Lettera aperta delle associazioni agli enti chiamati a gestire il servizio di accoglienza al porto di Venezia

dalla rete di associazioni Tuttiidirittiumanipertutti

Alla Caritas,
Al Comune di Venezia,
All’Associazione Stella Maris’ friends,
Al Cir,

Ci rivolgiamo a voi perché sappiamo che siete stati raggiunti, nel mese di dicembre, da una missiva della Prefettura che vi invitava a partecipare al bando per l’attivazione del servizio di accoglienza interno al porto di Venezia, finanziato per l’anno 2008/2009 dal Ministero dell’Interno. Si tratta dello stesso servizio nel quale il Cir risulta tuttora impegnato e dal quale, nel 2007, dopo un’esperienza di alcuni mesi, il Comune di Venezia ha deciso di uscire.

La terribile storia di Zaher Rezai, il ragazzino schiacciato dal tir sotto il quale si era nascosto e ritrovato in Via Orlanda a Mestre ha tolto il fiato a chiunque ne sia venuto a conoscenza. Al di là della commozione, però, dentro di noi è vivo anche un sentimento di indignazione profonda che accompagna il dolore e ci spinge a cercare le cause di quanto è accaduto. Zaher era un minorenne e in più era afghano. Fuggiva quindi da una storia di guerre e persecuzioni ormai comprovata anche dalle testimonianze dei suoi genitori, raggiunti in Afghanistan dall’insopportabile notizia della morte di loro figlio. Zaher non è morto per una disgrazia. Esistono cause e responsabilità individuabili. Tra queste, inequivocabilmente, ha avuto un ruolo anche il sistema di controlli vigente al Porto di Venezia, oltre che la violazione costante dei diritti fondamentali perpetrata a danno di migranti e richiedenti asilo da parte della Grecia. Se Zaher si è nascosto sotto il tir che poi lo ha ucciso è perché aveva fondato timore di essere respinto verso l’inferno della Grecia che peraltro l’aveva già espulso nonostante la sua minore età. Tutti coloro che fuggono sanno bene, infatti, che la possibilità di esercitare il diritto a chiedere asilo politico o di venire accolti se si è minorenni non è garantita alle frontiere portuali dell’Adriatico e in special modo a quella del porto di Venezia.
Il ragazzo curdo iracheno morto per asfissia nel cassone di un tir lo scorso 22 giugno era stato respinto cinque giorni prima dalla polizia italiana e rimandato in Grecia con lo stesso vettore con il quale era arrivato clandestinamente. Anche lui avrebbe avuto il diritto di chiedere e ottenere protezione internazionale.

La modalità con cui vengono effettuati i respingimenti alla frontiera del porto di Venezia, oltre che poco umana, è contestabile anche dal punto di vista giuridico. Queste pratiche “informali” di riammissione, rilanciate su vasta scala a partire dal 2005, sono state sostituite, dopo le denunce di alcune agenzie umanitarie, da direttive e circolari che avrebbero dovuto offrire una tutela effettiva ai potenziali richiedenti asilo ed ai minori non accompagnati, di fronte a comportamenti discrezionali delle autorità amministrative. Le nuove disposizioni interne adottate a partire dal dicembre del 2006 si collegavano direttamente ai principi ed alle disposizioni contenuti nella Convenzione di New York del 1989 a salvaguardia dei diritti dei minori, alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, alle direttive comunitarie in materia di asilo e protezione sussidiaria, alle tradizioni costituzionali del nostro paese e degli stati dell’Unione Europea, espressamente richiamate dai Trattati comunitari. Il decreto legislativo 25 del 2008, inoltre, ha sottratto all’autorità di polizia di frontiera qualunque potere discrezionale nel vantare la fondatezza o meno dell’istanza dell’asilo, mentre una circolare del ministero dell’interno, non contraddetta né modificata neppure dall’ultimo provvedimento 159 del 2008, dice specificamente che la polizia di frontiera è tenuta a ricevere in ogni caso la domanda di protezione internazionale sulla quale si pronuncia la competente commissione territoriale.

Ma proprio queste disposizioni appaiono disattese dal perpetrarsi, nonostante tutto, dei respingimenti indiscriminati dei migranti e dei richiedenti asilo che arrivano al porto di Venezia. Le autorità di polizia italiane continuano infatti con la prassi dei “respingimenti in frontiera, con affido” dei migranti ai comandanti delle navi dalle quali sbarcano, o tentano di sbarcare, quanti provengono irregolarmente dai porti greci. Si dimentica però che lo stesso art. 10 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, invocato dall’autorità di polizia per giustificare queste prassi, stabilisce al 4 comma che le procedure di respingimento in frontiera non si applicano “ nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. Anche l’accordo di riammissione sottoscritto tra Italia e Grecia nel 1999 fa espresso riferimento alle norme di diritto internazionale e comunitario che salvaguardano i diritti fondamentali della persona, i diritti dei minori e dei richiedenti asilo ed è comunque gerarchicamente subordinato a questi testi di legge. A tutto questo si aggiunge il fatto che i respingimenti operati dalla polizia di frontiera hanno come effetto quello di rimandare i migranti ad essi soggetti in Grecia, paese che nei fatti non riconosce l’asilo politico come diritto fondamentale (il riconoscimento dello status è dello 0, 3%, ovvero inesistente), e verso il quale Amnesty International, ma anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha chiesto ufficialmente di non respingere nessun potenziale richiedente asilo neppure ai sensi della Convenzione di Dublino (che peraltro non viene neppure applicata presso le frontiere portuali italiane).

La certezza dell’applicazione di queste prassi illegittime deriva da numerose testimonianze raccolte tanto a Patrasso (dove molti migranti afghani e curdi tra i quali figurano anche numerosi minorenni raccontano di essere stati respinti dal porto di Venezia) quanto sul nostro territorio dove più di una volta chi è sopravvissuto al viaggio e per fortuiti motivi è riuscito a chiedere e spesso a ottenere protezione internazionale, come era suo diritto, rivela di essere stato precedentemente respinto dalla polizia di frontiera italiana. Ma se le testimonianze non bastassero la nostra preoccupazione trova inequivocabile fondamento nei dati ufficiali forniti proprio dal Cir al quale, tra gli altri, intendiamo rivolgerci con questa lettera. Il Consiglio italiano rifugiato ha infatti dichiarato che nel 2008 a fronte di 850 migranti respinti dal porto di Venezia il suo servizio ne ha incontrati solamente 110. Questo perché la possibilità di far funzionare il servizio per cui il Cir è pagato è stata fino ad ora subordinata alla decisione arbitraria della polizia di frontiera di far scendere le persone dalla nave, e permettere loro di esercitare anche il semplice diritto all’informazione, oppure di rimandarle indietro immediatamente. Chi sono le 740 persone respinte con queste modalità informali? Da dove venivano? C’erano bambini tra loro? Donne incinte? Potenziali richiedenti asilo? come può la polizia di frontiera distinguere tra tutte queste categorie di persone ad una sola occhiata senza l’ausilio di interpreti ed esperti? Non può, semplicemente, e oltretutto, per legge, non deve essere compito suo farlo. La polizia di frontiera dovrebbe invece accompagnare tutti i migranti intercettati presso il servizio di accoglienza dove, con provvedimenti formali e giuridicamente argomentati si deve provvedere a delineare la loro situazione. Questa è la legge vigente che viene costantemente violata.

È alla luce di tutto questo che noi, associazioni di liberi cittadini di Venezia, preoccupati per le gravi violazioni dei diritti fondamentali che avvengono alla frontiera del nostro porto, vi chiediamo di ascoltarci. Sappiamo di dialogare con enti che hanno a cuore i diritti delle persone e che hanno a vario titolo e in vario modo manifestato il proprio disagio rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni alla frontiera del porto.
Noi vi chiediamo qualcosa di semplice, qualcosa che dovrebbe essere elementare, scontata e che purtroppo non lo è. Vi chiediamo di subordinare la vostra risposta all’invito della prefettura, e quindi la vostra partecipazione al servizio di accoglienza alla frontiera del porto di Venezia, ad alcune semplici ed elementari richieste da porre all’attenzione del Ministero dell’Interno, al cui diretto servizio dovreste lavorare, quindi della Prefettura e dell’autorità portuale:

1 – Il rispetto completo e pedissequo della normativa vigente, interna e internazionale che tutela la figura dei migranti e dei richiedenti asilo e l’ordine gerarchico che esiste tra questa normativa secondo il quale l’accordo bilaterale con la Grecia deve essere subordinato alle direttive europee e agli altri testi comunitari nonché alla Convenzione di Ginevra del 1951.

2- La certezza, di conseguenza, che il servizio di accoglienza al Porto di Venezia, da chiunque sia gestito, venga messo in condizioni di operare e svolgere pienamente le proprie funzioni per le quali è già finanziato dal Ministero dell’Interno. Concretamente, ciò significa che gli operatori del suddetto servizio abbiano la possibilità reale, oltre che il dovere, di incontrare ogni singolo migrante o potenziale richiedente asilo che venga intercettato dalla polizia di frontiera a bordo delle navi, all’interno del porto o nelle immediate vicinanze dello stesso. Che ciascun migrante o potenziale richiedente asilo, quindi, venga informato dei suoi diritti sul suolo italiano, sia messo nelle condizioni di avanzare un’istanza di protezione internazionale, di ricevere cure mediche, di raccontare la propria storia e dichiarare il proprio status, la propria età, ecc.

3- La presenza degli operatori del servizio di accoglienza anche a bordo delle navi che arrivano poiché è molto più facile che i migranti e i richiedenti asilo, che hanno molto spesso alle spalle una storia di abusi e violenze da parte della polizia dei paesi di provenienza o di transito, si palesino al personale civile e a degli interpreti che possano comprenderli, piuttosto che a del personale in divisa che peraltro non può e non deve per legge avere alcuna competenza atta ad interpretare i loro bisogni e la loro condizione.

4- L’operatività del servizio di accoglienza al porto in tutti i giorni e in tutte le ore in cui arrivano le navi dalla Grecia e per la durata dell’intera loro permanenza in banchina , e questo per il banale motivo che è illegale, oltre che ingiusto, subordinare il rispetto e la tutela dei diritti fondamentali delle persone agli orari di ufficio di uno sportello o alla cadenza delle festività lavorative.
Ci rendiamo conto che l’accoglienza reale di queste persone richiede l’aumento delle risorse economiche messe a disposizione dei servizi deputati a farla, compreso quello che opera all’interno del porto di Venezia. Ciononostante riteniamo che la tutela dei diritti fondamentali degli esseri umani non possa essere subordinata a logiche e calcoli economici e sottolineiamo come il governo in carica abbia invece approvato un progetto di implementazione dei centri di detenzione per migranti per il quale saranno stanziati ben quaranta milioni di euro (decreto n. 151 del 2 ottobre 2008). È quindi possibile rivendicare più cospicui investimenti economici in materia di accoglienza, sottraendo risorse ad una gestione delle migrazioni esclusivamente militare e securitaria che peraltro ha ampiamente dimostrato la propria inefficacia facendo aumentare il numero di persone irregolarmente presenti sul territorio italiano, oltre che lo sfruttamento economico delle stesse e la pericolosità dei viaggi.

La rete di associazioni veneziane Tuttiidirittiumanipertutti vi chiede quindi di subordinare la vostra partecipazione al servizio di accoglienza al porto di Venezia alla condizione che la legge venga rispettata e applicata, e che i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo vengano effettivamente e concretamente tutelati. Vi chiediamo quindi di prendere pubblicamente una posizione a questo proposito.

Questo è a nostro avviso l’unico modo efficace per evitare che altre persone, che altri ragazzi come Zaher, muoiano nella ricerca di un’esistenza dignitosa e priva di terrore. Ed è anche l’unico modo in cui è possibile operare alla frontiera portuale di Venezia senza rischiare di rendersi involontari complici di violazioni e abusi che a volte trovano legittimazione e giustificazione proprio nel fatto che comunque, formalmente, esiste un servizio di avvocati e interpreti che tutela le persone che li subiscono.
Tutti, con i nostri diversi ruoli e le nostre diverse competenze e modalità, abbiamo il dovere di attivarci in ogni maniera possibile per modificare questo stato di cose. Perché nessuno di noi può sentirsi assolto di fronte alla morte di una persona, chiunque essa sia, che cercava solo di esercitare i propri fondamentali diritti umani.