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La violenza delle frontiere, il caso italiano

Pubblicato nell’ambito del progetto Contested Borderescapes il rapporto di Melting Pot e Human Side Project

Foto di Andrea Panico

Nell’ambito del progetto internazionale Contested Borderescapes, Human Side Project in collaborazione con Progetto Melting Pot Europa presenta il suo rapporto pubblicato – insieme ad una raccolta di studi elaborati da altri ricercatori relativi alle frontiere europee – nel volume “Transnational Geographies vis-à-vis Fortress Europe”.

Violence at Europe’s external and internal borders The dehumanization of migrants in border-control operations and its effects on people and policies

”, questo il titolo, è un drammatico scorcio sui soprusi e le violenze che sono costretti a soffrire i migranti che viaggiano verso l’Europa dei diritti, ponendo particolare attenzione ai minori stranieri non accompagnati.

Il lavoro è il frutto delle ricerche condotte dal 2015 sino ad oggi, nei luoghi di “crisi” ritenuti paradigmatici, dalle frontiere interne dell’Europa a quelle esterne, anche e soprattutto a seguito degli accordi di “esternalizzazione” stipulati nel 2016-2017 con Libia e Turchia, fino alle violenze registrate lungo la rotta dei Balcani e sul confine franco-italiano di Ventimiglia.
L’obiettivo del rapporto è quello di mostrare, attraverso le immagini e le testimonianze dirette raccolte sul campo nell’ultimo triennio, in che modo la militarizzazione dei confini esterni e interni dell’UE sta producendo, direttamente o indirettamente, violenze gravi sulle persone che attraversano le linee di confine in cerca di protezione.
Da un lato, infatti, la violenza viene utilizzata sistematicamente dalle forze di polizia per attuare i piani di difesa del confine, come strumento per spingere i migranti fuori dal territorio nazionale. Dall’altro lato, il confine stesso produce violenza indirettamente: per attraversarlo, i migranti sono costretti a percorrere strade estremamente rischiose, a mettersi nelle mani dei trafficanti, a nascondersi e vivere nella miseria o essere ricattati e sfruttati per procurarsi il denaro necessario ad oltrepassare la frontiera.
Le violenze subite durante il viaggio si sommano inoltre alle violenze e ai traumi già vissuti nei paesi di origine a causa della guerra, della persecuzione e dell’estrema povertà, e contribuisce ad aumentare sensibilmente la vulnerabilità dei migranti e il loro senso di insicurezza e paura.

La drammatica situazione italiana. Un dato che emerge con prepotenza dalle testimonianze raccolte è legato al nodo delle strette e ferree regole della legislazione comunitaria, soprattutto per quel che riguarda l’obbligo di restare e chiedere asilo nel paese di primo arrivo che li rende vulnerabili e soggetti al rischio di subire gravi forme di violenze proprio dai rappresentanti di quelle istituzioni che dovrebbero invece proteggerli.

Relativamente all’Italia, abbiamo voluto sottolineare in primis che non tutti coloro che giungono su questo territorio hanno – come troppo spesso viene invece raccontato dai media – un percorso migratorio pre-definito che li vede proiettati nel proseguimento del viaggio, orientati a raggiungere i paesi dell’Europa settentrionale.
Alcuni richiedenti asilo decidono di lasciare l’Italia solo in una fase successiva, spinti dalla disperazione causata dall’impossibilità di vedere una prospettiva concreta di inclusione e sicurezza sociale nel paese a causa delle inadeguate condizioni di accoglienza, delle difficoltà nell’ottenere documenti, stretti nella babele di prassi burocratiche discriminatorie e sfiancati dai lunghi tempi necessari al ricongiungimento familiare o dal difficile accesso al mercato del lavoro.

Il secondo aspetto concerne la violenza che troppo spesso sono costretti a subire dalle forze di polizia. Durante tutto il loro viaggio lungo la penisola – sin dal primo momento in cui entrano nel paese fino a quello in cui se lo lasciano alle spalle – i migranti devono affrontare violenze dirette e indirette. Episodi di privazione arbitraria della libertà personale, feroci maltrattamenti fisici e psicologici, trattamenti inumani e degradanti, sono stati denunciati a più riprese durante le operazioni successive allo sbarco e in quelle di controllo delle frontiere con gli altri paesi dell’UE, sia per coloro che vogliono “entrare” sia per coloro che cercano di “uscire”. Non mancano gravi episodi anche in tutte quelle zone cosiddette di transito quali le stazioni dei treni, aeroporti, autobus1.

Le procedure di identificazione. In conformità con l’Agenda Europea sulla Migrazione, al fine di garantire una tempestiva registrazione e identificazione dei migranti in arrivo, l’Italia ha implementato dal 2015 il c.d. approccio Hotspot attraverso la predisposizione di un meccanismo di pre-identificazione e registrazione da condurre direttamente nei punti di sbarco e all’interno di centri di identificazione chiusi e organizzati per fornire il primo soccorso e dividere i richiedenti asilo dai “migranti economici irregolari”. In pochi anni l’Italia ha raggiunto l’obiettivo di essere riuscita ad identificare quasi tutti i migranti soccorsi in mare. Ma qual è il prezzo umano di tale efficienza?
La maggior parte dei migranti intervistati durante il periodo 2015/2017 ha denunciato che al momento della registrazione e dell’identificazione non erano a conoscenza del loro obbligo di poter chiedere protezione internazionale nel primo paese di arrivo, della possibilità di rifiutare le impronte digitali e delle conseguenze di tale rifiuto.
Molti di coloro che hanno rifiutato di sottoporsi al prelievo delle impronte digitali hanno riferito di essere stati identificati con la forza tramite violenza o intimidazione. E’ la storia di A., un ragazzo di appena 18 anni del Darfour, che nel giugno del 2016 si trova a Ventimiglia per fuggire dall’Italia e racconta: “Sono arrivato in Calabria e sono stato condotto presso il centro di prima accoglienza di Isola di Capo Rizzuto per essere identificato. Mi opposi all’identificazione e per tale ragione sono stato rinchiuso con altri sei ragazzi in un container. Era tutto buio, non c’erano finestre e niente bagno. Faceva molto caldo, pensavo di morire. Ci hanno lasciato lì senza cibo e solo poche bottiglie d’acqua per tre giorni. Ogni giorno arrivavano due poliziotti che ci dicevano “Se vuoi mangiare lascia le tue impronte digitali o te ne torni in Sudan”. Il quarto giorno mi hanno preso di nuovo per l’identificazione. Ho provato a resistere ma mi hanno picchiato con un manganello elettrico sulle gambe, mi hanno ferito sulla schiena e premuto con forza le mani sulla macchina che prende le impronte. Mi hanno chiesto: “vuoi restare in Italia?” e ho detto “No, voglio andare in Inghilterra”. Successivamente, mi hanno dato alcuni documenti (un decreto di espulsione scritto in italiano) e mi hanno portato su un autobus con entrambe le mani e le caviglie legate. Il viaggio è stato lungo e non abbiamo potuto mangiare. Sono stato portato al Centro per l’identificazione e l’espulsione di Caltanissetta (Sicilia). Dopo pochi giorni sono stato rilasciato e sono scappato per raggiungere Ventimiglia. L’Italia è così male, voglio andare nel Regno Unito“.

La violazione dei diritti umani alle frontiere interne. Episodi di violenza sono stati segnalati anche da migranti che hanno cercato di attraversare le frontiere interne settentrionali nel tentativo di raggiungere la Svizzera, da Como-Chiasso e Francia, da Ventimiglia-Mentone.
A Como, nella primavera del 2017, il diciottenne sudanese M., ancora visibilmente scioccato da quanto gli era successo, ha dichiarato: “Sono arrivato a Como e ho provato a raggiungere in treno la Svizzera. Le guardie di frontiera svizzere mi hanno fermato nella stazione di Chiasso. Mi hanno condotto in una piccola stanza dove sono stato costretto a stare tutto nudo, quindi sottoposto a controllo fisico. Mi sentivo così umiliato. Poi mi hanno accompagnato all’ufficio della polizia italiana a Como con altri migranti che stavano sottoponendo allo stesso trattamento. Un poliziotto ha scoperto che avevo documenti italiani e ha detto al suo collega “Questo negro deve essere uno stupido”. Ho risposto “Capisco l’italiano, non sono stupido”. Così, l’altro poliziotto mi ha preso dalla schiena e mi ha detto “oh ti piace scherzare? “e ha iniziato a prendermi a calci e a ferirmi in faccia fino a quando non sono caduto. Poi il primo poliziotto mi ha preso per il collo e dalla schiena, costringendomi a stare in piedi. Mi ha sbattuto la testa contro il muro. Ho perso conoscenza“.

Italy, Ventimiglia. Migrants living outside under the bridge. Photo credit: Andrea Panico
Italy, Ventimiglia. Migrants living outside under the bridge. Photo credit: Andrea Panico

Una situazione che è sfuggita al controllo o volutamente preparata da politiche sempre più restrittive? Le drammatiche testimonianze dei minorenni e dei neo diciottenni richiedenti asilo intervistati, indicano uno spaccato di realtà che è solo un granello di sabbia nel complesso meccanismo della criminalizzazione e nella repressione dei flussi migratori su tutto il continente europeo e ai suoi confini più esterni. E’ necessario che la società civile prenda coscienza delle violazione commesse dai governi e dai loro funzionari, nonché della reale situazione di non rispetto dei diritti umani in quei Paesi terzi a cui le nazioni europee, l’Italia per prima, hanno delegato la gestione delle proprie frontiere esterne.

– Scarica il rapporto (eng)
Violence at Europe’s external and internal borders The dehumanization of migrants in border-control operations and its effects on people and policies
– Scarica l’intera pubblicazione: “Transnational Geographies vis-à-vis Fortress Europe” (eng)

  1. Per ulteriori approfondimenti sulle violenze subite dai migranti in Italia cfr. anche https://www.amnesty.it/rapporto-hotspot-italia/

Redazione

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Andrea Panico

Attivista, fotografo e ricercatore.
Mi sono laureato in giurisprudenza nel 2012, con un master in diritto del commercio internazionale nel 2015 e un master in African Studies nel 2018.
Lavoro come consulente di Diritto dell'Immigrazione.
Sono autore di inchieste e reportage dalle frontiere mediorientali e quelle europee.
Per contatti andrea.panico@meltingpot.org