Dove eravamo noi persone bianche?

di Angela Testa, attivista di Forlì Città Aperta

"Le nostre vite contano" - Ph. Gustavo Alfredo García Figueroa

Alika Ogorchukwu è morto anche a causa nostra perché alimentiamo il sistema razzista.

Alika Ogorchukwu è morto nell’indifferenza dei e delle passanti. Uno spettacolo della violenza, cui fermarsi per guardare, riprendere e condividere sui social, ma senza muovere un dito. Il regimo scopico regna sovrano, il senso della vista è centrale, il senso di giustizia è secondario. Come notato da Esperance Hakuzwimana Ripanti, in una storia sul suo profilo Instagram, una voce si innalza urlando “così lo ammazzi!”, come se fino a un certo punto fosse lecito pestarlo, ma oltre no, non va più bene.

Perché sì, un corpo nero merita una lezione, che non sia individuale e personalizzata, ma che funga da punizione esemplare, monito per qualsiasi altro corpo nero che osi sfidare la norma somatica dello spazio bianco. Alika Ogorchukwu era un venditore di strada che osava disturbare la passeggiata pomeridiana di una coppia bianca. Nell’invisibilità solitamente assegnata al suo corpo razzializzato, un angolo di marciapiede dove svolgeva un lavoro in nessun modo tutelato, Alika Ogorchukwu è stato costretto all’ipervisibilità dall’aggressione razzista. Oggi tutti e tutte conoscono il suo volto e il suo corpo e ne parlano, portando avanti una narrazione tossica che interseca numerose assi di oppressione intersezionale: sessismo, razzismo, abilismo, classismo e, non ultima, la normatività psicologica che promuove e reitera stereotipi nocivi sul disagio psichico.

Eppure, Alika Ogorchukwu era lì anche prima. Dov’eravamo? Dov’eravamo noi persone bianche – soprattutto le persone bianche sedicenti antirazziste – quando Alika Ogorchukwu ha subito un incidente che lo ha costretto a claudicare? Dove eravamo quando il suo lavoro da venditore di strada lo costringeva a non avere tutele e diritti lavorativi? Dove eravamo quando subiva micro-aggressioni razziste e insulti? Dove eravamo quando suo figlio era escluso dai diritti di cittadinanza perché figlio di “immigrati”? Dove eravamo quando era invisibile? E dove siamo adesso che è ipervisibile? Siamo ancora qui a litigare e confrontarci sul movente – “futili motivi” dice la stampa – se sia razzista o psichiatrico. E in entrambi i casi siamo mosse dal privilegio, bianco e psiconormato. Siamo qui a fare paragoni con gli USA e George Floyd, come fosse un’eccezione, un caso di razzismo da esternalizzare e deterritorializzare, perché no, l’Italia non è razzista, gli italiani sono “brava gente”.

Ebbene, non è così. Non siamo brava gente, non lo siamo mai stata. Suonerà come una novità alle orecchie dei più, ma non possiamo più nasconderci dietro alibi e pretesti, giustificazioni aberranti che alimentano il razzismo invece di combatterlo. Siamo tutte coinvolte, siamo tutte parte di un sistema razzista che privilegia le persone bianche, razzializzando e opprimendo le persone nere. Siamo noi, bianchi e bianche, ad alimentare questo sistema. E non potremo dirci innocenti finché non lo riconosceremo e lo combatteremo dall’interno, a partire da noi stesse. Perché Alika Ogorchukwu è morto a causa nostra. Vogliamo ancora continuare a guardare?


* Angela Testa è attivista di Forlì Città Aperta, femminista e studiosa di studi critici della bianchezza.