Foto tratta dal rapporto «Te la ricordi, vero, l'Albania?»
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«Te la ricordi, vero, l’Albania?»

Report di un sopralluogo giuridico

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Il 14 aprile 2022 è stato pubblicato il report “Te la ricordi, vero, l’Albania?”1 a cura del progetto Medea di ASGI realizzato in collaborazione con SOS Diritti e l’APS Lungo la rotta balcanica. Il report nasce dal sopralluogo giuridico di una delegazione di attivisti e avvocati di queste tre realtà avvenuto nel giugno 2021 con la duplice funzione di raccogliere informazioni di tipo giuridico sulla gestione delle migrazioni e delle procedure di asilo nel territorio e di indagare il ruolo di Frontex sulle coste albanesi.

Lo scorso settembre Melting Pot aveva avuto l’occasione di intervistare2 due rappresentanti della delegazione, Matteo Astuti ed Ermira Kola. In quell’occasione, si era discusso soprattutto della percezione della società civile albanese nei confronti dei migranti e della narrazione del “doppio binario” (paese migratorio e paese di transito) ancora così forte in Albania.

Cosa emerge dal report?

Con un’analisi del bisogno di approvazione internazionale dell’Albania e del sentimento nei confronti di “chi migra” degli albanesi, popolo migrante negli anni ’90 alla volta di Bari, Brindisi e Otranto in cerca di condizioni di vita migliori, il report offre uno spaccato delle questioni politiche della Repubblica Albanese, specie in relazione al suo rapporto con l’Unione Europea, e di come queste dinamiche contribuiscano a connotare nella loro natura e nella loro entità i flussi migratori odierni su questo territorio. La condizione di popolo migrante che caratterizza l’Albania (stando a un recente report ufficiale3 , quella albanese è una delle comunità straniere più presenti in Italia e il Paese con il maggior afflusso di immigrazione in Europa) risulta cruciale per comprendere la percezione della rotta balcanica da parte della società civile albanese e anche le motivazioni e l’entità dei movimenti in supporto dei questi migranti in questa regione.

La migrazione del popolo albanese non si è arrestata con il nuovo millennio, e anzi si è evoluta nell’entità e nei canali. Il report contiene un’ampia sezione dedicata all’Albania come paese di origine e destinazione delle vittime di tratta (in particolare donne e ragazzi ai fini di sfruttamento sessuale). Data la portata del fenomeno, l’Albania ha cercato di inquadrare giuridicamente la normativa a tutela delle vittime di tratta con l’adozione di un Piano d’Azione Nazionale Antitratta nel 2005, rinnovato ogni triennio; l’ultimo è relativo al triennio 2021-2023.

La rotta balcanica in Albania

Se fino al 2015 il transito dei cittadini provenienti dalla Turchia seguiva una direttrice unica, che non prevedeva il passaggio per l’Albania (Bulgaria o Macedonia del Nord – Serbia – Ungheria – Croazia), la crescente esternalizzazione delle frontiere e l’aumento delle politiche di controllo e di limitazione della mobilità dell’UE hanno smembrato quel rigido canale in una molteplicità di flussi, alcuni dei quali hanno trovato nell’Albania un varco per il Nord Europa. A partire dal 2019 e dal 2020 c’è stato dunque un costante incremento del numero degli arrivi di cittadini di paesi terzi nella regione. Complice anche la possibilità di raggiungere l’UE via mare tramite la rotta adriatica che dalle coste albanesi giunge a Bari, Ancona e Venezia, ad oggi l’Albania è il quarto paese balcanico più interessato dagli arrivi dopo la Macedonia del Nord, la Serbia e la Bosnia. Queste dinamiche hanno spinto l’UE a intensificare il monitoraggio e i controlli lungo le coste albanesi con l’uso dei propri mezzi militari, in primis Frontex. È bene evidenziare che questi dati evolvono continuamente insieme alle politiche di contenimento dei flussi implementate di volta in volta in quest’area, che portano la rotta balcanica a orientarsi verso la Bosnia o la Serbia, a cercare dei varchi in Romania o in Macedonia, a seconda delle contingenze politiche e militari su questi confini.

Nel corso del 2020 l’Albania ha registrato 2.232 domande di asilo. Il report evidenzia come questo sia «il dato più alto di tutta l’area balcanica, indice di un sistema di accesso alla procedura di protezione internazionale che per un periodo di tempo limitato ha probabilmente funzionato» – pur notando che il dato di domande di asilo del 2020 è in netto calo rispetto a quello del 2019, in cui ve n’erano stato 6.557: un decremento del 66%. Le ragioni di questo decremento sono molteplici, una su tutte le restrizioni alla mobilità dovute alla pandemia. Il dato interessante è però che nel 2021, pur essendoci stato un allentamento significativo delle misure pandemiche sulla mobilità, ha continuato a calare anche il numero di ingressi in Albania rispetto al 2020. Secondo quanto dichiarato da UNHCR, la costante diminuzione delle domande di asilo presentate sarebbe da attribuirsi anche alle procedure applicate alle frontiere: «La polizia di frontiera tenderebbe a non raccogliere più domande di asilo, ritenendole meramente strumentali».

Il quadro normativo albanese in materia di migrazione e asilo

Il report pone un focus particolare sugli aspetti giuridici dell’immigrazione da e per la Repubblica Albanese. Al febbraio 2021 risale la nuova Legge sull’Asilo n.104 , che ha sostituito la precedente legge n. 121 in vigore dal 2014. Anche la tutela dei minori è stata inquadrata all’interno di una Legge apposita5.

Il quadro normativo della Repubblica Albanese in materia di immigrazione, vittime di tratta e minori non accompagnati è stato adeguato di recente per uniformarsi alle direttive europee. Quando uno straniero giunge su suolo albanese, viene sottoposto a un pre-screening con cui si determina se il soggetto rientri in una delle categorie: soggetto cui viene rifiutato l’ingresso, richiedente asilo, potenziale vittima di tratta, minore straniero non accompagnato, immigrato irregolare. Il diritto di asilo in particolare è stato riformato in conformità alle direttive europee e «prevede il riconoscimento di due forme di protezione, lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria».

Il gap tra quadro normativo e prassi attuate sui confini

Nonostante ci sia stato un adeguamento delle normative albanesi al quadro internazionale dell’Unione Europea, le tutele sulla carta spesso non coincidono con la pratica, «non solo per l’assenza di volontà politica nazionale, ma anche in ragione dell’imposizione di tali scelte politiche da parte dell’Unione Europea». Nel 2020 sono stati riconosciute solo 4 protezioni internazionali (ripartite tra status di rifugiato e protezione sussidiaria), tutte nei confronti di cittadini siriani. Dal sopralluogo è emersa la mancanza di uno spazio fisico adibito all’espressione della volontà di richiedere una forma di protezione internazionale da parte del migrante: nei valichi di frontiera sono previsti funzionari con il compito di raccogliere tali domande, ma intorno a questa fase sembra esserci grande confusione. Resta il dato inattaccabile delle testimonianze di respingimenti di migranti in Grecia o al confine con la Macedonia del Nord, oggetto di denuncia da parte delle organizzazioni internazionali6.

Anche i centri di accoglienza per il rimpatrio, normati in un certo modo, nei fatti si dimostrano carenti non solo nei servizi di supporto psicologico e di integrazione dei cittadini stranieri, ma anche nell’elargizione dei servizi essenziali (si fa riferimento a strutture con riscaldamento insufficiente, carenza di prodotti di igiene personale, assenza di attività ricreative, limitazioni dell’accesso all’aria aperta). Complice l’assenza di mediatori culturali in grado di superare la barriera linguistica e culturale, non vengono quasi mai effettuati screening finalizzati all’identificazione di esperienze traumatiche.

Rapporti Albania-Unione Europea

Il complesso percorso di accesso dell’Albania nell’Unione Europea è incentrato sul concetto di “prestazione”: l’Albania ha il dovere di uniformarsi alle direttive e ai quadri normativi dei paesi membri per rendersi un richiedente idoneo all’ammissione nell’Unione – i criteri di massima per tale idoneità sono stati formalizzati e vanno sotto il nome di criteri di Copenaghen7.

In merito ai temi di immigrazione e asilo, tali criteri impongono determinati standard in termini di Stato di diritto, diritti umani e tutela delle minoranze. In questo senso, i paesi in fase di adesione all’Unione vengono visti come strumentali per «migliorare le prestazioni dei sistemi di asilo» e per «potenziare la cooperazione in materia di riammissioni e rimpatrio». È dunque evidente come l’Albania, per il ruolo politico che assume ora all’interno della cornice europea e per la sua posizione geografica nella complessa area di transito della rotta balcanica, si trova a dover implementare politiche finalizzate a compiacere Bruxelles non solo in termini giuridici, ma anche nel promuovere l’approccio securitario e le pratiche di respingimento illegittimo dei migranti. In questo contesto si inserisce anche la presenza nell’area della Guardia Europea di Frontiera e Costiera (Frontex). Nell’ottobre 2018 l’Albania ha sottoscritto uno Status Agreement con la Commissione Europea8. In seguito a tale accordo, entrato in vigore nel 2019, è stata inaugurata la prima Joint Operation: 12 paesi dell’UE hanno fornito strumenti e personale per supportare le operazioni di controllo delle autorità albanesi delle frontiere con la Grecia; si tratta dunque di un pattugliamento congiunto che monitori i confini e prevenga l’ingresso incontrollato dei flussi irregolari. Con la complicità operativa degli agenti di Frontex, vari cittadini stranieri in transito sono stati respinti in Grecia alla frontiera albanese. Le prassi sono quelle adottate da tutti gli stati membri ai bordi dell’UE, Croazia in testa: senza alcuna valutazione individuale dei cittadini e senza offrire lo spazio – dovuto nella normativa internazionale – per richiedere protezione internazionale, i migranti vengono respinti al confine. Alcune inchieste9 documentano questi fatti.

Un ulteriore accordo10 tra Albania e Frontex riguarda il tema dei rimpatri di persone illegalmente presenti nel territorio dell’Unione e l’elaborazione di analisi di rischio congiunte sui flussi migratori tramite statistiche e database. In tale accordo, inoltre, viene concesso a Frontex di usare porti e aeroporti in territorio albanese come basi logistiche per sviluppare la cooperazione operativa. Come scritto nel report, «l’accordo segna quindi apparentemente un salto di qualità nella strategia di azione dell’agenzia sul paese: interventi sempre meno finalizzati a una presenza operativa – sebbene le azioni di pattugliamento congiunto a sud rimangono in vigore – e contestualmente una delega sempre più marcata alle autorità locali». La strategia dell’UE sarebbe dunque quella di rendere l’Albania un bacino da cui estrarre dati utili al monitoraggio e all’analisi, in cui rimandare cittadini di paesi terzi (di qui l’esigenza di consolidare il sistema albanese dei rimpatri) e su cui svolgere operazioni di sorveglianza e pattugliamento aereo e marittimo.

Storie e testimonianze

Il sopralluogo della delegazione Medea-SOS Diritti-Lungo la rotta balcanica si è arricchito di storie e di incontri con gli attori internazionali e locali che in vario modo sono coinvolti nel fenomeno migratorio albanese. Nel report si menzionano istituzioni religiose come Caritas Albania, che finanziata da UNHCR interviene su richiesta nella prima assistenza umanitaria e per operazioni di interpretariato nei luoghi di frontiera, in particolare a Korce, Argirocastro, Scutari, Durazzo e Valona.

È dall’esperienza sul campo e dagli incontri che la delegazione ha avuto modo di trarre preziose informazioni sulle dinamiche che si instaurano in Albania e che sono particolari di una specifica terra e di uno specifico asset politico; ad esempio, si riporta che gli arrivi dalle zone di frontiera al momento del sopralluogo sono molto ridotti «a causa della mancanza di volontà a presentare richiesta di asilo nel paese o del difficile accesso alle procedure di asilo». Caritas Albania riporta che la procedura di pre-screening sia gestita in toto dalla polizia di frontiera, che sottopone ai migranti trasportati nei centri di transito un modulo contenente la domanda specifica sulla volontà di avanzare domanda di protezione internazionale; tuttavia, sembrerebbe che non sempre questa domanda venga fatta alle persone trattenute.

Il valico più battuto dai migranti in transito è quello di Kapstiche, a sud-est del paese.

La delegazione ha effettuato inoltre un sopralluogo esplorativo nei pressi del porto di Durrës, 40 km da Tirana, e un incontro con un funzionario della polizia di frontiera. Si descrive l’atmosfera di attesa al porto, in cui quotidianamente ci sono dei tentativi di scavalcare la recinzione per raggiungere le navi e proseguire la rotta via Adriatico. Dal confronto con abitanti locali è emersa la prassi diffusa di tentare la salita a bordo delle navi passando per il mare, con frequenti incidenti mortali nei pressi dei posti di attracco. Questo tipo di prassi appare confermata dall’incontro con migranti fuori dalla città. «Le modalità», prosegue il report, «[…] sono di nascondersi sotto i tir o di salire a bordo dei traghetti dopo aver trascorso diverse ore in acqua attaccati alle cime e provando a risalirle dopo la partenza del traghetto».

Nei pressi di Korçë è situato un campo temporaneo costituito da container, gestito dalle autorità di frontiera e finanziato dall’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni. Se i migranti manifestano delle condizioni di particolare vulnerabilità, vengono sottoposti a due interviste, una condotta da Frontex, l’altra dalla polizia di frontiera, con cui viene eseguita una prima valutazione sull’attendibilità del loro racconto. In questo contesto, se la persona esprime la propria volontà di fare richiesta di protezione internazionale, viene trasferita al centro di Babrru, a Tirana; in caso contrario, viene accompagnata alla frontiera.

Il gruppo ha avuto modo di incontrare alcuni rappresentanti della Fondazione Emmanuel, una ONG locale in supporto di famiglie bisognose, minori rom e migranti respinti dai paesi UE dove erano precedentemente emigrati. Come riportato anche nell’intervista a Ermira Kola e Matteo Astuti, non vi sono molti movimenti spontanei nati dal basso intorno alla causa migratoria; oltre a profili dichiaratamente istituzionali come UNHCR, EMSA e Avvocato del Popolo, vi sono organi di tipo religioso, come Caritas Albania, che offrono supporto assistenziale, e fondazioni che si occupano di persone bisognose in senso lato come la Emmanuel.

  1. https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2022/04/Report_Final_14apr.pdf
  2. L’intervista rilasciata da Matteo Astuti ed Ermira Kola a settembre 2021: Albania, la rotta nascosta – Progetto Melting Pot Europa
  3. STRATEGJIA-KOMBETARE-E-DIASPORES-2021-2025-2.pdf (diaspora.gov.al)
  4. https://www.parlament.al/Files/Akte/20210203145606ligj%2520nr%2520%252010%2520dt%2520%25201%25202%25202021.pdf
  5. https://www.drejtesia.gov.al/wp-content/uploads/2017/11/04_Ligj_18_2017_23.02.2017_Per_te_drejtat_dhe_mbrojtjen_e_femijes.pdf
  6. https://www.borderviolence.eu/violence-reports/?ri-incident-location-geo-radius=50&ri-pushback_from=Albania&ri-pushback_to=Greece&ri-underage-involved=all&ri-intention-asylum-expressed=all&ri-page=1
  7. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM:accession_criteria_copenhague
  8. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_18_6004
  9. Le inchieste sui respingimenti in Albania: https://www.dw.com/en/is-frontex-involved-in-illegal-pushbacks-in-the-balkans/a-56141370
  10. https://frontex.europa.eu/media-centre/news/news-release/frontex-and-albania-strengthen-their-partnership-o9vW2

Rossella Marvulli

Sono studentessa laureanda in matematica, impegnata con l'associazione di volontariato Linea d'Ombra ODV nella primissima accoglienza dei migranti della rotta balcanica che transita a Trieste.