Fotografie di Gloria Chillotti (archivio #FragileMosaico)

Il Libano se la prende coi rifugiati siriani

Le autorità promettono di rimpatriare 15.000 rifugiati al mese: una strategia per avere altri fondi?

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Un’operazione di ritorsione ha avuto luogo, domenica 24 luglio, nel campo profughi siriano nella città di Tal-Hayat Al-Akaria, nel Libano settentrionale. Alcuni parenti di Diab Khuwaylid hanno dato fuoco al campo, dopo il sospetto che una delle persone residenti nel campo fosse coinvolto nel suo omicidio. La scomparsa di Diab risaliva a due giorni prima dell’incendio e la sua famiglia assieme alle forze di sicurezza avevano iniziato una ricerca che si è conclusa con il ritrovamento del suo corpo sulla spiaggia. Il fratello della vittima ha accusato un residente del campo di averlo ucciso perché l’ultimo contatto di Khuwaylid è stato l’attuale indiziato, Mustafa, che aveva in corso questioni e transazioni finanziarie con l’uomo.

Non è la prima volta che i campi profughi siriani in Libano bruciano per incidenti di diversa origine, ma la condizione in cui versano i campi in questi anni si è evoluta in peggio, nel contempo è cresciuto un sentimento contro i rifugiati siriani a causa della retorica incendiaria usata dall’autorità libanese per giustificare il suo fallimento, la corruzione e lo stato di collasso in cui è sprofondato il Paese. Il Libano sta vivendo una grave crisi economica e sociale, la peggiore degli ultimi anni, in cui il tasso di povertà estrema tra i rifugiati è salito a oltre il 90%, in un contesto in cui circa l’82% dei libanesi è al di sotto della soglia di povertà e c’è carenza di materie prime anche alimentari.

Minacce di deportazione forzata

Da tempo il dossier sui profughi siriani in Libano conosce un’escalation senza precedenti e si susseguono dichiarazioni ufficiali che sottolineano la necessità del loro ritorno nel loro Paese. Al punto da portare il premier ad interim Najib Mikati a minacciare di prendere una posizione spiacevole nei confronti dei paesi occidentali. Rimuovendo legalmente i rifugiati “se la comunità internazionale non collaborerà in modo più significativo con il Libano“.

Lo scorso giugno, il paese dei Cedri ha annunciato che non avrebbe cooperato con l’Unione europea per quanto riguarda il mantenimento dei rifugiati siriani sul suo territorio, senza una tabella di marcia secondo cui porre fine all’asilo dei siriani. Il ministro degli Affari esteri libanese del governo provvisorio, Abdullah Bou Habib, ha affermato, durante un conferenza di stampa, che “in assenza di una road map europea per la fine dell’esodo siriano in Libano, non accetteremo di collaborare con l’Europa nel tenere con noi gli sfollati (rifugiati siriani)“.

Bou Habib ha invitato le organizzazioni internazionali a pagare gli aiuti ai profughi sfollati nel loro paese dopo il loro ritorno in Siria e a non pagarli mentre si trovano in Libano. Nel tentativo di fare pressione sui rifugiati affinché tornino in Siria, ha sottolineato che tutti in Libano sono completamente d’accordo sul fatto che l’attuale situazione non deve continuare.

È interessante notare che all’inizio di maggio scorso, in una dichiarazione rilasciata dalla presidenza libanese, si affermava: “La comunità internazionale, in particolare Europa e Stati Uniti, non vuole che i rifugiati arrivino da loro“. È stato poi aggiunto come riportato da varie fonti, che “il Libano non poteva più sopportare l’esodo siriano sulle sue terre e non era più in grado di impedire loro di migrare in Europa via mare“.

A fine aprile scorso, il ministro del Lavoro libanese, Ibrahim Bayram, ha confermato che il suo Paese non poteva più tollerare la storia dei profughi siriani, considerando che era stato lasciato solo, “per l’interesse di altri Paesi” (non ha nominato questi Paesi). Ha aggiunto: “Lo stato libanese non è più in grado di fare il poliziotto per controllare questa situazione a beneficio di altri Stati. Non riceviamo alcuna assistenza in quest’area, il Libano è lasciato solo e noi non siamo più in grado di sopportare questo peso“.

Il ministro degli rifugiati nel governo provvisorio, Issam Sharaf El-Din, sta dando seguito alla vicenda dei profughi siriani cercando di coordinarsi con Damasco per attuare il piano previsto delle autorità libanesi che si basa sul rimpatrio di 15.000 rifugiati al mese, nonostante l’avvertimento delle organizzazioni internazionali che si sono dette contrarie al rimpatrio forzato dopo aver registrato le violazioni a cui è stata sottoposta una parte di persone precedentemente rientrate in Siria.

Critiche da parte delle organizzazioni dei diritti umani

Qualsiasi rimpatrio forzato di rifugiati siriani equivale a una violazione degli obblighi del Libano di non rimpatriare con la forza le persone in Paesi in cui corrono un chiaro rischio di tortura o altre persecuzioni”. ha affermato Human Rights Watch, in una risposta alle dichiarazioni del ministro libanese degli rifugiati, Issam Sharaf El-Din, riguardo al piano del Libano di deportare i rifugiati siriani.

Rights Watch ha dichiarato: “La notizia è preoccupante, e sarebbe una chiara violazione degli obblighi internazionali del Libano, tutto sta avvenendo senza l’intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati“. L’UNHCR si è opposto ai rimpatri forzati in Siria, affermando che la pratica rischia di mettere a rischio i rifugiati che ritornano e ha negato di essere coinvolto nei negoziati tra Beirut e Damasco sul ritorno dei profughi. L’UNHCR nella sua dichiarazione ha affermato: “Continuiamo a chiedere al governo libanese di rispettare il diritto fondamentale di tutti i rifugiati a un ritorno volontario, sicuro e dignitoso“.

Il Libano ospita il maggior numero di rifugiati per persona (1 su 8 abitanti) e attualmente ospita più di un milione di siriani in fuga da decenni di conflitto nel loro paese 1. Fonti del Governo dicono che l’afflusso è costato al Libano miliardi di dollari e che esso ha esacerbato i problemi delle infrastrutture fatiscenti.

Il numero di rifugiati siriani residenti in Libano è di circa 1,5 milioni, di cui circa 900.000 sono registrati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e la maggior parte di loro vive in condizioni di grande difficoltà 2. Questa situazione ha contribuito all’aumento dei tentativi di migrazione irregolare dal Libano verso i paesi europei, in particolare Cipro, in cerca di una vita migliore alla luce del deterioramento delle condizioni economiche da oltre due anni, in seguito della peggiore crisi economica della storia del Paese attualmente ospitante.

  1. https://www.unhcr.org/globaltrends
  2. https://www.unhcr.org/globaltrends

Nagi Cheikh Ahmed

Sono un rifugiato politico, giornalista mauritano e mediatore culturale. Impegnato nella tutela dei diritti umani e nella lotta alle diseguaglianze.
Dal febbraio 2022 faccio parte della redazione di Radio Melting Pot.