.

Tale contraddizione mostra anche come la strumentalizzazione politica a fini di propaganda di questo tema è smontabile in maniera molto semplice, però nessuno vuole farlo perché fa comodo un po’ a tutti. L’UE recentemente ha iniziato a spingere per aumentare i fondi destinati a tali strumenti.

Anche nel Nuovo Patto sulle Migrazioni e l’Asilo c’è una parte dedicata alle vie legali, in particolare alla c.d. “talent partnership”. Questa dovrebbe attrarre in Europa dei “talenti”, principio di per sé criticabile, dal momento che si basa sul privare l’Africa dei suoi migliori cervelli. Alcuni esempi di politiche di questo tipo sono stati già adottati in alcuni Paesi.

Per esempio, il Belgio ha creato un programma per far arrivare giovani marocchini da impiegare nel settore dell’informatica e delle telecomunicazioni: vengono formate alcune centinaia di persone in Marocco, che hanno l’opportunità di ottenere un impiego in Belgio, chiedere il relativo visto e conseguire poi il permesso di soggiorno – che ovviamente non vincola al mantenimento del lavoro, altrimenti si tratterebbe di sfruttamento. Il Belgio ha un settore dell’informatica in via d’espansione ma è carente di lavoratori, perciò investire in Marocco risultava conveniente per vari motivi. L’approccio capitalista e liberista che muove questo tipo di iniziative degli Stati europei può essere criticato, perché il fine ultimo è il profitto.

Tuttavia, questo è il tipo di società nel quale viviamo, e tali operazioni, oltre a produrre vantaggi economici per gli Stati europei, possono anche consentire un miglioramento delle condizioni di vita delle persone migranti, applicando delle misure di buon senso che attraggano lavoratori, ricreando sistemi di circolarità dei movimenti, che sono già esistiti.

Per esempio, in passato dal Burkina Faso o dal Ghana arrivavano stagionalmente ogni anno lavoratori per raccogliere pomodori, che dopo due mesi di stagione tornavano a casa, scongiurando il tanto temuto rischio della migrazione; è stata proprio la chiusura delle frontiere che ha fatto sì che concedere un visto potesse essere percepito come un rischio per lo Stato rilasciante, e questo ha comportato anche l’aumento delle migrazioni irregolari. È un cane che si morde la coda.

In questo modo sono stati messi in atto dei sistemi di controllo con gli effetti perversi di cui abbiamo parlato: il sostegno di regimi autoritari, l’aumento dei fenomeni di sfruttamento e traffico. In particolar modo colpisce il caso del Niger, che quando ha ricevuto i fondi europei ha iniziato a fermare gli autisti che portavano le persone attraverso il Sahara verso la Libia: ciò ha comportato che le condizioni dei migranti in Niger sono degenerate perché queste persone, dovendosi nascondere, sono divenute molto più controllabili dai c.d. trafficanti, che dovrebbero piuttosto essere chiamati facilitatori dei viaggi. Tale denominazione appare più corretta in quanto non si tratta di una rete raffinata di tratta internazionale, ma di lavoratori dentro una rete molto complessa e fluida, che svolgono piccole parti di un servizio, senza essere in connessione con le altre parti dello stesso.

In conclusione, l’effetto delle politiche europee è stato quello di rendere il viaggio più pericoloso e rischioso per i migranti, come risulta evidente se si pensa alle persone provenienti dalla Libia, dal Niger, dal Sudan, dall’Etiopia e molti altri Paesi.

Chiudiamo con un duplice interrogativo: perché si insiste con queste politiche, nonostante sia palese che negli anni non sono stati raggiunti i risultati auspicati, ma, anzi, si sono generate ulteriori violazioni dei diritti umani e sono aumentati i numeri di persone che vogliono migrare? Quale potrebbe essere un’azione o una strategia alternativa?

Perché si continua a replicare questo modello? Perché funziona, è un modello win-win per i decisori politici. Per esempio, consideriamo il caso in cui il governo italiano stanzia 50 milioni di euro per il Niger, chiedendogli di mettere in atto dei sistemi di controllo della mobilità per ridurre i movimenti che, attraverso il Niger, vanno verso la Libia. Questo perché l’Italia, da sola, non è in grado di fermare le persone che vogliono partire dalla Libia, perciò chiede aiuto al Niger per fermarle prima ancora che attraversino il deserto del Sahara. Il governo nigerino, dal canto suo, ha bisogno di fondi dal momento che raccoglie pochissime tasse, e nel Paese c’è un’economia all’80% informale e molta corruzione, quindi le risorse per mantenere in piedi quel minimo di servizi pubblici esistenti e l’apparato statale sono molto scarse.

Gran parte del budget dello Stato nasce dal sostegno di Paesi terzi, soprattutto europei. Il Niger, allora, si rende disponibile a preparare il piano, e a metterlo in atto, purché arrivino questi fondi. In questo modo la cooperazione sul piano delle migrazioni può assumere poi anche altri aspetti. Attraverso il canale aperto per le migrazioni, che parla di cooperazione, può poi entrare la sicurezza e i militari perché – secondo un’altra visione – immigrazione significa anche controllo delle frontiere tramite la polizia, l’esercito, e vari elementi delle forze di sicurezza. Questa operazione dà alcuni frutti. Effettivamente, se vogliamo, si contano meno persone in viaggio dal Niger alla Libia.

È un successo per l’Unione Europea, che ha messo una parte dei fondi, come anche per l’Italia o per la Germania. Il Niger allora viene acclamato come un partner fantastico, si celebra l’efficacia della cooperazione, e anziché parlare di riduzione delle migrazioni, magari si parla di “salvare vite, per evitare che si muoia non solo nel Mediterraneo, ma anche nel Sahara”. In questo modo ci si prende anche il merito di aver agito come un soggetto umanitario, che ci tiene al diritto delle persone in viaggio e vuole insegnare a questi “poveri migranti” come si devono muove e cosa devono fare, intervenendo con successo.

Per il Niger, anche a livello di opinione pubblica internazionale – in particolare per quanto riguarda le partnership che servono alla classe dirigente del Niger per continuare ad attrarre fondi e mantenersi al potere – l’operazione è un successo. In questo modo il messaggio che passa è il seguente: “abbiamo fatto rispettare i diritti dei poveri cittadini africani. I nostri fratelli africani morivano nel deserto e nel mediterraneo e siamo intervenuti per questo. Sì, abbiamo arrestato 300 dei nostri concittadini, abbiamo confiscato le macchine, abbiamo in qualche modo attaccato quella che era un’economia legata al transito delle persone, però è per un bene superiore”. Rimane sotto traccia il fatto che quei fondi, che prima entravano nel mercato delle migrazioni, in questo modo arrivano nelle casse delle élites, mentre prima rimanevano un po’ più in basso.

Quindi è un modello in cui apparentemente vincono tutti. In realtà, però, perde chi viaggia, e perdiamo anche noi, perché, in primo luogo, vengono spesi fondi pubblici e, in secondo luogo, queste politiche, in realtà, deformano le relazioni internazionali. Quindi, alla lunga, finiscono per avere delle ricadute in Europa.

Inoltre, il modello fino ad oggi impiegato consente anche di attivare tipo di cooperazione che permette ai Paesi europei di sperimentare strumenti di sorveglianza nel controllo delle frontiere, che possono poi essere replicati in Europa.

L’industria della sicurezza ha bisogno di sperimentare. Sarebbe difficile farlo su un cittadino italiano, mentre si può sperimentare tranquillamente su un africano: è lontano da noi, nessuno lo sa, non c’è un controllo, la società civile locale non si esprime troppo. E quindi si iniziano a introdurre dei sistemi di sorveglianza delle frontiere all’interno dell’Africa, e si vendono ai Paesi africani dei sistemi di intercettazione telefonica, per esempio, o si utilizzano dei droni per sorvegliare le frontiere all’interno dell’Africa. Addirittura, si sperimenta il riconoscimento facciale: lo scan dell’iride dell’occhio per controllare la popolazione rifugiata. Questi sono esperimenti che poi possono tornare utili anche in Europa, e la stessa polizia italiana, che ha sperimentato un certo sistema di sorveglianza in Egitto o in altro Paese, poi può replicarlo sul territorio italiano.

Questo approccio poi continua anche perché ci sono interessi forti di alcune élites africane, che si mantengono al potere anche grazie all’interesse europeo sulle migrazioni. Vediamo poi l’interesse europeo e italiano di dare in pasto all’opinione pubblica l’ottenimento di risultati, che poi è sempre di breve periodo, perché si è perennemente in equilibrio tra il dire “abbiamo ottenuto qualcosa” e “c’è la crisi”. Il richiamo periodico alla crisi è fondamentale, perché altrimenti non si potrebbe continuare questa cooperazione. Non si può arrivare a dire che la cooperazione ha funzionato e che il problema è stato totalmente risolto. No, bisogna andare avanti, perché è interesse di tutti – Paesi europei e partner africani – poter continuare a negoziare. Questo è un esempio interessante di come un tema, come quello delle migrazioni, entri nelle relazioni internazionali.

Ci sono pochissimi soggetti politici europei, che abbiano peso decisionale o influenza sull’opinione pubblica, che si siano imposti o abbiano in qualche modo proposto un cambiamento o un aggiustamento di questo paradigma.

Adesso ci sono delle dinamiche interessanti, di tipo demografico, che potrebbero imporre un cambiamento effettivo. L’Italia e gran parte dell’Europa hanno un tasso demografico di invecchiamento fortissimo. Gran parte della popolazione fra vent’anni sarà composta da persone che non lavorano, e non sono in età lavorativa perché anziane, e la popolazione calerà continuamente. Nel frattempo, il comparto dell’industria della sicurezza e difesa, interessato a controllare le frontiere, dovrà confrontarsi con un’impresa medio-piccola italiana, che ad un certo punto rivendicherà insistentemente il bisogno di manodopera. Cosa succederà?

Probabilmente non si andrà nella direzione del “no Borders” – perché chiaramente all’imprenditore medio non interessa nulla delle frontiere – però il bisogno di avere lavoratori nelle fabbriche potrebbe mettere in parte in discussione il sistema attuale.

Ho l’impressione che, da anni, io e tanti che ci occupiamo di questi temi continuiamo a ribadire gli stessi concetti, però l’Italia sembra impermeabile a questi discorsi. In realtà, in altri Paesi europei, dove c’è più attenzione alla accountability sull’uso dei fondi pubblici, l’opinione pubblica è più attenta. Per esempio, in Germania, se i 100 milioni che servivano per combattere la povertà in Africa vengono invece usati per controllare le frontiere, questo può creare dei problemi al Governo. In Italia tutto ciò non avviene, anche perché in Parlamento non abbiamo molti rappresentanti che presentino queste istanze, per ora. Però, è importante continuare a parlarne e cercare di ampliare il discorso.

Quello che volevo fare con questo “long-form”, nato soprattutto da una raccolta di dati, era anche raccontare questo fenomeno, e restituirne la dimensione storica, perché secondo me aiuta a capire alcuni aspetti e a uscire da questo eterno presente di sbarchi, sbarchi, sbarchi, che dal 1995 viviamo a fasi alterne. Negli ultimi mesi, l’immigrazione non è quasi mai stata sulle prime pagine, ma ci si ritornerà quando servirà. Rimane un tema che si può mobilitare continuamente. Quelli che sembrano grandi numeri in un anno, magari l’anno dopo possono sembrare numeri normali e non se ne parla – perché politicamente non interessa molto – per poi tornare ad essere dei grandi numeri, anche se più bassi.

Dentro questa storia c’è anche il cambiamento dei rapporti. In Africa sono nati dei movimenti sociali molto forti, che non solo protestano contro le élites e la gestione del potere, ma anche contro questo tipo di cooperazione, che viene percepita come neocoloniale, vista l’ingerenza europea sulle migrazioni, sulla sicurezza, e sull’economia.

Quindi per alcuni Paesi africani potrebbe diventare problematico continuare questo tipo di cooperazione, nel momento in cui i giovani protestano contro la classe politica: vecchia, estremamente corrotta, che ha mantenuto – con la complicità europea – i Paesi in condizioni di difficoltà tali da far nascere la necessità di migrare.

Sempre di più i giovani africani, anche connessi in maniera globale tramite le diaspore, protestano in modo importante con esiti molto spesso interessanti. C’è una richiesta di partecipazione e democrazia dal basso in diversi Paesi africani che, a seconda di quanto riuscirà a influenzare e ad arrivare a livelli più alti, potrà negli anni cambiare la disponibilità dei governi africani a cooperare sulle migrazioni e continuare a replicare questi modelli. Chiaramente, visto che è una cooperazione di successo tra élites che rimangono al potere, pur con bandiere politiche diverse, è molto difficile cambiarla.

Uno dei temi è anche costruire una cooperazione tra società civili, tra giornalisti, tra movimenti sociali, che significa anzitutto conoscersi, scambiare informazioni e costruire delle piattaforme di collaborazione. Così si potrebbe creare una vera partnership tra eguali – non quella finta di cui si riempiono la bocca i documenti europei – che parte dal riconoscimento della storia coloniale all’interno della quale viviamo, e sulla quale dobbiamo riflettere per evitare di replicare quelle dinamiche che vanno dall’assistenzialismo al paternalismo, e al whitesplaining. Questo è importante anche rispetto a ciò che sta accadendo in Italia: è necessario confrontarci con una presenza di italiani di origine africana, spesso non riconosciuti, che hanno legami forti con i Paesi di origine. Ad esempio, la comunità senegalese che oggi vuole partecipare alle proteste in Senegal dall’Italia.

Secondo me, è importante mantenere vivo questo discorso perché ci sono i presupposti per cui diventi più “popolare”, favorendo un cambiamento. Bisogna insistere sul fatto che un approccio diverso sia possibile, anche interloquendo con i decisori politici, che non sempre ci piacciono per appartenenza a partiti più o meno condivisibili.
Tuttavia, di fronte a ragionamenti anche banalmente economici, di interesse, di profitto, essi potrebbero iniziare a riflettere sul cambiamento.

Secondo me, c’è chi vorrebbe un’evoluzione in questo senso anche dentro istituzioni grosse e burocratiche, come il Ministero degli esteri o l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. Quindi significa che questi non sono solo argomenti minoritari, ma possono avere qualche impatto.

Radio Melting Pot

Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
For freedom of movement, for citizenship rights
Por la libertad de movimiento, por los derechos de ciudadanía

Pour la liberté de mouvement, pour les droits à la citoyenneté
من أجل حرية التحرك، من أجل الحقوق والمواطنة

Dal febbraio 2022 prende avvio un nuovo progetto di Radio Melting Pot che ha l’obiettivo di promuovere un protagonismo diretto delle persone coinvolte nei processi migratori.
Grazie a "Call to refugees”, realizzato con i Fondi dell'Otto per Mille della Chiesa Valdese, abbiamo l'opportunità di allargare e far crescere la redazione.

Laura Angius

Mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università di Bologna, specializzandomi sulle politiche migratorie europee, e perfezionando la mia formazione con il Corso di specializzazione UFTDU “Migrazioni, integrazione e democrazia”. Attualmente mi occupo di immigrazione lavorando come praticante avvocato presso uno studio bolognese impegnato da anni nella tutela delle persone straniere, e svolgendo attività di consulenza legale extragiudiziale presso la casa circondariale Dozza.

Elena Maria Campione

Mi sono laureata in giurisprudenza a Bologna.
Da sempre interessata al mondo delle migrazioni, durante il percorso accademico ho svolto un tirocinio curricolare presso la Commissione territoriale per la protezione internazionale e mi sono laureata con una tesi in diritto penitenziario e criminologia.
Sono stata volontaria nel progetto Accoglienza Degna, dormitorio autogestito nel centro sociale Làbas, e presso lo sportello per la ricerca lavoro rivolto principalmente a migranti dell’associazione YaBasta a Bologna.