/

Tre ore e mezza da Trieste

L’ipocrisia di una politica che accoglie i pochi profughi afghani arrivati con un ponte aereo, ma li respinge sul confine orientale

Bihać. Photo credit: Andrea Sabbadini

Adesso anche l’ultimo C 130 è rientrato da Kabul con il suo carico umano di profughi in fuga da un Paese devastato da oltre 40 anni di guerre e con l’incombente pericolo dei talebani di cui si temono violenze e ritorsioni, soprattutto per chi in questi anni ha appoggiato le forze afghane regolari e i militari della NATO.
Abbiamo ancora tutti negli occhi quelle immagini strazianti delle madri che lanciavano i loro figli oltre il filo spinato del muro di cinta dell’aeroporto affidandoli ai militari in partenza nel disperato tentativo di assicurare, almeno a loro, un futuro diverso da quello di essere uccisi, rapiti o addestrati come kamikaze, anche al prezzo di non vederli più, di morire di dolore; oppure quelle dei giovani che, in preda al terrore, hanno tentato la fuga aggrappandosi ai carrelli degli aerei in partenza.

Quasi tutte le forze politiche (a parte Lega e Fratelli d’Italia) si sono dette disponibili a predisporre piani di accoglienza e corridoi umanitari e anche molti Sindaci delle città italiane, da Beppe Sala a Virginia Raggi, hanno dato la loro disponibilità ad accogliere.
Per una volta – verrebbe da dire – vediamo il volto umano della politica che riesce a mettere da parte populismi, egoismi, disumanità e offre assistenza, le cure necessarie alla sopravvivenza e progetti di integrazione in quanto queste persone difficilmente riusciranno un giorno a fare ritorno al loro Paese.

Eppure io non riesco a non cogliere in tutto questo una vena di ipocrisia.

Ora, che la tragedia è sotto gli occhi del mondo, ecco la politica farsi bella, mostrare il lato migliore, umano, attivando un ponte aereo che, nel giro di pochi giorni, ha portato in Italia quasi 5000 profughi.
Allora io mi chiedo: perché questa politica non mostra lo stesso interesse verso i profughi, in gran parte afghani, che tra botte, torture (in particolare da parte della polizia croata) e respingimenti illegali da parte di Croazia, Slovenia e perfino Italia (anche se sembra che, dopo la condanna da parte del Tribunale di Roma, questa odiosa pratica si sia in parte affievolita) percorrono la “rotta balcanica”?

Ne abbiamo incontrati molti durante le nostre undici missioni in Bosnia, con l’Associazione Mamre di Borgomanero, tra il 2018 e il 2019 (poi interrotte a causa del Covid 19): centinaia di persone che procedevano in fila indiana nella neve, con vestiti e scarpe inadeguate, avvolti in una coperta e con sandali infradito ai piedi, spesso con i segni delle percosse o bruciature di sigarette sul corpo; stanchi, affamati, infreddoliti, volti e di corpi di persone il cui sangue ha lo stesso colore del nostro, eppure disprezzati, odiati, scacciati come animali selvatici. Erano soprattutto giovani, ma c’erano anche intere famiglie e, purtroppo, anche minori non accompagnati.

Durante le nostre missioni nel cantone di Una Sana, una regione a nord ovest del Paese, al confine con la Croazia, abbiamo portato – in collaborazione con la Croce Rossa di Arona – vestiti, scarpe, sacchi a pelo, coperte, articoli per l’igiene personale, pentoloni, mestoli e perfino una lavastoviglie industriale; materiale che abbiamo donato alla Croce Rossa di Bihac insieme al denaro occorrente ad acquistare i prodotti con cui i volontari preparavano i pasti destinati ai profughi sistemati nel Dom Borici, un lugubre fabbricato che avrebbe dovuto diventare uno studentato, ma i lavori vennero interrotti nel ’93 a causa della guerra. Questo casermone, posto in cima ad una collina alla periferia di Bihac, sprovvisto di acqua, luce, riscaldamento (inizialmente anche di porte e finestre), ospitava perlopiù famiglie con bambini, mentre nel boschetto antistante si trovavano tende improvvisate entro le quali vivevano soprattutto giovani.

Quello del Dom Borici non è l’unico campo che tra il 2018 e 2019 abbiamo visitato, poiché all’orrore non c’è mai fine. Ben più scioccante è stato l’incontro con il campo di Velika Kladusa, una località a ridosso del confine croato, 60 km a nord di Bihac, dove una tendopoli di fortuna offre riparo (ma è un eufemismo) a 300, 400 persone. Il terreno sul quale sono poste le tende, dalle quali spuntano i visi spauriti di alcuni bambini, quando piove si trasforma in un fangoso acquitrino; i pasti sono assicurati dai volontari delle associazioni No Name Kitchen e SOS Team Kladusha che provvedono anche alla distribuzione di vestiti usati e offrire le docce. Ma ancora più sconvolgente è stata la visita al campo di Vucjak, località che significa “la tana del lupo”.
La zona dove è stato allestito il campo profughi (fortunatamente chiuso nel dicembre 2019) è un’ex discarica di rifiuti tossici a cielo aperto dove la municipalità di Bihac, di cui fa parte il territorio, aveva inizialmente previsto di allestire un canile, dato l’elevato numero di randagi presenti in città, ma la zona non è stata ritenuta idonea per i cani … ma per gli uomini sì. Nelle tende, offerte dal governo turco, si stipavano centinaia di persone: tanti erano nelle tende a preparare sul fuoco, alimentato da piccoli rametti di legno recuperati nei boschi, qualcosa da mangiare; altri si lavavano vestiti alle docce allestite all’aperto; altri ancora camminavano con ciabatte, scarpe rotte o infradito; chi disponeva di un paio di scarpe buone, le riservava per il game, il gioco, come lo chiamano loro perché, come nel gioco dell’oca, quando superi l’arrivo sei costretto a tornare indietro. E c’è chi questo gioco lo ha tentato cinque, dieci, e perfino più di cinquanta volte. Quando abbiamo ascoltato le loro storie nei vari campi di sembravano assomigliarsi un po’ tutte: c’è chi è scappato dalla furia dell’ISIS; il barbiere che ha dovuto abbandonare in fretta e furia la sua attività a causa della Sharia, la Legge islamica che vieta agli uomini di radersi; c’era il cristiano che non voleva essere indottrinato a forza dai talebani in una scuola coranica; e il giovane pakistano a cui ho chiesto: “Perché fuggi? In questo momento non c’è la guerra nel tuo Paese!”; e lui mi ha risposto: “Quando hai 18 anni e i talebani ti mettono in mano una pistola e ti dicono: “vai e uccidi quel cristiano!” hai davanti a te due possibilità: o uccidi e diventi un assassino come loro; oppure fuggi per non essere ucciso a tua volta. E io non volevo diventare un assassino” (“I didn’t wanna be a Killer”). Poi ci sono storie di vendette famigliari, di abus… .

Ci sono padri, perché li abbiamo visti – e permettetemi questa piccola digressione – che per la sopravvivenza dei loro figli hanno gettato alle spalle quel poco che è tutto ciò che avevano; disposti a qualsiasi sacrificio, perfino l’estremo, pur di raggiungere un luogo che possa accogliere i loro sogni viventi; pur di assicurare a quegli occhi, nei quali si sono rispecchiate le loro speranze, un futuro degno di questo nome.
E poi, ce ne sono altri, che vediamo ogni giorno, così miopi d’empatia e sentimenti da insegnare al sangue del loro sangue che la vita delle persone che vengono da lontano, in fondo, non è così importante. Sono quelli che, chiusi nel loro egoismo, non riescono a comprendere le conseguenze che hanno parole come identità, confini, patria, orgoglio nazionale… Sono queste le parole che utilizzano nei loro proclami i “nostri” leader sovranisti, i fomentatori di odio, i seminatori di paura sulla quale costruiscono il loro consenso politico e il loro potere.
Ora, il nuovo simbolo di questo infernale imbuto rappresentato da questo estremo lembo di Bosnia è il nuovo campo di Lipa, dopo che il precedente era andato distrutto da un incendio la vigilia dello scorso Natale, lasciando un migliaio di profughi a lungo senza un riparo, in preda a neve e gelo.
In seguito alle proteste e alle pressioni dell’Unione Europea, l’esercito bosniaco ha realizzato una tendopoli temporanea in attesa della completa ricostruzione del campo con standard e accorgimenti che lo rendano abitabile anche nelle condizioni del gelido inverno balcanico. Questo campo, benché provvisorio, ha assicurato a questi disperati di avere un riparo sulla testa, e di non essere costretti a dormire nei boschi su lastre di ghiaccio e riuscendo, in qualche modo, anche a riscaldarsi. Tuttavia le loro condizioni restano estremamente precarie, con forniture idriche assolutamente limitate, servizi igienici del tutto inadeguati e insufficienti, e con gli ospiti, fra i quali tanti minori, privi di calzature e indumenti adeguati ad affrontare il gelo eppure costretti a un continuo contatto con un terreno coperto di neve o di fango.

E pensare che per mettere fine a questo orrore, a queste tragedie, non servirebbe neanche un ponte aereo a migliaia di chilometri da noi ma, come diceva Valerio Nicolosi, giornalista di Micro Mega, al programma Agorà, in onda su Rai 3:

…basterebbero dei pullman: da Trieste la Bosnia non dista più di tre ore e mezza di auto…”.

Invece, come accennavo all’inizio, succede infatti che al confine italo-sloveno, in aperta violazione con le Leggi nazionali e internazionali, negli scorsi mesi il Viminale abbia destinato una parte dei militari destinati all’operazione Strade sicure ai pattugliamenti di frontiera: le autorità le definiscono eufemisticamente riammissioni, mentre il vice-sindaco leghista di Trieste, Paolo Polidori, preferisce chiamarli apertamente respingimenti: “Li fanno in tutta Europa – dice – solo noi della Lega non possiamo, altrimenti ci tacciano di razzismo”.
Quando arrivano a Trieste, passando attraverso i boschi in piccoli gruppi di due, tre o quattro persone, la polizia li lascia entrare, li tiene d’occhio con i droni, poi, quando tendono a raggrupparsi in piazza in trenta o quaranta, arrivano i poliziotti, li caricano su un pullman, rassicurandoli che sono ormai al sicuro e li portano in una ex-caserma militare a poche centinaia di metri dal confine. Qui vengono rifocillati, quindi vengono fatti risalire sul pullman, convinti di essere accompagnati in un posto sicuro, invece vengono riaccompagnati in Slovenia e consegnati alla polizia locale, che li riporterà in Croazia e, dopo ulteriori botte e umiliazioni, rispediti in Bosnia.

Nello scorso novembre il Tribunale di Roma ha sancito l’illegalità della procedura delle “riammissioni” dall’Italia alla Slovenia (che nel 2020 ha riguardato almeno 1.400 persone) in quanto viola le norme internazionali, europee e nazionali che regolano l’accesso alla procedura di asilo, in particolare l’articolo 10 della costituzione italiana, l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati che sancisce il divieto di respingimento e l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce lo stesso principio. 
L’ordinanza del Tribunale di Roma ha confermato i comportamenti illegali messi in atto dal Viminale – nonostante le smentite e le parziali ammissioni da parte del Ministro dell’Interno – che hanno esposto consapevolmente le persone a trattamenti inumani e degradanti lungo la rotta balcanica e a torture in Croazia.
— 

* Gabriele Sala è un infermiere da pochi mesi in pensione, collabora con l’associazione Mamre di Borgomanero (NO) che, sul territorio, si occupa di donne vittime di violenza e dei loro bambini, ma anche di persone migranti con missioni in Libano nei campi profughi siriani e in Bosnia-Erzegovina.
L’associazione collabora con “Linea d’ombra” di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, con l’associazione 20k di Ventimiglia; con don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno, a cui porta aiuti alimentari destinati a sostenere i migranti che cercano di attraversare il confine con la Francia.
Recentemente è stata a Napoli, nei quartieri di Scampia, Sanità e San Giovanni a Teduccio per sostenere le attività di lotta al degrado e alla povertà messe in atto da alcuni sacerdoti coraggiosi e molti volontari impegnati in questa battaglia.
L’associazione pubblica la rivista “IQBAL” distribuita gratuitamente in un numero limitato di copie e scaricabile sul sito.