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Respingimenti illegali e violenze ai confini: il rapporto di Border Violence Monitoring Network

Regione balcanica, settembre 2020 (traduzione integrale)

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Sommario generale

A settembre, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha documentato 40 casi di respingimenti lungo la rotta balcanica e in Grecia. Questa pubblicazione analizza tali atti illegali e violenti e il loro impatto sui migranti. In un mese in cui l’Unione europea ha pubblicato il controverso Patto sulla migrazione e l’asilo, le storie di 1548 persone registrate da BVMN mostrano come il sistema di frontiera esistente sia sostenuto da abusi.
Questo mese è riportato un caso unico che mostra un respingimento a catena dall’Austria alla Bosnia-Erzegovina. Il nuovo percorso di respingimento è presentato insieme all’analisi delle tendenze nelle espulsioni dalla Croazia, delle armi improvvisate utilizzate dalla polizia rumena, e del dispiegamento militare italiano al confine. Si esaminano anche gli sconvolgimenti nel cantone Una-Sana in Bosnia-Erzegovina, insieme alle violenze statali contro le comunità in transito nella Serbia settentrionale.
In Grecia i giornalisti hanno documentato 16 respingimenti verso la Turchia, con un impatto su oltre mille persone. Questa relazione analizza il modo in cui i respingimenti hanno creato un’impasse nel Mar Egeo e come le autorità greche esternalizzano i processi di respingimento sul fiume Evros. Nel contesto del devastante incendio di Moria e della violenza interna in città come Patrasso, questi respingimenti si inquadrano in un clima più ampio di intensificazione delle pratiche di confine in Grecia.
La pubblicazione esamina anche le tendenze dei respingimenti dalla Macedonia settentrionale verso la Grecia e fornisce un glossario completo dei pushback esaminati da BVMN in tutta la regione. Con l’avvicinarsi dell’estate, i migranti rimangono soggetti a violenza sistemica alle frontiere e all’interno del territorio dei Balcani e della Grecia.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario
Generale
– Rete di testimonianze
– Terminologia
– Metodologia
– Abbreviazioni
Tendenze nella violenza alle frontiere
– Respingimenti da Tovarnik
– Fruste e armi improvvisate
– Respingimenti dall’Austria
– Respingimenti marittimi nell’Egeo
– Tendenze nella Macedonia del Nord
Aggiornamenti sulla situazione
– Grecia
– Croazia
– Serbia
– Bosnia- Erzegovina
– Italia
Glossario dei report
Struttura e contatti della rete

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni perpetuate ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali collezionate attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di cinque persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati reali (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze aperte delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia-Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Tendenze nella violenza alle frontiere

Respingimenti da Tovarnik
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Posizione del sito di respingimento al confine tra Croazia e Serbia (Fonte: NNK/BVMN)

Nel mese di settembre, BVMN ha pubblicato tre casi di respingimenti diretti dalla Croazia alla Serbia che hanno colpito 27 persone provenienti da paesi diversi. A legare questi casi è un sito di respingimento condiviso al confine croato a Tovarnik. La città ha un attraversamento ferroviario e stradale al confine con la Serbia, uno dei luoghi più famosi in questa zona a causa di un incidente del 2017 nel quale una bambina afghana di 6 anni è rimasta uccisa sotto un treno durante un pushback.

BVMN ha registrato un’alta densità di casi in questo sito, e monitorato il modo in cui i gruppi catturati in territorio croato, sloveno e anche italiano vengono espulsi illegalmente da questo luogo semi-rurale. Nel mese di settembre, due gruppi catturati a Vinkovci e uno a Senkovec sono stati violentemente respinti vicino ai binari a Tovarnik. Oltre all’uso comune di questo luogo, il maltrattamento fisico dei gruppi rivela alcuni modelli istituzionalizzati. In tutti e tre i casi la polizia croata ha colpito con calci o pugni i migranti, e in due casi i gruppi sono stati costretti a spogliarsi, e i loro beni sono stati confiscati o distrutti alla frontiera (vedi 3.1 e 3.2).

Nei casi citati sono stati attaccati uomini, donne e bambini. Un caso in particolare ha visto il brutale assalto di una donna iraniana affetta da una malattia cardiaca e da diabete (vedi 3.3). Dopo essere stata caricata su un furgone della polizia a Vinkovci, la donna è svenuta nella parte di detenzione posteriore del veicolo ed è stata tirata fuori dalla polizia solo dopo l’avviso da parte degli altri detenuti. Fuori dal furgone, invece di ricevere assistenza medica, è stata ripetutamente presa a calci sul pavimento.

“Mi hanno afferrata per le braccia e per le gambe, come spazzatura”.

Nonostante volessero proseguire con il respingimento, gli agenti sono dovuti tornare all’ospedale di Vinkovci a causa dello stato medico urgente della donna. In ospedale il personale ha ignorato la richiesta verbale di asilo della donna, che, dopo aver ricevuto le cure mediche, è stata espulsa rapidamente dalla polizia, che l’ha portata a Tovarnik insieme ad altre nove persone. Al confine è stata presa a pugni al torace da un agente croato che credeva che la donna avesse finto intenzionalmente di stare male. La violenza contro le donne è meno documentata nella banca dati di BVMN, spesso perché i giornalisti sul campo riescono ad intervistare soprattutto uomini. Tuttavia, questo racconto estremo offre informazioni su come le donne vengano prese di mira durante le rotte migratorie e su come i respingimenti si intersecano con la violenza di genere.

Fruste ed armi improvvisate

Quando effettua violenti respingimenti transfrontalieri attraverso la rotta balcanica e la Grecia, la polizia usa una serie di armi formali, come fucili d’assalto, pistole, manganelli e taser. Ma queste sono anche integrate con una serie di strumenti informali, utilizzati nei respingimenti da parte degli agenti per causare lesioni, angoscia, e per torturare i gruppi di migranti. Nel mese di settembre, BVMN ha documentato l’utilizzo di una frusta improvvisata da parte della polizia rumena, usata per ferire un gruppo di siriani prima del loro respingimento in Serbia (vedi 1.1). L’intervistato ha riferito che l’arma era stata ricavata da un lungo cavo legato ad un bastone di legno.

“[L’agente] continuava a lanciare la frusta senza guardare dove cadeva il cavo, così molte persone sono state colpite in testa”.

Nel mese di giugno, BVMN ha ricevuto una prima testimonianza che evidenziava l’uso di cavi per frustare i migranti in Romania. L’agenzia di stampa Euronews ha pubblicato un articolo relativo all’utilizzo delle fruste, riportando anche un caso in cui la polizia rumena ha usato una stampella di un amputato per picchiarlo. Tuttavia, interrogate in merito a queste accuse, le autorità rumene hanno dichiarato che i loro agenti conducono pattugliamenti di frontiera “in conformità con la legislazione nazionale ed internazionale“.

Le armi improvvisate non sono usate solo in questa zona di confine. In Croazia, diversi rapporti documentano azioni di agenti che ricavano dai rami degli alberi bastoni per picchiare le persone, e in un respingimento li hanno usati per colpire i genitali di famiglie che erano state fatte precedentemente denudare.

Armi standard come manganelli vengono modificati o integrati per compiere assalti violenti alle frontiere, atti equivalenti a tortura secondo un rapporto BVMN 2019 sulla Croazia.

Gli strumenti disumanizzanti utilizzati, come rami di alberi e fruste, evidenziano non solo la natura abusiva dei respingimenti, ma anche il modo in cui le persone di colore vengono trattate nell’ambito della politica di frontiera dell’UE.

L’inclusione di tali armi indica l’intento delle forze dell’ordine di compiere atti di violenza dimostrativi che vanno oltre le normali pratiche di polizia.

L’aspetto razziale delle operazioni di respingimento è un argomento spesso citato nelle interviste raccolte dai giornalisti sul campo. Un intervistato attaccato dalla polizia croata nel 2018 ha descritto la sua esperienza di persona di colore:

“Non sapevo da dove venissero i colpi, potevamo solo sentirli, ovunque, sulla schiena, gambe, testa, sulla faccia. Questo è razzismo.”

Prove recenti dimostrano che oggetti banali come rami di alberi e cavi continuano ad essere usati dalla polizia, massimizzando il danno che viene effettuato contro la comunità di migranti. Sia formale che informale, l’uso di armi contro le persone in movimento è una tendenza crudele e razziale osservata attraverso più confini.
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Lesioni documentate al confine con la Romania (Fonte: Euronews)

Respingimenti dall’Austria

L’Austria ha svolto un ruolo fondamentale nella politica dell’UE nella rotta balcanica. Internamente, l’approccio statale si basa su un ambiente ostile che ha ridotto le opportunità per i richiedenti asilo, e su un regime di espulsione sviluppato. La polizia austriaca non è regolarmente implicata nell’esecuzione dei respingimenti registrati da BVMN, soprattutto perché Croazia e Slovenia fungono da zone cuscinetto, che hanno devoluto la responsabilità dei respingimenti agli Stati più vicini alla frontiera esterna. Ma recentemente, i volontari di No Name Kitchen a Velika Kladusa hanno registrato la testimonianza di un uomo che ha descritto come lui e altri quattro migranti, tutti provenienti dalla Siria e dal Marocco, sono state arrestati dagli agenti austriaci e hanno subito un respingimento a catena verso la Bosnia Erzegovina. (vedi 4.1).

Il gruppo è stato arrestato nel villaggio austriaco di Laafeld (oltre il confine con la città slovena di Murska Sobota). Dopo essere stati arrestati da agenti di polizia austriaci, i migranti sono stati portati al confine sloveno dove sono stati trasferiti alle autorità slovene. In Slovenia, il gruppo è stato nuovamente arrestato e portato il giorno successivo in Croazia. Infine, è stato trasportato dalle autorità croate vicino a Glinica, al confine bosniaco, e costretto ad andare a piedi in Bosnia. I media locali bosniaci hanno anche parlato con una persona al di fuori del campo di Lipa che ha riferito di essere stato espulso fino all’Austria, suggerendo che la pratica va oltre un caso isolato.

Nel 2019, BVMN ha registrato il primo caso di respingimento a catena avviato dalle autorità austriache, un gruppo respinto attraverso l’Ungheria in Serbia. Gli intervistati hanno viaggiato fino al confine austro-tedesco, Passau BCP, prima di essere catturati e portati in una struttura vicino a Vienna. La differenza principale in questo caso è che le persone coinvolte sono state trattenute nel territorio per diversi giorni, piuttosto che essere espulse nel paese vicino entro 24 ore. Tuttavia, il gruppo è stato infine costretto a firmare i documenti di espulsione, con l’utilizzo di un taser da parte dei funzionari austriaci:
Hanno usato un taser elettrico sul suo braccio per farlo firmare“.

Come per i recenti casi registrati dall’Italia, l’Austria sembra essere diventata un ulteriore anello di congiungimento nei respingimenti “a catena“. Questo fenomeno si basa sulla protezione di accordi legali, come pattugliamenti congiunti e riammissioni, utilizzati per effettuare espulsioni illegali di gruppi attraverso vasti territori, coprendo centinaia di chilometri, attraverso più paesi.
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Percorso dei respingimenti dall’Austria descritto in una testimonianza (Fonte: NNK/BVMN)

Respingimenti marittimi nell’Egeo

Nonostante le crescenti prove e condanne da parte di gruppi per i diritti umani, tra cui l’UNHCR e l’Europa dei diritti dei rifugiati, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il ministro per l’asilo e le migrazioni, Notis Mitarachi, hanno categoricamente negato il coinvolgimento della Grecia nel respingimento delle imbarcazioni di migranti nell’Egeo. BVMN ha raccontato il respingimento di 59 persone in due distinti incidenti marittimi nel mese di settembre (vedi 8,6 e 8,7). In entrambi gli incidenti si sono registrati gli sforzi della Guardia Costiera Ellenica per danneggiare i gommoni facendo dei fori nelle imbarcazioni, rubando il carburante o creando grandi onde per cercare di spingere i gommoni in acque turche. In un caso, il gruppo di migranti è stato portato a bordo della nave della guardia costiera e poi messo in una nave di salvataggio (vedi 8.6).

Questi rapporti corrispondono ad altri che sono stati rilasciati nel mese di settembre da Human Rights Watch e dai media internazionali. Assieme al numero relativamente basso di persone che hanno recentemente raggiunto le coste greche, danno l’impressione che i respingimenti marittimi nell’Egeo siano aumentati in modo significativo.

“Con i nostri occhi su Lesbo, era abbastanza chiaro che nessuna imbarcazione era in arrivo. (Assistente Alto Commissario UNHCR per la Protezione, Gillian Triggs)

Quando sollecitato sulla questione, Mitsotakis ha sostenuto che la Grecia è stata “vittima di una significativa campagna di disinformazione“, suggerendo che la Turchia potrebbe esserne responsabile. Questo è stato ribadito da Mitarachis, che ha affermato che tali segnalazioni sono “il risultato di una propaganda da parte di reti di contrabbando illegali che stanno perdendo decine di milioni di euro“.
In risposta, la Turchia ha accusato la Grecia di respingimenti su larga scala in violazione del diritto internazionale. Inoltre, accusa l’Unione europea di chiudere un occhio su quello che a suo dire è un palese abuso dei diritti umani.

Nel mese di settembre, la narrazione è cambiata leggermente, quando il ministro dei trasporti, Ioannis Plakiotakis (che è anche responsabile della Guardia Costiera), si è vantato che la Grecia aveva impedito con successo l’ingresso a 10.000 migranti. Non ha parlato dei metodi utilizzati, ma ha condiviso gli attacchi di Mitsotakis e Mitarachis contro la Turchia accusandola di “cercare di creare problemi” ed essere responsabile dei tentativi di transito attraverso l’Egeo. Il 25 settembre, la guardia costiera turca ha rilasciato una dichiarazione, dicendo di aver salvato in quel mese oltre 300 personerespinte da agenti greci verso le acque turche“.

Nel contesto delle crescenti tensioni geopolitiche tra Turchia e Grecia, questi sviluppi sono degni di nota e si distinguano come una sorta di escalation. Sulla questione specifica dei respingimenti nell’Egeo, è chiaro che i pushback stanno andando avanti in modo sempre più sistemico e visibile.
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Gruppo di migranti su un gommone nei pressi di Skala Sik Amineas, Lesbo (Fonte: BVMN)

Traghettatori di paesi terzi
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Un gommone affondato rovesciato nel fiume Evros (Fonte: Euronews)

Nel rapporto di agosto 2020, BVMN ha identificato una tendenza emergente nell’uso di cittadini di paesi terzi per effettuare respingimenti illegali dalla Grecia alla Turchia. Nel mese di settembre, sono stati pubblicati 14 casi di respingimenti attraverso il fiume Evros. La maggioranza ha fatto riferimento alla pratica di esternalizzare il traghettamento dei migranti ai membri della stessa comunità di migranti. Gli intervistati che hanno parlato con BVMN hanno specificato che gli individui, di solito provenienti dal Pakistan (vedi 8.2) e dall’Afghanistan (vedi 8.12), vengono costretti dalla polizia greca a condurre i gommoni che portano le persone verso la riva turca dell’Evros.

Nella comunità di migranti circolano diverse voci secondo cui i conducenti sarebbero pagati o riceverebbero un trattamento preferenziale per la richiesta di asilo. Nel frattempo, il Wall Street Journal ha riferito che le operazioni di traghettamento potrebbero essere delegate dalle autorità greche ai contrabbandieri. Viene offerto un risarcimento per compensare i rischi che i conducenti di barche devono affrontare, minimizzando rischi e colpevolezza per gli agenti greci. Il numero medio dei gruppi respinti attraverso il fiume Evros nel mese di settembre era di 74 persone, con gommoni che potevano ospitare solo 10 persone per viaggio; il che significa che coloro che li guidano devono compiere numerosi viaggi rischiosi avanti e indietro sul fiume. Il rischio di annegamento a causa del capovolgimento delle imbarcazioni o dell’ostilità delle autorità turche che pattugliano l’altra riva è un pericolo costante.

Le testimonianze raccolte a settembre hanno fatto ulteriore luce su questo fenomeno. Un 50enne afghano (vedi 8.15) ha detto di aver parlato con un traghettatore pakistano che ha riferito di aver ricevuto la promessa di “documenti” dagli agenti greci in cambio di due mesi di lavoro per trasportare le persone in Turchia. È ancora da accertare se questi accordi vengano poi onorati o meno.

Altri testimoni hanno evidenziato la natura esplicita di questa cooperazione. Uno ha riferito che la polizia greca ha chiesto ai membri del loro gruppo se qualcuno conosceva l’inglese e poi ha portato via i tre uomini afghani che avevano dichiarato di capire la lingua (vedi 8.11). Questi individui in seguito hanno traghettato i gommoni durante i pushback. Un altro intervistato (vedi 8.2) ha dichiarato che gli agenti greci hanno aiutato i conducenti, indicando buoni punti in cui poter attraversare il fiume ed eludere i soldati turchi. Le caratteristiche comuni che emergono nei respingimenti di Evros suggeriscono che tale esternalizzazione è diventata una politica non ufficiale al confine terrestre greco.
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Il fiume Evros che separa Grecia e Turchia (Fonte: DW)

Tendenze nella Macedonia Del Nord

Come indicato nella relazione di agosto, vi è un crescente corpo di prove che testimoniano il coinvolgimento di unità di polizia internazionali nei respingimenti dalla Macedonia del Nord alla Grecia. In tutte le relazioni dalla Macedonia del Nord negli ultimi due mesi sono stati notati da parte degli intervistati l’utilizzo di lingue e/o insegne straniere, in primo luogo di funzionari cechi. Queste relazioni rivelano anche alcuni modelli preoccupanti in termini di azione concreta della polizia. Sempre più spesso i migranti subiscono violenza eccessiva più volte durante il processo di respingimento, spesso da diverse unità di polizia.

Per esempio, in una relazione dell’8 settembre 2020 (vedi 7.2), l’intervistato descrive come lui e altri tre migranti siano stati picchiati due volte da due diversi gruppi di agenti al momento della cattura. Hanno incontrato ulteriori violenze al confine con la Grecia durante il respingimento, portando il totale a tre assalti fisici durante un solo caso.

I tipi di violenza usati contro i migranti da parte delle forze di polizia nella Macedonia del Nord includono percosse con manganelli, rami di alberi e altri tipi di bastoni, calci, mani legate, uso di taser e spray al peperoncino. In un rapporto l’intervistato ha anche dichiarato che sono state usate armi da fuoco per minacciarli. In più casi, ai gruppi è stato negato anche l’assistenza medica o altre esigenze di base come cibo, acqua o servizi igienici per diverse ore. Inoltre, in molti casi gli effetti personali, tra cui telefoni, denaro, documenti e vestiti, sono stati rubati o distrutti dagli agenti di polizia. Gli agenti tentano regolarmente di non farsi riconoscere indossando passamontagna o usando la violenza fisica per costringere le persone a sdraiarsi a faccia in giù sul terreno.
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Ferita al polso causata da un attacco della polizia. (Fonte: BVMN)

Aggiornamenti sulla situazione

Grecia

Incendio a Moria
Gli incendi di settembre nel campo di Moria hanno attirato l’attenzione internazionale con immagini di tende in fiamme e migliaia di persone che dormivano per le strade. Negli ultimi anni, Moria è diventata tristemente famosa per le condizioni di vita disumane, l’incuria sistemica e la violenza di Stato: un triste simbolo delle politiche di esternalizzazione dell’UE.

Lesbo, come molte altre isole dell’Egeo orientale, è stata trasformata in una violenta zona di eccezione, in cui i migranti non accedono ai diritti umani fondamentali e sono esposti a minacce razziali di violenza e morte.

Sono state a lungo impiegate politiche di deterrenza, come consentire nel campo condizioni invivibili per cercare di dissuadere i migranti che cercano di raggiungere l’isola, e ciò costituisce una forma di controllo delle frontiere e di violenza in sé. Queste politiche hanno reso possibile un incendio tanto massiccio e distruttivo. Hanno anche facilitato un aumento della repressione punitiva della polizia durante gli incendi, permettendo che le persone impattate fossero spogliate di ogni opzione e costrette in un nuovo campo temporaneo nella zona di Kara Tepe, nonostante le chiare richieste di evacuazione e di libertà di movimento. Adesso sono stati annunciati piani per costruire strutture chiuse in località remote per ospitare i migranti e per chiudere tutte le altre opzioni abitative sull’isola.

Violenza interna a Patrasso

Il porto di Patrasso rimane il principale punto di passaggio per i migranti che cercano di viaggiare dalla Grecia all’Italia attraverso il mare Adriatico. Nel mese di settembre, BVMN, tramite il membro della rete No Name Kitchen, ha documentato la pesante violenza della polizia contro le persone che si spostano all’interno e intorno al porto. Ci sono state anche segnalazioni di pushback di persone che hanno raggiunto l’Italia su navi cargo.

Oltre 200 persone abitano fabbriche abbandonate vicino al porto. Qui vivono in condizioni estremamente misere e sotto costante minaccia di violenza. In particolare, un uomo in moto, collaborando con la polizia greca locale, molesta i gruppi e tenta di investirli all’uscita degli alloggi. Nel frattempo, gli agenti di polizia pattugliano la zona per ostacolare l’accesso al porto. In alcune occasioni, gli agenti inseguono anche i gruppi dentro le fabbriche con le loro auto di pattuglia.

La violenza fisica si verifica anche all’interno del porto, dove i migranti sono costretti in furgoni e colpiti con manganelli dagli agenti. Adulti e minori vengono spesso arrestati e portati in quella che chiamano “la casa del commando“, dove vengono trattenuti per diverse notti. Mentre sono lì, spesso viene negato l’accesso al cibo, e i loro effetti personali, (compresi i telefoni cellulari) vengono danneggiati. Ci sono segnalazioni di crimini d’odio da parte degli agenti: compreso l’uso di un linguaggio xenofobo e razzista. Nelle ultime settimane, le autorità portuali hanno introdotto un’ulteriore unità canina, aumentando le possibilità di rilevamento di persone che si imbarcano sui camion.
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Recinzioni di filo spinato al porto di Patrasso (Fonte: No Name Kitchen)
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Servizio traghetti tra Patrasso e Ancona (Fonte: InfoMigrants)

La violenza transfrontaliera si verifica anche a Patrasso, e recentemente due incidenti sono stati segnalati ai volontari di No Name Kitchen relativi a persone respinte dalle autorità italiane una volta a bordo dei traghetti. Info Migrants ha anche riferito della morte di un giovane afghano nel porto di Ancona durante un tentativo di transito dalla Grecia. L’individuo è “morto di asfissia nella stiva di un traghetto Cruise Europa gestito da Minoan Lines” a causa della scarsa aria e di un calore superiore a 50 gradi Celsius nel garage dove era nascosto. Oltre questa morte, si presume che un’altra persona sia scomparsa su questa pericolosa rotta marittima, un esempio eloquente dei rischi fatali che le persone sono costrette a correre a causa della mancanza di un passaggio sicuro.

Croazia
Prevenzione delle statistiche di ingresso rilasciate

In risposta a un’interrogazione parlamentare, il ministro dell’Interno croato, Davor Bozinovic, ha dichiarato che la polizia croata ha impedito oltre 16.000 ingressi “illegali” in Croazia dalla Bosnia-Erzegovina nei primi nove mesi del 2020. Si tratterebbe di un drammatico rialzo del 60% rispetto ai dati del 2019, quando il Ministero dell’Interno (MUP) aveva invece dichiarato di aver impedito poco meno di 10.000 ingressi nello stesso periodo di tempo.

La “prevenzione degli ingressi illegali” sembra implicare l’impedimento degli ingressi direttamente alla frontiera. Ma è plausibile che molti migranti di questa statistica siano stati effettivamente respinti in maniera extragiudiziale dall’interno del paese. La prevalenza di questa pratica e il suo costo umano sono stati documentati da rapporti di BVMN per diversi anni, e corroborati da resoconti di un informatore dall’interno del MUP.

In qualità di autore della violenza organizzata contro le popolazioni in transito, è importante prendere i dati del MUP con la dovuta cautela. Il MUP ha interesse sia a gonfiare i numeri per apparire severo a livello nazionale che ad abbassarli per evitare accuse di pratiche di respingimento sistematico. Inoltre, poiché molte persone tentano di entrare più volte, il numero di attraversamenti impediti non corrisponde necessariamente al numero effettivo di migranti che tentano l’ingresso (le autorità del cantone di Una-Sana hanno affermato che c’erano circa 7.000 migranti all’interno del cantone nel mese di agosto).

A livello più basilare, le statistiche potrebbero riflettere maggiormente la presenza sul territorio della polizia croata, che le tendenze effettive dei movimenti di transito. Più unità di polizia sono schierate, più tentativi di attraversamento è possibile incontrare (questo è simile agli effetti che la presenza variabile di volontari ha sui dati di BVMN).

Con queste informazioni in mente, notiamo dai dati che né i blocchi dei campi indotti dal Covid, né l’uso eccessivo della violenza e dei respingimenti illegali della Croazia hanno ridotto il numero di attraversamenti. BVMN ha registrato 20 respingimenti di massa dalla Croazia nel mese di settembre che hanno colpito 447 persone, con un caso di presunto annegamento nel fiume Korana (vedi 6.1).

Nonostante questi rischi, le chiusure dei campi nel cantone di Una-Sana, e i vincoli alle comunità di transito nella Serbia nord-occidentale continuano a spingere le persone a spostarsi verso nord. Di conseguenza, la tendenza degli attraversamenti di confine è destinata a continuare con l’avvicinarsi dell’inverno.

Serbia
I ritorni forzati ad Adaševci & Principovac

Nelle ultime settimane, l’esercito e la polizia sono stati molto presenti a Sid, in Serbia. L’esercito serbo è arrivato per la prima volta per uno stato di emergenza regionale dichiarato con l’inizio della pandemia di Covid-19. In questo periodo, le autorità serbe hanno molestato e contenuto i migranti nella zona, sia all’interno che all’esterno dei campi.

I rapporti del campo a Sid affermano che la zona è monitorata ogni giorno da un minimo di due agenti con un’auto di pattuglia. I residenti hanno anche riferito di diversi incontri violenti che hanno subito per mano dei militari. No Name Kitchen ha rilevato due casi specifici di percosse e calci inflitti in spazi pubblici, e ha visto gli agenti fotografare i gruppi di migranti.

Generalmente, i militari dicono alle persone di tornare ai “loro” rispettivi campi, spesso perpetrando abusi fisici o verbali. Nel caso dei residenti di Adaševci o Principovac, le autorità spesso confiscano loro i soldi, usandoli per pagare i tassisti che li riportano ai campi. La ricorrenza di questi spostamenti forzati è tale che molte persone non entrano più nella città di Sid, e quindi hanno un accesso ancora più limitato a risorse come il cibo.

La rotta si sposta in Romania

Secondo i numeri pubblicati dall’UNHCR da settembre, i respingimenti dai paesi vicini verso la Serbia (che hanno colpito 3115 persone) sono i più alti da quando l’agenzia ha iniziato il monitoraggio nella primavera del 2016. Il numero ufficiale di respingimenti in Serbia nel mese di settembre ha superato il numero di nuovi arrivi nel paese. Detto questo, i gruppi che lavorano con i migranti hanno osservato moltissimi nuovi arrivi ai confini settentrionali della Serbia, suggerendo che molti migranti che entrano e procedono a nord non sono conteggiati nelle statistiche ufficiali.

Le segnalazioni dei migranti sui respingimenti provenienti dalla vicina Ungheria e Romania continuano a coinvolgere testimonianze di violenza fisica o materiale. Questi vanno da percosse con bastoni e calci, alla distruzione o al furto di effetti personali. Un articolo di Info Migrants ha fatto eco a questi resoconti e ha suggerito che la rotta attraverso la Serbia verso la Romania è stata particolarmente frequentata negli ultimi mesi.

Questo filone est della rotta balcanica è stato caratterizzato dalla risposta aggressiva dei funzionari di frontiera rumeni. In settembre, il team di Collective Aid Subotica ha condotto una valutazione alla frontiera, ha parlato con le persone soggette a questi attacchi. Un gruppo di migranti di circa 30 persone provenienti dalla Siria ha riferito che funzionari di frontiera rumeni sono entrati in territorio serbo mentre dormivano nella foresta e hanno allertato la polizia di frontiera serba che ha poi proceduto all’arresto del gruppo. Altri hanno condiviso esperienze di furto da parte delle autorità di confine rumene, tra cui la confisca di telefoni cellulari, denaro e persino cibo dalle mani di bambini piccoli.

Bosnia- Erzegovina
Spostamento interno a Bosanska Otoka

L’ultima settimana di agosto ha registrato uno sviluppo inquietante; la limitazione ulteriore della libertà di movimento per i migranti all’interno della Bosnia-Erzegovina, fatto denunciato da Amnesty International come “non solo illegittimo, ma potenzialmente sconsiderato“.
Simile al “punto di sbarco” a Velečevo, Ključ, circa 600 persone sono state costrette a rimanere all’interno di un piccolo tratto di terra di nessuno tra i confini della Federazione e Republika Srpska.

Il posto, nei pressi di Bosanska Otoka, ai margini del cantone di Una Sana (USC), è essenzialmente un campo di grano, senza un adeguato accesso a riparo, cibo o acqua. I migranti, comprese famiglie con bambini piccoli, sono stati costretti a lasciare gli autobus ai posti di blocco, a radunarsi ed essere trasportati dalla polizia dalle aree urbane al cantone Una Sana, con gruppi di vigilanti che partecipavano alle intercettazioni degli autobus.

I partner di BVMN hanno riportato che il Consiglio danese per i rifugiati ha organizzato una distribuzione di confezioni di alimenti secchi e la fornitura di cure di primo soccorso. Ma ogni fornitura di aiuti umanitari ha richiesto l’approvazione della polizia, causando lunghi ritardi e gravi carenze. Questo blocco di persone al confine è il risultato di una decisione del Comitato di coordinamento sulla migrazione a USC del 19 agosto.

Ciò ha imposto severe restrizioni come reazione dichiarata alle proteste e malcontento da parte delle popolazioni locali, già sfociato in attacchi mirati contro i migranti nella zona di Vrnograč. La decisione della commissione comprendeva un divieto radicale su: nuovi arrivi a USC, trasporto di migranti su mezzi pubblici e taxi, alloggi privati, riunioni pubbliche e distribuzione di aiuti umanitari e assistenza medica (ad eccezione delle emergenze) a coloro che si trovano al di fuori dei campi.

Dalla seconda settimana di settembre, la pratica dei trasferimenti forzati e degli sbarchi si era ridotta, con gruppi più piccoli di circa 10-30 uomini bloccati nella zona di Bosanska Otoka. Nel complesso, le dure politiche dell’USC e le delocalizzazioni forzate hanno provocato una significativa diminuzione delle persone che si recano a USC tramite Banja Luka (Republika Srpska). A metà settembre la situazione si era ridimensionata, con pochissime persone rimaste nel sito di Bosanska Otoka per più di poche ore. Ma come reazione al rapido deterioramento delle condizioni per i gruppi di migranti nelle aree urbane e vicino ai centri di accoglienza ad USC, enormi comunità di rifugi di fortuna sono state allestite nelle foreste vicino al confine con la Croazia. Il più grande insediamento di questo tipo, con oltre 500 persone che vivono in cattive condizioni, è apparso vicino al villaggio di Siljkovaca, vicino a Velika Kladusa.

Forze speciali ripuliscono Bira

Dopo una riunione di una task force speciale sulla migrazione nel Cantone Una-Sana, con la partecipazione dell’UNHCR e dell’OIM, le autorità locali hanno preso ulteriori misure repressive contro la presenza di migranti nella zona, sulla base della conclusione dell’Assemblea del cantone e dei comuni di Bihac e Velika Kladusa.

Il 29 settembre, il Ministero della Salute e delle Politiche Sociali del Governo del cantone ha ordinato il trasferimento temporaneo di minori non accompagnati dal campo di Bira alla struttura di Borici, un centro per famiglie e adulti vulnerabili. Oltre a questo trasferimento, è stata decretata anche l’evacuazione della popolazione maschile di Bira e la conseguente chiusura del campo.

Questa misura non è stata trasmessa ai residenti del centro da nessuna organizzazione; una cinquantina di agenti delle forze speciali e della polizia sono arrivati in modo del tutto inaspettato a USC con l’ordine di evacuare i container dove alloggiavano le persone.
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Immagini dello sgombero di Bira del 29 settembre (Fonte: AYS)

Un centinaio di uomini sono stati selezionati per attraversare immediatamente il confine in Croazia e sono stati scortati via dalla polizia. Le persone rimaste sono state trasferite con cinque autobus al centro di Lipa, aperto in primavera a circa 25 km a sud di Bihac. A causa del sovraffollamento e della cattiva gestione, circa 250 persone sono state lasciate fuori dai cancelli di Lipa per diversi giorni in condizioni drammatiche, senza strutture igieniche e supporto materiale.

La minaccia di uno sfratto simile per i residenti del campo Miral di Velika Kladusa non è stata realizzata, nonostante sia stata decretata entro 72 ore dalla riunione della task force cantonale. La chiusura di Bira ha portato ad un aumento delle persone in cerca di riparo nella zona di Bihac. Gli alloggi informali circostanti e gli accampamenti sono aumentati a causa dei gruppi sfollati che tentano di sfuggire alle condizioni meteorologiche sempre più sfavorevoli, e di evitare di essere trasportati dalle Forze Speciali a Lipa.

La polizia continua a razziare edifici abbandonati per scoraggiare questi tipi di insediamenti, causando anche un incidente il 27 settembre in cui un uomo è rimasto ferito cadendo dal secondo piano di un edificio mentre scappava dagli agenti che lo inseguivano. La violenza nelle strade ha solo aggravato i rischi che le persone affrontano in questi edifici abbandonati. Più di recente, gli agenti hanno cominciato a bloccare le persone in piccoli furgoni senza ventilazione per diverse ore. In questo contesto e con l’arrivo dell’autunno, alcune persone hanno deciso di tornare a Sarajevo e persino in Serbia per trascorrere l’inverno.

Italia
Dispiegamento di militari al confine

Come riportato dai media internazionali e italiani, il 18 settembre sono stati aggiunti altri 50 agenti per proteggere il confine italo-sloveno. La misura di securizzazione è stata inquadrata dalla prefettura di Trieste come un altro passo “per combattere l’immigrazione clandestina“. Questo nuovo contingente militare fa parte dell’operazione “Strade sicure“, un’iniziativa congiunta con le autorità slovene iniziata nel 2008 e i cui compiti sono stati estesi, in particolare dopo la pandemia di Covid-19, con “uomini, mezzi e materiali per l’esercito“.

Nel mese di settembre, BVMN ha registrato il respingimento di 66 persone dall’Italia (vedi 9,1 e 9,2), a testimonianza delle suddette risorse.

Ulteriori notizie dei media citano lo scambio continuo di migranti da parte delle autorità italiane con le controparti slovene. Il 14 settembre, cinque persone sono state accompagnate da agenti della Questura di Udine alla Polizia di Frontiera di Gorizia “per il completamento delle procedure di riammissione e consegna alle autorità slovene“. Quattro giorni dopo, 70 persone provenienti principalmente dall’Afghanistan e dal Bangladesh sono state portate in una stazione di polizia vicino al confine sloveno dopo essere state “rintracciate” a Trieste.

I volontari che sostengono i nuovi arrivati in città raccontano che la polizia sta anche spingendo le persone indietro dalla stazione ferroviaria principale, e che il lavoro di solidarietà è sotto costante pressione da parte delle autorità che pattugliano la piazza principale.

Il Ministero dell’Interno italiano ha cercato di giustificare questa spinta alle “riammissioni” intensive, invocando un accordo del 1996 tra Italia e Slovenia. Eppure i critici sostengono che l’accordo bilaterale “non si applica ai richiedenti asilo e contraddice il regolamento di Dublino sui diritti di asilo in Europa, creato proprio per evitare rimbalzi di frontiera tra uno Stato e l’altro“.

In realtà, questa finta adesione alla legge dello Stato italiano non corrisponde nemmeno al modo in cui vengono eseguite le procedure. Le persone vengono spesso espulse senza avviso formale, o senza che questo sia tradotto in una lingua che capiscono.

Inoltre, senza tale documentazione, il ricorso diventa praticamente impossibile, soprattutto se si considera che spesso si innesca una “catena di trasferimento” fino alla Serbia o alla Bosnia-Erzegovina, dove i richiedenti sono ostacolati nel loro ricorso. Riferendosi a queste espulsioni, Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, conclude: “sono respingimenti presentati in modo più dolce“.

Glossario dei report

BVMN ha registrato 40 casi di respingimento nel mese di settembre, con un impatto su 1548 persone provenienti da diversi paesi, tra cui Siria, Afghanistan, Iran, Marocco, Pakistan, Algeria, Bangladesh, Palestina, Siria, Tunisia, Kurdistan iracheno, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Eritrea, Libano, Egitto e Libia. Le interviste rappresentano una serie di gruppi e individui, tra cui uomini, donne, famiglie e minori non accompagnati.

I casi coinvolti sono descritti di seguito:
– 5 respingimenti in Serbia – uno direttamente dalla Romania, un pushback a catena dalla Slovenia e tre direttamente dalla Croazia
– 17 respingimenti in Bosnia-Erzegovina – un respingimento a catena dall’Austria, due respingimenti a catena dall’Italia, quattro respingimenti a catena dalla Slovenia e dieci direttamente dalla Croazia
– 16 respingimenti dalla Grecia alla Turchia
– 2 respingimenti in Grecia dalla Macedonia del Nord
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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.