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Accoglienza in famiglia: un modello che valorizza l’autonomia della persona migrante

Come la convivenza può permettere di rompere delle barriere e curare la sofferenza: l'esperimento di Refugees Welcome Italia

Photo credit: Refugees Welcome Italia

Alhassane Hamidou Abdoulaye, ragazzo nigerino di 23 anni, è arrivato sulle coste siciliane nel 2017. Come molti giovani ragazzi che sono giunti ai nostri confini anche questo inverno, anche lui è passato per la Libia e poi si è affidato al mare per l’ultimo pericoloso tratto della traversata. La sua vicenda, balzata alle cronache nelle ultime ore 1, offre un esempio antitetico rispetto a quella della maggior parte delle persone migranti che quotidianamente si inseriscono nei molteplici canali dell’accoglienza. La storia di Alhassane si colloca nell’ambito del progetto di Refugees Welcome ItaliaDalle Esperienze al Modello: l’accoglienza in famiglia come percorso di integrazione2 , finanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione del Ministero dell’Interno e realizzato in collaborazione con i Comuni di Bari, Roma, Palermo, Ravenna e Macerata e l’Università di Tor Vergata.

Alhassane aveva vissuto in vari centri di accoglienza e aveva lavorato senza contratto nelle campagne alle dipendenze di ricchi caporali. Ma una volta accolto in famiglia si è iscritto a un istituto professionale dove ha potuto formarsi. Nel 2021 si è diplomato come operatore sociosanitario e adesso lavora come mediatore culturale nel centro polifunzionale di accoglienza Casa delle Culture nel quartiere San Paolo a Bari. Presto andrà a vivere da solo.

Nel video sulla sua storia, riporta come l’esperienza in famiglia gli abbia permesso di rompere una barriera che per la maggior parte delle persone migranti in Italia resta invalicabile: quella che li separa dal contesto istituzionale e sociale che se ne fa carico, nel lungo iter giudiziario della regolarizzazione e nel processo di (supposta) integrazione nei valori e nella cultura del nuovo paese. Questa separazione, tradizionale entro le mura dei centri di accoglienza, finisce per alimentare una narrazione precisa di migrante: da soggetto vitale, con una forte capacità di autodeterminarsi quale era fino al momento dell’arrivo in Italia, qui diventa una creatura passiva, agganciata ad attese e cavilli giuridici, dipendente dai meccanismi istituzionali al punto da diventarne vittima.

L’accoglienza in famiglia interpella categorie completamente diverse: l’inserimento in un ecosistema connotato da forti elementi di intimità, un lessico familiare e codici estremamente soggettivi. In un contesto familiare la barriera istituzionale che fa del migrante il beneficiario e degli operatori i benefattori viene annientata, il cono dell’attenzione non è orientato più sul migrante soggiogato dalle logiche assistenziali dell’accoglienza, ma sulla relazione tra persone. Basandosi sul coinvolgimento di una cittadinanza attiva strutturata in gruppi di attivisti radicati sul territorio, il progetto di Refugees Welcome include dunque anche le famiglie accoglienti, chiamate a interagire con persone che vengono da lontano, con paradigmi culturali, un immaginario e dei valori diversi da quelli europei.

Problemi strutturali o contingenti?

La regolarizzazione giuridica è solo il primo passaggio; per realizzare una vera integrazione, occorre restituire alle persone migranti il senso di uno spazio e di un tempo che gli appartengono. Ma lo spazio e il tempo si assottigliano fin quasi a sparire quando la vita quotidiana si srotola nelle forme standard della seconda accoglienza: i centri del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) e i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) accolgono un altissimo numero di rifugiati e richiedenti asilo, arrivando a ospitare in alcuni giorni fino a cento persone in giganteschi edifici su più piani.

Il tipo di supporto offerto è finalizzato a soddisfare i bisogni di base: ci sono servizi igienici, distribuzioni di cibo e posti letto, ma spesso non vi è lo spazio per l’ascolto di esigenze meno immediate o meno visibili; quando non prese in carico, queste esigenze vengono somatizzate o si cronicizzano, rendendo poi necessaria una presa in carico di tipo clinico. Gli operatori sociali di CAS E SAI riportano numerosi episodi di depressione, ansia e comportamenti violenti all’interno delle strutture, in cui a fronte di un alto numero di soggetti traumatizzati dalla rotta vi sono pochi servizi che si facciano carico della loro salute mentale.

La dimensione del trauma, oltretutto, non esaurisce il quadro psicologico dei migranti accolti; in numerosi report viene messo in luce quanto la perdita della facoltà di dare una direzione al proprio tempo, l’impossibilità di proiettarsi nel futuro, la caduta in una dimensione di attesa perenne siano fattori determinanti della sofferenza del migrante, responsabili di effetti a lungo termine sulla sua salute mentale.

Un noto psichiatra osserva che il disagio psichico viene fortemente impattato dalle condizioni di vita in Italia, e che ogni realtà nello sfaccettato mondo dell’accoglienza genera il suo particolare spettro di sofferenze. Precisa che si dovrebbero fare molte distinzioni tra l’accoglienza diffusa e i grandi casermoni, che siano SAI, CAS e che si dovrebbero fare delle distinzioni tra CPR e centri con libertà di movimento, e altre ancora.

In ogni caso, si tratta di luoghi che per propria natura limitano la libertà di autodeterminazione e la possibilità di fioritura umana; il professionista con cui abbiamo parlato evidenzia che l’entrata in questi sistemi di accoglienza comporta la scelta o l’obbligo di inserirsi dentro un’istituzione che, se da un lato ha la grande capacità di prendersi cura su vari livelli dei bisogni del migrante, dall’altra è in grado di interferire con le sue scelte più essenziali: “É molto diverso se vivo a casa mia, faccio la spesa con i miei soldi, dormo con la mia compagna nel mio letto e poi vado in un ufficio pubblico a negoziare le mie necessità o se vivo all’interno di un’istituzione governata da Stato, Regione, Comune, che mi prepara il cibo, mi dà i soldi e controlla quello che faccio… questo genera posizioni di potere molto forti”.

L’indipendenza economica e il radicamento in un tessuto sociale con una memoria storica e una identità culturale riconosciuta dagli altri sono elementi imprescindibili in un percorso di integrazione vera. La storia di Alhassane diventa tanto più rilevante in questo senso, se confrontata con il lungo iter di accoglienza in grandi strutture, con servizi e mezzi insufficienti.

F.P., operatrice sociale presso un CAS, ha molto da dire al riguardo. “Quando sono arrivata qui, sono stata catapultata in un mondo molto caotico”, racconta. “Nella struttura c’erano più di cento ospiti. E molti ragazzi accolti avevano delle vulnerabilità psicologiche”. Spesso questo tipo di accoglienza, massiccia e dislocata rispetto ai centri abitati, rende impossibile qualsiasi forma di contatto con la popolazione locale: “L’edificio è isolato dalla città, la strada per spostarsi è molto pericolosa, noi cerchiamo di fare indossare la pettorina catarifrangente ai ragazzi ma lì le macchine vanno veramente veloci. A volte sembra un po’ di entrare in un ghetto“.

Questa dissociazione dal territorio non fa che aggravare la già inevitabile barriera linguistica e culturale che rischia di isolare i migranti durante i primi anni in Italia. A questo scenario devono aggiungersi operatori inadeguati per formazione a instaurare una reale relazione con i migranti accolti, o con operatori competenti in contesti che impediscono loro di svolgere un intervento realmente efficace. “Con le energie che abbiamo a disposizione è molto difficile stare dietro a tutti. È difficile stabilire un rapporto con delle persone che singolarmente vedi così poco.

I risultati dell’esperimento

Il 15 dicembre scorso sono stati presentati i risultati di questo esperimento: nel corso dei tre anni di progetto, in cui sono state attivate 113 convivenze in famiglia con Refugees Welcome Italia, il 90% dei rifugiati accolti hanno raggiunto la piena autonomia. La dimostrazione che, se vi sono forme di sofferenza invalidanti nel mondo dei migranti accolti, queste vanno cercate al di fuori della dimensione del trauma migratorio; cioè nelle maglie di iter burocratici che sospendono decisioni e proiezioni sul futuro, tra le mura di centri che annichiliscono le persone, in abitazioni costruite apposta per ghettizzare una categoria della popolazione.

Oltretutto, concentrando nel nucleo di una sola famiglia i principali attori coinvolti nel processo di integrazione, questo modello “aiuta a superare la frammentazione delle diverse chiamate alla società civile (affido, tutori volontari, famiglie affiancanti) e crea una procedura amministrativa univoca”, come affermano i promotori del progetto. Nella seconda accoglienza del SAI o dei CAS vi è un rimpallo della vicenda del migrante dalla commissione territoriale al tutore, dal referente di struttura allo psicologo, in molti casi senza mai incontri congiunti e piani d’equipe – niente potrebbe ledere di più l’integrità personale di un migrante.

  1. Migranti: Alhassane, dalla fuga dal Niger all’integrazione, Ansa – 19 gennaio 2022
  2. I risultati del progetto: https://refugees-welcome.it/risultati-progetto/

Rossella Marvulli

Ho conseguito un master in comunicazione della scienza. Sono stata a lungo attivista e operatrice nelle realtà migratorie triestine. Su Melting Pot scrivo soprattutto di tecnologie biometriche di controllo delle migrazioni sui confini europei.