Hospital(ity) school – Una scuola per il ghetto di Rosarno

Prosegue la campagna di crowdfunding del Collettivo Mamadou

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress a Rosarno

Il ghetto di Rosarno, da alcuni definito tendopoli data la presenza di una cinquantina di tende montate dal Ministero degli Interni nel 2010, anno della famosa rivolta, è il simbolo del fallimento della politica d’accoglienza italiana che, ancora di più oggi con la conversione in legge del decreto Minniti-Orlando, trasfigura le persone in numeri e i luoghi in strutture detentive ai margini del tessuto urbano più aristocratico ed altolocato, non luoghi simbolo di una strisciante disumanità collettiva e sociale.

Rosarno, per la precisione la zona industriale di San Ferdinando, rappresenta la longa manus della GDO – la Grande Distribuzione Organizzata – in un quadro di povertà e arretratezza tipico della Piana di Gioia Tauro, tra inquinamento diffuso, sfruttamento lavorativo, prostituzione, criminalità e lager contemporanei.

Negli ultimi anni a Rosarno ci si arriva d’obbligo, Rosarno caput mundi. Chi arriva a Lampedusa trova in Calabria una piccola Africa e si ferma per raggranellare qualche euro; chi scappa dai centri di accoglienza ritrova, nel ghetto, la libertà di una vita, difficile quanto si vuole, ma finalmente libera; chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato al Nord, fenomeno che affonda le radici almeno dal 2008, a San Ferdinando arriva per costrizione e frustrazione. Sì, Rosarno è un contenitore umano che sprigiona drammaticità e sgomento ma, allo stesso tempo, rilascia una carica di speranza e di voglia di comunità.

Il ghetto, nell’ultimo anno, è cambiato. Il fenomeno della prostituzione ha preso piede nell’ultimo periodo tanto che alcuni “quartieri” hanno assunto l’architettura dei bordelli dell’Ottocento e le donne sono sempre più visibili ai bazar e alle cucine; le baracche nuove sono sempre di più, tanto da dare l’idea di una baraccopoli ormai formata e non più di un luogo di passaggio.

L’agricoltura della Piana si è via via modificata, non solo arance o mandarini da raccogliere, ma anche kiwi, così da dare una continuità alla stagione della raccolta.
Guadagnare due, tre euro l’ora nei campi è il risultato, peraltro abbastanza scontato, della scomparsa dei più elementari diritti del lavoro. Schiavi di città tra call center e scrivanie impolverate, schiavi di campagna tra arance e pomodorini.

Essere all’interno del ghetto oggi può dar vita ad una fase di lotta dal basso che preclude però il coinvolgimento di chi vive quotidianamente una situazione di invisibilità e di schiavitù contemporanea. E proprio da questa convinzione parte il lavoro del Collettivo Mamadou di Bolzano attivo da un anno all’interno dei principali ghetti del Sud per la realizzazione di corsi di alfabetizzazione (l’ultimo si è tenuto a marzo a San Ferdinando) e impegnato in un crowdfunding lanciato per la costruzione di una struttura polifunzionale, Hospital (ity) school, che avrà la funzione di ambulatorio sanitario, scuola e primo punto legale.

La struttura, ecosostenibile, verrà realizzata da un gruppo di richiedenti asilo nel mese di giugno, sistemata poi all’interno del ghetto di Rosarno e gestita in loco da SOS Rosarno tra settembre ed ottobre con la possibilità di diventare, nel breve periodo, un punto di riferimento per la costruzione di un percorso, dal basso, di emancipazione vera da condizioni di schiavitù e sfruttamento umano e lavorativo.

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.