Tra voce e respiro, George Floyd e la razza

Leggere di efferati omicidi di neri in America, di denunce false sempre a danno di persone nere non è qualcosa che può lasciare indifferenti.
Questo non solo e non necessariamente per una sensazione, fondata o meno che sia, di pericolo personale di chi è nero/non bianco.

Si tratta di ulteriori elementi che provano una normalizzazione della discriminazione e della possibilità di essere destinatari di una discriminazione razzista in America, e non solo.

Al di là dello sperticarci nel dimostrare se il razzismo esista o meno, esiste una razzializzazione estesa su diversi piani. Uno di questi piani è quello della punizione e, di rimando, del crimine.

Il potere punitivo è in capo a determinati soggetti, che sono i soli a poter privare della libertà uomini liberi e agire su di essi. E si tratta di un rapporto spesso patologico sotto più aspetti, compreso quello del privilegio e della personalizzazione della condotta criminale e della sua punizione. Essere neri, che non significa mai essere solo neri, continua ad essere un elemento caratterizzante del trattamento.

È decisamente naïf non voler dare un peso all’elemento della razza anche nei nostri sistemi di gestione dei poteri:
ha a che fare con la razza il nostro ritardo sulla legge di cittadinanza.
Ha a che fare con la razza la nostra gestione della migrazione.
Ha a che fare con la razza la tutela del welfare per una frangia della nostra società.
Ha a che fare con la razza la risposta securitaria del nostro sistema penitenziario.
Ha a che fare con la razza la stessa modalità in cui (non) se ne parla.

È proprio la razza, che dal secondo dopoguerra è un argomento tabù, che dovrebbe tornare ad essere oggetto delle nostre discussioni. Ormai è chiaro che l’approccio pedagogico dell’antirazzismo non ha portato a nulla, perché non si può insegnare a non essere razzisti in una società razzializzata.

La razza va fatta emergere, affrontata e smontata nelle sue patologie sistemiche ormai interiorizzate, se non addirittura istituzionalizzate.

E fare ciò con la consapevolezza che il nostro antirazzismo non solo non è stato capace di costruire argini, ma anzi si è reso una stampella dello sbilanciamento del privilegio agito sulle identità razzializzate.

Il mio profilo facebook, come quello di tutti, è una bolla. Una bolla di persone a me vicine e spesso affini. Che poi però sono le stesse che, a sentirsi dire certe cose, sono solidali solo finché si sta sul generale, chiedendo che si parli di razzismo senza scomodare le proprie responsabilità e i propri sensi di colpa.

Ed è da qui che bisogna agire. Perché sembra di non respirare anche senza un ginocchio che ti preme la faccia sull’asfalto.

Ndack Mbaye

Ndack Mbaye, nasce a Dakar nel 1992. Si trasferisce, ancora piccola, con la famiglia a Venezia, dove si avvicina ai movimenti e alla militanza.
Si laurea in Giurisprudenza all'Università degli studi di Udine e, oggi, si occupa del volto più sociale del diritto come consulente legale in materia di immigrazione e asilo, autrice e formatrice.