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«La Tunisia non è un Paese sicuro per noi»

Conferenza stampa dei rifugiati in Tunisia durante la giornata mondiale del rifugiato

Tunisi, 20 giugno. Conferenza stampa dei rifugiati

Tunisi, 20 giugno 2022 – Nella giornata mondiale del rifugiato, noi richiedenti asilo e rifugiati in Tunisia vogliamo inviare un messaggio al mondo: la Tunisia non è un Paese sicuro per noi. Abbiamo bisogno di essere evacuati e reinsediati in un Paese sicuro.

Molti di noi sono arrivati dalla Libia a causa della guerra del 2019. Siamo entrati in Tunisia sia via terra, attraverso un confine pesantemente militarizzato, e sia via mare, in seguito a intercettazioni da parte della guardia costiera tunisina.

Qui non siamo benvenuti, non c’è modo di integrarci nella società e trovare lavoro, anche dopo anni. Le condizioni di vita qui non sono dignitose.

In febbraio 2022, UNHCR ci ha costretto a lasciare i nostri appartamenti, garantendoci solo 750 dinari per i prossimi 3 mesi, che non sono sufficienti a vivere in Tunisia.

Il 9 febbraio 2022 abbiamo iniziato un sit-in davanti all’ufficio di UNHCR a Zarzis. Il 15 aprile, dopo che la polizia ha sgomberato la protesta coordinandosi con UNHCR, il sit-in si è spostato davanti all’ufficio centrale di UNHCR in Rue du Lac 1 Biwa a Tunisi.

Durante questi mesi di mobilitazione siamo diventati 300, abbiamo parlato con i giornalisti, abbiamo fatto conferenze stampa per rendere pubblica la sofferenza che stiamo sopportando, ma questo finora non ha portato a risultati tangibili.

Molti hanno deciso di partire via mare per l’Europa e diversi sono morti in mare, altri sono morti dopo essere tornati in Libia. Quelli che sono rimasti qui hanno incontrato diverse difficoltà: discriminazione, sfruttamento, assenza di un alloggio.

I partner locali di UNHCR non ci permettono di avere una vita dignitosa. La presa in carico dei rifugiati in Tunisia è suddivisa in un complesso meccanismo burocratico che disperde gli sforzi e non ci permette di avere una protezione completa.

La Carta di rifugiato rilasciata dalla procedura di asilo non dà il diritto effettivo a nulla, né all’istruzione, né alla sanità pubblica, né a un lavoro regolare e nemmeno alla mobilità legale all’interno della Tunisia.

Come soluzione temporanea, molte persone sono state trasferite in rifugi a Er-Roued, a 20 km da Tunisi, mentre altre sono ancora in strada davanti alla sede di UNHCR. Ma molti altri rifugiati in Tunisia vivono in una situazione difficile: ecco perché ci facciamo portavoci di tutte queste persone.

UNHCR ha promesso procedure accelerate per l’esame delle nostre richieste di asilo, ma non abbiamo fiducia nell’istituzione e le soluzioni proposte in precedenza sono state disattese. Le pratiche saranno riaperte individualmente e non collettivamente come il nostro movimento aveva chiesto, aspirando in primo luogo all’evacuazione, poiché la Tunisia – lo ripetiamo – non è un Paese sicuro.

Molti di noi cercheranno di tornare in Libia, o di partire via mare, oppure di trasferirsi in Algeria, perché qui non c’è futuro. Pensavamo di trovare protezione in Tunisia: veniamo da contesti difficili, da guerre come in Sudan, Eritrea, ecc.; siamo passati dalla Libia dove le condizioni per i rifugiati erano invivibili.

Tuttavia, anche qui viviamo in una situazione in cui le nostre vite sono in pericolo: uno dei nostri compagni del sit-in, Mohamed Faraj Momin, è morto quindici giorni fa dopo essere stato investito mentre manifestava in strada per i suoi diritti. Ci hanno perfino reso difficile l’accesso alle cartelle cliniche del nostro amico: il Paese non è sicuro, non ci accoglie né da vivi né da morti.

Per questi motivi chiediamo l’evacuazione e la ricollocazione: anche se molti di noi sono stati trasferiti in rifugi di UNHCR, il nostro futuro qui è incerto. Potremmo essere espulsi dai centri di accoglienza, come è già successo in passato. Stiamo quindi cercando di diffondere le nostre richieste al di fuori della Tunisia per avere una speranza di essere ascoltati.

A Tunisi, la mattina di sabato 18 giugno, la polizia ha sgomberato, coordinandosi con l’Agenzia delle Nazioni Unite, ciò che restava del nostro sit-in in Rue du Lac, davanti alla sede di UNHCR.

Lo sgombero ha coinvolto tutte le persone presenti, molte delle quali sono famiglie con bambini piccoli. Le nostre tende, i materassi e gli altri pochi effetti personali sono stati portati via. Anche i giocattoli dei bambini. Secondo quanto riferito, sono stati commessi numerosi abusi da parte della polizia tunisina, anche con l’uso della violenza fisica.

Lo stesso giorno, UNHCR ha annunciato che avrebbe completato il trasferimento del gruppo di Zarzis. Per coloro che sono rimasti in strada non è stata prevista alcuna soluzione. Abbiamo assistito a una selezione casuale tra manifestanti che sarebbero andati nei rifugi e manifestanti che sarebbero stati semplicemente lasciati per strada, senza alcuna considerazione per il loro diritto all’asilo. Lo sgombero sembra avere l’obiettivo di eliminare il problema agli occhi dell’opinione pubblica, facendo semplicemente sparire le persone rimaste davanti agli uffici dell’Agenzia ONU.

In questo modo, con lo sgombero, si tenta di disaggregare definitivamente il nostro movimento che da mesi chiede un’evacuazione collettiva e il riconoscimento della Tunisia come Paese non sicuro per i rifugiati. Abbiamo più che mai bisogno dell’attenzione internazionale. La politica tunisina di repressione violenta delle proteste legittime sta mettendo ulteriormente a rischio le nostre vite.

Le richieste non cambiano. La Tunisia non è un Paese sicuro per noi, persone che abbiamo bisogno di protezione internazionale. I rifugiati e i richiedenti asilo in Tunisia hanno bisogno di essere reinsediati in un Paese terzo sicuro.

Le proteste sono ricominciate oggi, 20 giugno 2022, di nuovo davanti all’ufficio centrale di UNHCR a Tunisi. In questo giorno importante rinnoviamo la nostra rivendicazione: chiediamo una vera protezione internazionale. C’è solo una soluzione: l’evacuazione dalla Tunisia.

Lo diciamo chiaramente: la Tunisia è considerata uno Stato democratico, ma noi rifugiati non abbiamo diritti. Conosciamo la realtà: la Tunisia non è un Paese sicuro. Abbiamo bisogno di un’evacuazione immediata verso un Paese sicuro.

Saad Eddin Ismail – rifugiato in Tunisia, fa parte del movimento “Evacuazione dalla Tunisia”.

La conferenza stampa