La “Vialattea” e i suoi confini mortali

Intervista a Luigi D’Alife regista di “The Milky way”

Com’è nata l’idea di questo docufilm e perché hai deciso di chiamarlo così?

La volontà di raccontare quanto accade sul confine alpino tra Italia e Francia nasce nell’estate del 2017, quando leggo una notizia che racconta di due ragazzi di origine africana che sul Colle della Scala, nei pressi di Bardonecchia, subiscono un agguato da parte della gendarmeria francese e durante la fuga cadono in un burrone, facendosi parecchio male. Qualche mese più tardi, leggo un comunicato di Trenitalia che annuncia la chiusura delle sale d’attesa delle stazioni di Oulx e di Bardonecchia, le ultime stazioni dal lato italiano, “a causa della presenza di migranti”.

Così è nata la voglia di andare a Bardonecchia, che all’epoca era l’epicentro di questa storia, per capire quello che stava avvenendo, e da lì è iniziato un percorso che è durato diverso tempo, e che è culminato in questo documentario.

La volontà di dare come titolo “The Milky Way” nasce per raccontare di questa “Vialattea”: il secondo comprensorio sciistico più grande d’Europa. Sono 400 km di piste tra l’Italia e la Francia in cui “sciare senza confini”, almeno secondo lo slogan ufficiale.
Quegli stessi sentieri dove di giorno si scia, ci si diverte, ci si svaga e si calpesta il confine numerose volte senza nemmeno accorgersene, al calare della sera divengono teatro di violazione di diritti umani, di violenza e purtroppo anche di morte.
Abbiamo scelto di dare questo sottotitolo “nessuno si salva da solo” proprio per porre al centro la questione del soccorso e soprattutto la questione della solidarietà che, così come nel Mediterraneo, anche su quel confine viene criminalizzata.
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Qual è il ruolo giocato dalla montagna in questa storia?

Un ruolo principale, potremmo dire che la montagna è la vera protagonista di questa storia, e non potrebbe essere altrimenti. Per raccontare quello che succede oggi su quel confine abbiamo deciso di partire proprio dal contesto storico e geografico, perché la montagna è un luogo che può diventare ostile, un luogo difficile in cui vivere.
È un luogo che, anche se geograficamente lontano, è molto simile al mare.
Sono simili anche le dinamiche messe in atto dalle persone che vivono il mare e la montagna: delle leggi non scritte per cui soccorrere chi si trova in difficoltà è visto come qualcosa di fondamentale.

Infatti ci siamo sentiti ripetere più volte durante le interviste, sia dal lato italiano che dal lato francese, che “in montagna, così come in mare, nessuno si lascia da solo”.
Quindi abbiamo provato a porre al centro della nostra narrazione la montagna vista un po’ come una barriera naturale, anche se in realtà chi vive quei territori si considera parte di un’unica popolazione montanara e segue delle dinamiche di mutuo soccorso e mutua solidarietà che sono in atto da centinaia di anni e che in qualche modo sono sopravvissute fino ad ai giorni nostri.
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In che modo hai raccolto le testimonianze dei migranti e che cosa ti hanno lasciato questi scambi?

Raccogliere le testimonianze delle persone migranti su questa rotta sicuramente è stata una delle sfide più difficili ed importanti che abbiamo dovuto affrontare.
Innanzitutto perché abbiamo creduto fosse fondamentale porsi su un piano orizzontale con le persone dall’altra parte della telecamera.

Quando si pone tra noi e gli altri questo strumento è molto importante instaurare un rapporto di fiducia, e soprattutto non pensare di narrare le persone come degli oggetti, ma fare il possibile per trasformarle in soggetti veri e propri.

Abbiamo raccolto le testimonianze delle persone migranti soprattutto al rifugio solidale di Briançon. Non è stato facilissimo perché, in modo quasi paradossale, queste persone che sono costrette all’invisibilità in qualche modo finiscono per difenderla con le unghie e con i denti.

Tante volte fanno fatica, anche giustamente, a parlare di fronte ad una telecamera.
Nelle settimane che abbiamo trascorso al rifugio di Briançon abbiamo provato a spiegare chi eravamo, cosa volevamo fare, e abbiamo lasciato totale libertà alle persone di autodeterminarsi.
Quindi, per esempio, le persone che abbiamo intervistato non vengono mostrate in volto proprio per tutelarle e per far scegliere a loro la modalità di raccontare la loro storia.

Sicuramente l’incontro con queste persone è stato momento emotivamente forte, e ha lasciato dei sentimenti importanti dentro di me, e dentro tutti noi che abbiamo fatto questo percorso, perché abbiamo incontrato sostanzialmente dei ragazzi molto giovani, che come tutti i ragazzi di ogni parte del mondo hanno voglia di guadagnarsi il loro futuro. Persone che hanno già affrontato tantissime sfide nella vita, che hanno passato diversi confini, che sono passati quasi tutti dall’inferno della Libia, che hanno attraversato il Mediterraneo rischiando la vita, e che una volta in Italia sono state costrette o hanno scelto di riprendere il viaggio, dovendo superare nuovamente un confine.
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Il docufilm mostra un parallelismo tra le migrazioni italiane degli anni ‘50 e quelle attuali. Si voleva evidenziare come tutto è cambiato o come tutto è rimasto lo stesso?

Si, in The Milky Way abbiamo scelto di raccontare anche la storia profonda di quel confine.
Ricordo che nel 2017 questa storia è girata molto sui media mainstream, e quasi tutti raccontavano di questo confine come una nuova rotta migratoria.
In realtà parliamo di un territorio che è attraversato da secoli da rotte di immigrazione ed emigrazione. Restando sulla storia contemporanea, negli ultimi duecento anni sono stati circa 300.000 gli italiani che hanno attraversato clandestinamente il confine tra Italia e Francia, calpestando quegli stessi sentieri percorsi oggi da migranti di origine soprattutto africana.
Per questo racconto abbiamo scelto di utilizzare l’animazione tradizionale, attraverso le illustrazioni di Emanuele Giacopetti. È stata forse la sfida più grossa, sia a livello narrativo che tecnico e produttivo.

La volontà non era quella di ricadere in una narrazione un po’ stereotipata e retorica del tipo “quando i migranti eravamo noi”, ma di restituire la storia del territorio, che abbiamo sentito molto viva anche nei racconti degli abitanti di quelle montagne e di quelle valli.
Inoltre abbiamo voluto evidenziare come cambiano le persone e i contesti storici, ma le dinamiche proprie del confine, quelle di chi si trova costretto o sceglie di ricercare il proprio futuro altrove, sono in qualche modo circolari e si ripropongono nel corso degli anni.
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L’altra storia che viene raccontata, oltre a quella di chi viaggia, è quella delle comunità montane che rimangono a vedetta di questi luoghi di confine.
Che rapporto si è instaurato tra questi due protagonisti?

Nel film abbiamo voluto tenere questo doppio filone di racconto: da un lato sicuramente raccontare quello che succede oggi ai migranti, attraverso la voce viva dei protagonisti.
Dall’altro abbiamo creduto fondamentale raccontare anche degli abitanti di quelle valli e di quelle montagne, che hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte indifferenti, ma di non permettere, così come ci hanno detto più volte, che le loro montagne si trasformassero in un cimitero, così come purtroppo è accaduto nel Mediterraneo.
Si è attivata in quei territori, sia dal lato italiano che da quello francese, un tipo di solidarietà molto pragmatica, ed eterogenea, che abbraccia centinaia di persone.
Questo ha consentito di riproporre come tema centrale dei nostri giorni la questione del soccorso.

Questo film è stato pensato mentre sui media si cominciava a parlare di “taxi del mare”, e la solidarietà, in particolare quella nel Mediterraneo, veniva criminalizzata e brutalmente repressa.
Quindi abbiamo creduto che uno dei filoni principali del film dovesse essere questo, e dovesse raccontare le ronde solidali che avvengono ogni sera al confine: persone sia francesi che italiane si ritrovano sui sentieri di montagna, per attendere l’eventuale passaggio di migranti e soccorrerli, prestare supporto e soprattutto evitare che rischino la loro vita e si perdano in montagna.
Naturalmente c’è un rapporto estremamente forte tra i solidali e le persone migranti, che si concretizza in luoghi come Oulx o Briançon, dove si trova un rifugio solidale in cui si pratica un’accoglienza auto-organizzata e dal basso che ha salvato centinaia di vite, e che oggi è sotto attacco perché la nuova amministrazione ha annunciato che intende sgomberare il rifugio e che non rinnoverà la concessione dei locali.
Io credo che il rifugio di Briançon sia alla stessa stregua di una barca nel Mediterraneo, che abbiano lo stesso identico ruolo e vadano difesi con le unghie e con i denti allo stesso modo.
Per questo invito chi legge a rimanere informato su ciò che accadrà nelle prossime settimane in questo luogo.
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Che effetto speri che abbia il film in chi lo guarda?

Spesso accade che i film di denuncia non trovino la strada per raggiungere quella fetta di pubblico alla quale potrebbero maggiormente aprire gli occhi. Come si può superare questo problema e come si possono diffondere queste storie tra chi non vuole ascoltarle?
Il più grande obiettivo che mi pongo quando mi occupo di storie come The Milky Way, o come quella di “Binxêt – Sotto il confine”, che invece racconta del Rojava, rimane quello di produrre un impatto.
C’è sicuramente un primo livello di informazione, contro-informazione e presa di coscienza in chi guarda queste storie; io mi auguro che dopo ci sia un’attivazione, non importa in quale forma.
In qualche modo l’abbiamo già riscontrato in questi mesi di tour: a volte dopo una proiezione arriva la tipica domanda “cosa possiamo fare?”, e quello sicuramente è il risultato più grande che possiamo raggiungere.
È vero che i documentari, e in particolare quelli indipendenti, di denuncia e partigiani come sicuramente è The Milky Way, fanno fatica a trovare la propria strada di distribuzione, ma questo credo sia un problema molto più ampio che riguarda l’industria cinematografica e di distribuzione in Italia.

Quello che facciamo da più di dieci anni come SMK Factory è iniziare il percorso distributivo durante la realizzazione del film lanciando delle campagne di crowfunding, o come piace definirle a noi, delle campagne di “coproduzione popolare”, che ci consentono di realizzare le riprese mentre giriamo l’italia per raccontare la nostra idea di film, permettendoci di avere un percorso partecipativo con le persone: un confronto, una condivisione di quello che viene fatto e che sicuramente aiuta anche a capire come direzionare la storia e il racconto.
Questo ci ha consentito nel corso degli anni di costruire una rete come OpenDDB (Distribuzione Dal Basso), che ci permette di arrivare nei cinema, negli spazi sociali, nei circoli, nelle associazioni e di riuscire a distribuire i nostri lavori al di fuori delle logiche commerciali tipiche di questo settore.
Crediamo che il passaparola e in generale la creazione di reti, la collaborazione, il mettersi in contatto sia uno strumento alternativo che consente a lavori come The Milky Way di arrivare ad un pubblico vasto ed eterogeneo.
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Come e dove è possibile vedere The Milky Way?

The Milky Way è uscito al cinema il 10 febbraio e dopo pochissime settimane abbiamo dovuto interrompere la distribuzione causa pandemia.
Abbiamo fatto tre giorni di streaming a maggio, ma poi abbiamo creduto importante recuperare il rapporto vis a vis con le persone, e abbiamo ripreso il giro a luglio, nelle arene estive.
Speriamo che il percorso di distribuzione continui il più lungo possibile.
In questo momento l’unico modo per vedere The Milky Way è andare sul nostro sito milkywaydoc.com, controllare il calendario delle proiezioni e raggiungerci in una delle diverse città in programma, ricordano che la nostra è una distribuzione indipendente e che le proiezioni possono essere organizzate da tutte le persone che ci supportano.
Nei prossimi mesi usciremo anche on demand e in streaming sulla nostra piattaforma OpenDDB.it.

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Luigi D’Alife è documentarista e regista di origine crotonese.
Ha realizzato il corto-documentario “Il massacro di Cizre” (2015), il lungometraggio “Binxet – Sotto il confine” (2017), il docu-reportage “Il confine occidentale” (2018) e “The Milky Way” (2020).

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Dal febbraio 2022 prende avvio un nuovo progetto di Radio Melting Pot che ha l’obiettivo di promuovere un protagonismo diretto delle persone coinvolte nei processi migratori.
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Chiara Zannelli

Chiara Zannelli, studentessa di Scienze Politiche all'Università di Padova. Interessata al tema delle migrazioni. Faccio parte della redazione di Radio Melting Pot.