Stazione di Zahony, Ungheria, 3 Marzo 2022
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Istantanea di un esodo: la solidarietà

Un reportage fotografico di Emanuela Zampa dai confini con l'Ucraina

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Tre frontiere in 4 giorni, 1.600 km percorsi in 32 ore per riuscire ad avere un’istantanea dei primi giorni di quello che si preannuncia come l’esodo in Europa più imponente dai tempi della Seconda guerra mondiale e della guerra nell’ex Jugoslavia. Ad oggi sono già oltre 3 milioni i profughi ucraini che hanno oltrepassato le frontiere dei paesi limitrofi per cercare riparo, principalmente in Polonia, ma anche in Ungheria, Slovacchia e Romania.1

Paesi che negli ultimi anni non si sono distinti per l’accoglienza dei profughi provenienti da altre guerre più lontane: è stata ben documentata la barriera di 175 km eretta dal premier ungherese Orban al confine con Serbia e Croazia, ma anche ciò che è successo, e probabilmente continua a succedere, nella zona frontaliera tra Polonia e Bielorussia. Nel 2019 la Polonia ha rifiutato in via definitiva oltre il 90% delle richieste di asilo mentre in Ungheria non sono state prese decisioni in merito. La Romania fa un po’ meglio, accettando poco più del 20% delle richieste 2.

Si potrebbe quindi pensare che siano paesi non organizzati ad accogliere e che un flusso tanto massivo di persone sia ingestibile. Al contrario, quello che si può testimoniare è un’incredibile risposta solidale da parte di associazioni e società civile, ancor prima delle ONG; ed un’organizzazione precisa da parte delle istituzioni nell’offrire ospitalità di emergenza e trasporti verso altri paesi europei.

Checkpoint di Sighetu, Romania, Marzo 2022 “Per te che sei morto in questa guerra ingiusta. Luce eterna!”

Alla frontiera polacca di Medyka e nella vicina cittadina di Przemyśl sono accorsi da tutta Europa volontari con furgoni carichi di abiti caldi e beni di prima necessità, sia per le persone che per i loro animali domestici. A pochissimi giorni dall’inizio dell’esodo sono stati allestiti punti informazioni, distribuzione di schede telefoniche gratuite, interpreti, food truck e cucine da campo che offrono quello che possono, caffè e chai (té) caldo distribuito ovunque per riscaldare questa marea di persone costrette a stare per giorni in attesa con temperature vicine allo zero. I vestiti donati che non trovano più posto nei magazzini vengono riversati in pile in un piazzale della cittadina. Eppure, è confermata e verificata la notizia che a passare questo confine sono comunque principalmente gli ucraini, mentre tutte le altre nazionalità vengono in qualche modo respinte o tenute in attesa più tempo degli altri. Sono per la maggior parte studenti e lavoratori che partecipavano a programmi di studio internazionali, quindi regolarmente presenti sul territorio ucraino al momento dell’invasione russa. Incontro alcuni di loro a Sighetu, uno dei check point di ingresso in Romania.

Alexander, nigeriano, che studiava insieme alla sorella rispettivamente medicina e economia, racconta di come la sorella si riuscita a raggiungere Lviv (Leopoli) e da lì ad arrivare in Polonia dove lo aspettava un altro fratello che vive in Germania, mentre lui dopo «aver avuto problemi con i soldati ucraini» e aver capito quanto fosse congestionata la frontiera polacca, si è recato a quella rumena. Un gruppo di studenti egiziani conferma «ci hanno respinto, non sappiamo perché, siamo poi venuti direttamente qui». 

In Ungheria la stampa viene tenuta ben lontana dai check point e non è possibile capire quante persone sono in attesa. Quello che è certo è che vengono prelevate direttamente da dei bus destinati a vari paesi europei: vedo passare un bus diretto in Portogallo e mi viene riferito che il giorno prima sono partiti anche dei bus per l’Italia. La sensazione è che vogliano far transitare i rifugiati più velocemente possibile. Tutti, senza distinzione. 

Anche chi arriva in treno viene assistito immediatamente, alle stazioni di Przemyśl in Polonia e di Zahony in Ungheria le persone vengono rifocillate e smistate in dormitori di emergenza o direttamente verso le varie destinazioni, per chi ha un parente già in un paese UE o si appoggia ad una delle tante comunità ucraine della diaspora, già importante, di questo popolo.

La risposta più semplice ed istintiva a tutto questo ha il sapore amaro della parola razzismo, e lo è, ma è anche più complesso di così. Questi rifugiati non sono semplicemente bianchi, sono il nostro specchio. Lo sono per il fatto che sono i primi a scappare: sono quelli che son stati fortunati, perché vivevano in una zona che non è stata assediata, perché hanno una macchina e del denaro per poterla muovere, perché hanno un passaporto valido e pronto. Oltrepassano le frontiere ai regolari check point, perché nessuno ha stabilito che il loro documenti non valgono, indossano ancora i loro indumenti, quelli che hanno scelto e che li rappresentano, appaiono ancora esattamente come noi, e le poche cose che sono riusciti a portarsi via sono come le nostre.

Accessori, abiti, oggetti, animali domestici, dettagli di moda. Non sono ancora stati spogliati di ciò che li definisce e identifica all’interno della nostra comune cultura della globalizzazione e della rete, non sono ancora stati privati della loro dignità personale o della libertà di autodeterminarsi. Sono ancora umani, come noi. Così, ci mettono davanti l’immagine precisa di ciò che rischia di accadere a tutti noi, e la risposta empatica della società civile, che sembrava essere stata anestetizzata dai nazionalismi che abbiamo visto risorgere nei paesi europei negli ultimi anni, si rivela intatta nella paura e ci fa ripassare mentalmente l’elenco delle cose che conviene tenere pronte ad una partenza improvvisa.

Grazie a questo, a questa risposta in realtà sincera e profondamente umana, quelli che vediamo sono rifugiati che riescono ancora a sorridere, che all’arrivo, seppur impauriti e disorientati come tutti i rifugiati, ricevono un calore umano che regala loro la sensazione di essere almeno per un momento, in salvo, accolti.

Vedremo, nelle prossime settimane, quando crescerà il numero di persone che arrivano alle frontiere in condizioni di forte vulnerabilità, quando aumenteranno i gradi di separazione sociale e non ci somiglieremo più, cosa succederà. A noi, a loro, e a tutti gli altri. 

La previsione è di raggiungere i 4 milioni di profughi in brevissimo tempo.

Przemyśl, Polonia, Marzo 2022
Przemyśl, Polonia, Marzo 2022
  1. Dati del 16 marzo 2022. Fonte: http://data2.unhcr.org/en/situations/ukraine?utm_medium=email&vm=single
  2. Distribution of final decisions on asylum applications (from non-EU-27 citizens) by outcome, 2019 (%)