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Un silenzio a due teste

Brandelli di conversazioni sulla tratta delle ragazze albanesi per sfruttamento sessuale

Quando incontro una persona sconosciuta non resisto a chiederle cosa fa nella vita. Lo facciamo un po’ tutti, tra chiacchiere di circostanza e la curiosità di sapere se in fondo siamo persone affini. Quindi mi capita di dire che faccio l’operatrice sociale con le “vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale”. Siccome è un vocabolario un po’ tecnico aggiungo “le prostitute”. Generalmente mi sento dire: “Ah!”. Allora cerco un po’ maldestramente di spiegare che le persone con cui lavoro non hanno scelto la prostituzione.

Qui, in Francia, dove vivo, c’è un vero e proprio movimento pro-lavoratrici e lavoratori del sesso.

Le ragazze che vengono da noi sono definite vittime di tratta perché nel loro percorso sono presenti tre elementi chiave. Un’azione: sono state reclutate da qualcuno, trasportate, trasferite, accolte e ospitate da qualche parte. Un mezzo: minacce, intimidazioni, la violenza, l’obbligo, il rapimento, l’abuso di autorità, menzogne e fabulazioni, insomma, contro la loro volontà o nascondendo loro il terzo elemento che è lo scopo: lo sfruttamento sessuale oppure il lavoro forzato, la servitù, l’istigazione a commettere crimini, ecc. Insomma, provo a dire in trenta secondi tutte queste cose qui e le reazioni che ricevo sono molto diverse tra loro: curiosità, dubbio, stupore, ma anche altre; spesso la realtà di queste ragazze è completamente estranea ai miei interlocutori, che non s’immaginano neanche lontanamente le condizioni di vita delle ragazze.

Invece Jean, che ho conosciuto a casa di un’amica, mi ha detto: “Pazzesco, nel Vangelo di Luca si legge che Gesù ha perdonato una peccatrice, che gli aveva lavato i piedi, e che per tutti era prostituta. Lui andava incontro a quelle donne, anche se vivevano nel peccato, non le allontanava, non le stigmatizzava, non le giudicava.”
Immaginate il mio stupore nella laica Francia di fronte a questa risposta. Non sapevo cosa dire. Forse l’unico momento della sua vita in cui si era posto il problema della presenza della prostituzione nel mondo era leggendo il Vangelo, in un momento della sua educazione religiosa, da lui definita “giudeo-cristiana”.

Però questo episodio mi ha fatto riflettere.

Mi ha in effetti riportato nella mia amata Palestina, nella sua aria polverosa. Anche ai tempi di Gesù la prostituzione non era una scelta. Era il destino delle bambine orfane, senza nome, abbandonate o vendute come schiave.

E poi mi è venuta in mente l’Albania. In una regione del nord dove dominano le montagne c’è una città, Skhodra, e un lago bellissimo. In quell’area la maggioranza della popolazione è cattolica. Da questa regione particolarmente povera, come da altre parti del paese, provengono molte delle ragazze albanesi che approdano nelle città italiane passando principalmente per la Puglia. Dico approdano perché il “viaggio” è spesso a bordo di uno zodiac, un gommone, che parte da Vlora e arriva sulle coste pugliesi, di notte. Lì c’è un taxi che le aspetta. Direzione Napoli.

Se dovessi raccontarvi un colloquio tipico, nel mio ufficio, con una ragazza albanese vittima di tratta, vi trovereste davanti a un foglio bianco. Riempito di silenzio. Tanto è difficile per queste ragazze parlare dei maltrattamenti che hanno subito.
Maltrattamenti è un eufemismo.
Evocare un ricordo è un’esperienza estremamente dolorosa. Davanti a me, è come riviverlo. “Mi vergogno a parlare all’interprete in albanese della mia storia. Mi vergogno di quello che ho fatto.” Preferisco parlare in italiano con te.
La mia pagina rimarrebbe bianca e umida. Lacrime silenziose, discrete. Quasi ad aver paura di fare rumore.

Le ragazze che vengono nel mio ufficio sono coraggiose. La maggior parte delle donne albanesi sfruttate nella prostituzione non riesce a parlare, non denuncia, perché la violenza della mafia che controlla è talmente spietata che assumersi rischi non è un’opzione possibile.
Quando arrivano qui in Francia, sono spesso passate per altri paesi: principalmente l’Italia, la Svizzera, il Belgio, l’Olanda.
Trasferire le ragazze tra un paese e l’altro è un metodo per “rinnovare la merce” alla clientela, ma anche per disorientare le ragazze, fare in modo che non si abituino a niente. Meno conoscono, più è facile controllarle. La mafia albanese è particolarmente potente nel traffico di droga, armi, documenti falsi e delle donne per la prostituzione, e non solo albanesi. Ha contatti ovunque: una fitta rete di contatti locali e internazionali incredibilmente difficile da ricostruire. È una mafia strutturata in clan familiari ben organizzata, e in stretta collaborazione con quelle italiane. “Si dice che la bandiera albanese abbia un’aquila a due teste che guarda al contempo le coste albanesi e quelle italiane”.

Una delle specificità angoscianti di questo traffico albanese è la figura del “lover boy”. Gli uomini che reclutano le ragazze, nella maggior parte dei casi minori, sono i loro fidanzati. Un incontro “fortuito”, nel villaggio di origine o nelle grandi città, sei o sette mesi di corteggiamento, regali costosi, promesse di vita da sogno in Europa. A volte i fidanzamenti avvengono in presenza delle due famiglie, a volte segue anche il matrimonio. Si tratta di un sogno meraviglioso che si realizza, per una ragazza che è cresciuta nelle campagne conservatrici dove vige il Kanun, il rigido codice comportamentale della tradizione. Tante attenzioni, amore folle, ribellione adolescenziale, voglia di scoprire il mondo, di scappare.

Una volta arrivati insieme in Italia, il sogno va presto in frantumi. Il marciapiede. Improvvisamente i soldi non ci sono più, si deve rimborsare i regali ricevuti, la vita costa. Oppure piano piano, subdolamente, s’insinua la richiesta di scopare con un amico, per fargli piacere. Poi più di uno. Poi degli sconosciuti. Poi la transazione economica sotto gli occhi della ragazza che non tocca il denaro.
In un batter d’occhio si ritrova sola. Rinchiusa in una casa sconosciuta. Unica possibilità di uscire: il marciapiede, ma sotto stretta sorveglianza di uno sconosciuto. Quindici minuti per atto sessuale. Poi lo scagnozzo di turno viene a controllare e imporre di passare al prossimo cliente. Nessun amico, nessuna amica. Solo la televisione italiana.

E la violenza. Botte se non ha guadagnato abbastanza. Cinghiate per far capire chi comanda. Quello che prima era fare l’amore è diventato stupro, soprattutto quando il protettore torna a casa a tarda notte dalla discoteca, dai bar, ubriaco. Minacce, urla, pistola, coltello. Un figlio. Ma non è sicuro che sia suo, potrebbe essere di un qualsiasi cliente. Allora botte. Parto. Marciapiede. Si ricomincia. Devi fare almeno 500 euro al giorno. Mille se sei minorenne.
Senso di colpa. La vittima che si ritrova a pensare che sia colpa sua se si trova in questa situazione. Senso di colpa per non guadagnare abbastanza. Senso di colpa per aver lasciato la famiglia. Senso di colpa per il figlio nato per sbaglio, a cui non sa che futuro potrà offrire.

Scappare non è facile. Sperare che lo sfruttatore venga arrestato sembra quasi più realistico. A volte le ragazze vengono vendute ad altri sfruttatori che le porteranno altrove. 25.000, 30.000 euro. Ci sono mercati di schiave sessuali albanesi. A volte un cliente le compra e le “libera”. Sposa il suo oggetto sessuale.
Tornare a casa dalla famiglia? Presupponendo che la ragazza abbia mantenuto un qualsiasi rapporto cordiale coi familiari, se prova a scappare per tornare da loro, il “fidanzato” dirà loro che in Italia faceva la prostituta. Sarà ripudiata.
Denunciare? Vuol dire uscire, ma chi poi garantirà la massima sicurezza, un rifugio lontano, un nascondiglio alla giovane donna? L’ignoto, e le rappresaglie possibili fanno ancora più paura della terribile situazione nota.

Le ragazze albanesi vengono sfruttate in strada, in club privati, nei bar, nelle vetrine, come in Belgio, nei quartieri “caldi” delle metropoli europee. Hanno clienti ricchissimi, come in Svizzera, e piacciono ai razzisti che vogliono le “bianche”. Le loro storie sono sempre diverse, raccapriccianti: la rete di trafficanti albanesi si adatta costantemente ai cambiamenti, sa dove la polizia cerca prove e allora si sposta altrove. Inventa. Trova mercati migliori per la loro merce: corpi di giovani donne follemente innamorate.

Non avrò mai più fiducia in un uomo, mai.
In questa frase, che ho sentito ad ogni colloquio, c’è tutto: inganno, recluta, trasporto, prigionia in casa, schiavitù in strada.

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.