/

«In movimento: migranti, lavoro e sindacato in Senegal»: le condizioni lavorative nell’agro-business

L'intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, autori del libro/ricerca

132346165_3882464658472758_5669200249120818993_n.jpg

Come è nata questa ricerca?

F. D. B. Questa ricerca nasce nell’ambito di un progetto di cooperazione internazionale dal titolo “SENESECURE – Lavoro dignitoso in Senegal. Crescita dei diritti per le lavoratrici in Senegal dell’agrobusiness e per i migranti”, implementato dalla ong Nexus EmiliaRomagna, co-finanziato dalla Regione Emilia – Romagna. Nel progetto era prevista una ricerca finalizzata principalmente all’analisi dei bisogni della popolazione migrante presente in Senegal e dei migranti di ritorno per fornire uno strumento di lavoro alle confederazioni sindacali locali per la presa in carico dei diritti.

Dal vostro libro emerge che dal Senegal si parte e dal Senegal si arriva, quindi, è tanto un paese di emigrazione quanto un paese di immigrazione. Ci potresti spiegare, dalla ricerca che avete fatto, quali sono le prospettive che emergono per le persone senegalesi che tornano in Senegal insieme alla questione del rimpatrio.

S. P. La questione del ritorno, almeno da quanto è potuto emergere dalla ricerca, è una questione lasciata completamente all’iniziativa dei migranti che vogliono tornare in Senegal da diversi contesti, che possono essere sia contesti di migrazione interna alla regione sia paesi extraregionali, quindi tanto il Nordafrica quanto poi l’Europa. Rispetto ai ritorni istituzionalizzati: per quanto siano presenti dei programmi fortemente voluti e finanziati dai paesi europei, principalmente Francia e Italia, malgrado ciò, esistono numerosi problemi legati al rimpatrio, assistito o autonomo. Diciamo che l’accesso a questi programmi, dalle testimonianze dei migranti di ritorno che abbiamo svolto, è molto difficoltoso, perché spesso li si conosce poco e se qualora si conoscano, riuscire poi ad essere effettivamente i beneficiari di questi progetti è difficile. In qualche modo, le accuse rivolte da queste persone alle istituzioni è quella di essere governati da clientelismo e favoritismi che escludono la maggior parte di chi vorrebbe beneficiare di questi programmi di ritorno.

F. D. B. I programmi governativi, che negli ultimi anni si sono intensificati per cercare di attirare la diaspora in Senegal, sono programmi rivolti alla classe media senegalese che ritorna con dei capitali: non sono, quindi, programmi rivolti a senegalesi che ritornano in condizioni problematiche.
C’è poi il ruolo dell’OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni), qui si dovrebbe aprire un’altra tematica. Negli ultimi anni la maggior parte dei ritorni provengono dal Niger: sta diventando il principale hub mondiale dei rimpatri volontari assistiti che vengono utilizzati come mezzo per, sostanzialmente, ostacolare i flussi migratori che dall’Africa Occidentale, attraverso la rotta transahariana, cercano di raggiungere l’Algeria, la Libia e poi l’Europa. Quindi lo strumento del rimpatrio volontario assistito dal Niger è uno strumento operativo della politica di esternalizzazione delle frontiere europee. E questo si riscontra anche nella scarsa efficacia che ha questo programma in termini di re-integrazione nei paesi di ritorno, in questo caso il Senegal, dato l’elevato numero dei migranti che poi riparte poco dopo essere stato rimpatriato attraverso il programma assistito, che in teoria prevede dei progetti, nei territori di origine. I migranti rimpatriati dal Niger utilizzano questo programma sostanzialmente per tornare a casa dopo aver avuto un trauma migratorio, essendo passati, per esempio, dalla deportazione in Algeria o dalle violenze in Libia: si rifocillano e ripartono poco dopo. Quindi, se da un lato c’è la volontà chiara dell’agenzia OIM, attraverso i fondi dell’Unione Europea, di bloccare l’immigrazione attraverso il rimpatrio, dall’altro, è anche vero che non sta funzionando molto perché i migranti vengono rimpatriati sì, ma poi ripartono poco dopo.

S. P. L’implementazione dei programmi di ritorno dell’OIM come strumento per bloccare le migrazioni verso l’Europa, lo abbiamo conosciuto e affrontato maggiormente con la ricerca in Niger, perché in Niger abbiamo avuto la possibilità di svolgere un periodo etnografico, recandoci di persona nella città di Niamey, mentre, per quanto riguarda il Senegal, per quanto da progetto fosse previsto un periodo di soggiorno etnografico a Dakar e Saint-Louis, a causa dello scoppio della pandemia da Covid – 19, abbiamo dovuto accontentarci di svolgere delle interviste semi-strutturate a distanza ad informatori ed informatrici privilegiate. Inoltre, non siamo riusciti a interloquire con persone che erano ritornate in Senegal attraverso lo strumento dell’OIM. Siamo riusciti ad intervistare solo due responsabili dell’OIM in Senegal che ci hanno dato una visione molto edulcorata di questi programmi, una situazione molto diversa da quella che noi abbiamo potuto esperire in Niger. Quindi, per quanto consapevoli che esistessero programmi implementati dall’OIM, gli intervistati non ne avevano usufruito. Ma anzi ti dirò di più, tra le intervistate e gli intervistati, solo uno ha usufruito di un programma al rimpatrio: tutte le altre persone sono tornate nel loro paese di origine attraverso i propri mezzi, dunque attraverso denaro accumulato poi all’estero.

Quali sono le prospettive e le condizioni di lavoro che avete riscontrato esistere per chi migra dai paesi vicino e va verso il Senegal?

S. P. Il Senegal è un paese di emigrazione, di immigrazione, ma è un paese di transito, nel senso che è un paese-tappa per quei migranti che vogliono raggiungere l’Europa e che però devono accumulare il capitale necessario per finanziare il viaggio, dal paese di origine, passando per il Niger, poi per la Libia e il mediterraneo. Per quanto riguarda gli immigrati in realtà, come abbiamo cercato di mettere in evidenza, la storia migratoria del Senegal è una storia di scambi tra i paesi limitrofi che si basano su relazioni di reciprocità molto consolidate, quindi in qualche modo sono fenomeni che hanno una profondità e una processualità molto più ampia di quella che solitamente gli si dà. Per quanto riguarda le occupazioni, queste sono influenzate dalla tipologia di economia in Senegal. Prevalentemente si tratta di un’economia informale: quindi i lavori, conseguentemente, sono quasi tutti, soprattutto per i migranti, di tipo informale.
Abbiamo riscontrato che diverse tipologie di occupazioni sono ricoperte da una data nazionalità, a seconda della provenienza e quindi per esempio, la comunità guineana, prevalente in Senegal, è quella che è più presente nel commercio e, quindi, i guineani sono i proprietari dei piccoli shops di vendita di prodotti ma anche, appunto, dei baracchini al mercato. In più c’è anche tutta una gerarchizzazione all’interno per cui emerge la questione delle bambine e dei bambini guineani che vengono sfruttati dai propri connazionali. Per quanto riguarda, per esempio, le donne, queste ricoprono sempre delle posizioni lavorative a bassa specializzazione, a basso salario e questo le rende oggetto di sfruttamento e di marginalizzazione. Se pensiamo alle lavoratrici nelle saline del lago Rosa, che sono prevalentemente maliane, lì abbiamo delle problematiche non solo legate al salario basso, ma anche alle relazioni che queste donne hanno con i compratori del sale: si ritrovano sempre all’Interno di relazioni asimmetriche che ovviamente vanno a peggiorare la loro situazione di subalternità. Per non parlare poi delle problematiche legate al tipo di lavoro, penso alle lavoratrici che lavorano il sale, ma anche a quelle che lavorano il cuoio che sono a contatto con delle sostanze nocive per la pelle e non hanno delle protezioni adeguate, proprio perché lavorano all’interno del mercato del lavoro informale che non è regolamentato e questo incide fortemente sulle loro vite oltre che sul loro lavoro.

Tra l’altro tutto questo avviene quando c’è un accordo CEDEAO, cioè nel senso che le persone che vivono vicino al Senegal tecnicamente avrebbero dei diritti in merito alla libera circolazione, giusto?

F. D. B. Diciamo che le migrazioni per lavoro in Senegal costituiscono un fenomeno molto complesso. Ci sono migrazioni consolidate, quindi, legate alle reti diasporiche di lungo corso. Ci sono migrazioni più contemporanee, più legate ai processi di mobilità che riguardano l’Africa subsahariana, la mobilità delle donne per lavoro, le migrazioni di transito che si sono intensificate in Senegal negli ultimi 10-15 anni, fenomeno che si scontra con le politiche migratorie che cercano di ostacolare la migrazione, ritornando alla questione dei rimpatri.
In Senegal è stata approvata una legge del 2005 che ha criminalizzato la migrazione irregolare con la scusa di contrastare il traffico di esseri umani. Ed è una legislazione che si inserisce in un clima più ampio di criminalizzazione della migrazione che spinge molti migranti a non regolarizzare la propria posizione seppur provenienti dai paesi CEDEAO e, quindi, in teoria, non dovrebbero avere dei problemi a regolarizzare la propria posizione in Senegal. Il che vuol dire: avere accesso ai diritti dei protocolli CEDEAO, non solo di libera circolazione, ma anche di residenza e stabilimento, cioè di accesso ai servizi pubblici allo stesso modo dei cittadini senegalesi e di accesso all’esercizio delle professioni. Penso, ad esempio, ai tassisti guineani che hanno praticamente il monopolio dei tassi a Dakar, ma non possono avere le licenze perché lo stato senegalese esclude queste persone dall’accesso alle licenze che, in realtà, dovrebbero essere garantiti dai protocolli CEDEAO che vengono costantemente violati in Senegal così come in Niger. In Niger, la legge del 2015, che ha criminalizzato la migrazione irregolare sempre con la scusa al contrasto del traffico dei migranti ha avuto degli effetti devastanti sui cittadini CEDEAO: non son più liberi di andare a nord di Agadez, anche in Senegal si riscontra questo, forse anche prima del Niger proprio per le relazioni privilegiate che il Senegal ha avuto con l’Europa, con la Francia e per la forte presenza senegalesi in Europa.

S. P. Per quanto ci sia sulla carta la libera circolazione, questa è sempre determinata dal possesso di alcuni documenti che molte di queste persone, provenienti da paesi che non sempre hanno una forte burocratizzazione, non hanno. Cioè, molte persone non hanno nemmeno il certificato di nascita. Per loro risulta difficile ottenere i documenti necessari, malgrado la libera circolazione.
Peraltro, abbiamo riscontrato questa pratica ai confini comune un po’ in tutta l’Africa subsahariana non solo con la ricerca in Senegal, ma anche con la ricerca in Niger e cioè che malgrado questi paesi facciano parte della CEDEAO e malgrado abbiano i documenti, debbano pagare per passare le frontiere degli Stati. Quindi c’è una sorta di mazzetta che loro devono dare alla frontiera sia alla polizia del paese di origine sia alla polizia del paese di approdo: questo complica ulteriormente la libera circolazione che sì è tale in teoria ma poi nella pratica ha molta difficoltà di essere realizzata.

Dal vostro libro emerge che soprattutto dagli anni Settanta lo stato senegalese, anche in accordo con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, persegue come modello economico e quindi per le varie sfere dell’economia e quindi anche nell’agricoltura, il modello neoliberista. Questo ha delle forti conseguenze nel breve e lungo periodo per gli agricoltori di piccola scala che, se ho capito bene, sono un pilastro per l’economia del Senegal. Ecco, che cosa ha comportato l’adozione di questo modello per le vite degli agricoltori di piccola scala e come hanno reagito a queste riforme?

F. D. B. Il Senegal non fa eccezione rispetto alla grande maggioranza degli altri stati dell’Africa subsahariana interessate dalle politiche di aggiustamento strutturale, tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, che hanno imposto agli stati africani sostanzialmente l’uscita dello Stato da tutti i settori dell’economia. Per quanto riguarda il settore agricolo, questo ha significato una sottrazione dello Stato non soltanto per quanto riguarda i sussidi per la piccola produzione, ma anche il controllo dei mercati, la commercializzazione dei prodotti, la distribuzione degli inputs. Ha quindi messo in crisi la piccola agricoltura e soprattutto le zone del paese che sono maggiormente svantaggiate dal punto di vista diciamo geografico, più lontane dalle infrastrutture. L’esodo rurale che si registra in Senegal, come in altri paesi dell’Africa subsahariana negli ultimi 20 anni, è dovuta proprio all’implementazione di politiche neoliberiste a sottrazione dello Stato, soprattutto per quanto riguarda il settore dell’agricoltura, creando le condizioni di un bacino di manodopera a basso costo, altamente sfruttabile dalle aziende agricole estere che stanno investendo nella terra africana, e anche qui il Senegal non è un’eccezione.
Infatti, c’è un dibattito internazionale tra sostenitori della penetrazione del capitale globale nelle campagne africane che parlano di global value chain, mentre altri, più critici, parlano di global poverty chain, sottolineando come le politiche neoliberiste abbiano creato le condizioni affinché i contadini si ritrovassero a non avere più una fonte di reddito garantita dal lavoro proprio e fossero costretti a riversarsi o negli slum urbani o a vendere il proprio lavoro presso agricoltori benestanti, sia magari all’interno del proprio villaggio, magari agricoltori legati a politici, parlo di senegalesi, sia magari di agricoltori che sono nelle zone collinare e hanno, quindi, condizioni ambientali più favorevoli e che impiegano oggi manodopera migrante che migra dalle zone più povere del paese o che migra dai paesi limitrofi che cercano impiego nelle imprese agricole a capitale estero

S. P. Questo ci rende sempre più consapevoli del fatto che la migrazione è un fenomeno variegato, che si compone di diverse tipologie e quindi abbiamo nella stesura del libro tutto quel filone teorico che non parla di migrazione come di uno spostamento dal punto A ad un punto B, ma come l’insieme di partenze, ritorni, storie, blocchi, circolari, ripartenze, stagionalità, e ovviamente nell’esempio tipico dei migranti impiegati fuori nell’agricoltura questa varietà della migrazione emerge fortemente.

F. D. B. Per quanto riguarda esempi di resistenza a questo modello di sviluppo, basato sull’attrazione di investimenti esteri nell’agricoltura intensiva, questa politica è stata fortemente criticata dai contadini, dalle Ong senegalesi e non senegalesi, che stanno rivendicando un modello di sviluppo non neoliberista, incentrato, invece, sui principi dell’agricoltura contadina, sui principi della sovranità alimentare, penso ad esempio al movimento de la via campesina internazionale che rivendica la sovranità alimentare in opposizione al modello di sviluppo che guarda, invece, alle grandi aziende legate all’esportazione. Che poi questi investitori non sono solo europei, ma anche indiani, siriani, libanesi: si parla appunto di corsa alla terra non a caso.

Mi ha molto colpito quando nel libro dite che non ci sono molti censimenti sulle imprese estere che utilizzano il suolo senegalese ampiamente come si nota dalle immagini satellitari. In esse si vede appunto questa pluralità di figure nazionali non solo europee. Immagino anche la difficoltà per capire quanto terreno si sta utilizzando e, tra l’altro, in malo modo perché non si parla solo di condizioni di lavoro disumane, a basso costo e ad alto sfruttamento, ma anche di come viene usurpata la terra.

F. D. B Sono concessioni che avvengono spesso nel gran silenzio, trattative segrete, spesso terre comunitarie che appartengono ai villaggi e sono utilizzate su base comunitaria. Queste terre vengono concesse dallo stato senegalese o da altre autorità locali, distrettuali o regionali, o in alternativa, ci sono delle negoziazioni tra queste grandi imprese e i capivillaggi, assemblee dei villaggi, in cui vengono promesse grandissime cose che poi non vengono mai realizzate. Molto spesso non partono neanche le produzioni. Molto spesso queste terre rimangono incolte. In Senegal queste imprese sono state mappate tramite il satellitare e si vede chiaramente che i terreni non sono messi a produzione. Quindi, sono una serie gli aspetti critici riguardo a questo modello di sviluppo: si va dalla competizione con la piccola produzione contadina, spesso queste imprese anche quando sono orientate all’esportazione producono anche prodotti per il mercato locale, quindi immettono nel mercato grandi quantità di prodotto a basso costo che crea concorrenza, ai prezzi della piccola produzione contadina, alla vendita dei produttori.

Il valore del sindacato? I limiti, ma anche le riuscite che ci sono state.

S. P. Intanto il dato che è emerso dalle interviste fatte ai sindacalisti e ai segretari generali è la poca adesione dei migranti al progetto sindacale. Per una serie di motivi che in realtà variano molto: un disinteresse di alcune persone migranti perché considerano il soggiorno come un transito per un’ulteriore migrazione, per la paura di queste persone di regolarizzarsi, perché in qualche modo temono di incorrere in tutta una serie di ripercussioni, soprattutto da parte delle forze dell’ordine che li costringerebbero a rinunciare al loro progetto migratorio. Diciamo che la difficoltà maggiore che ha riscontrato il sindacato nell’interagire con questo già difficile bacino di utenza è la difficoltà ad entrare in contatto con queste persone proprio per tutta questa serie di motivi che ledono poi la relazione di fiducia che si dovrebbe instaurare tra lavoratrice, lavoratore e sindacalista. Con questa tipologia di sindacato mobile, le carovane sindacali, proprio sul modello delle carovane sindacali della FLAI, si è cercato di pensare “se i migranti non vengono dal sindacato, il sindacato va dai migranti”. Effettivamente, questa modalità non solo ha aiutato le sindacaliste e i sindacalisti ad entrare maggiormente in contatto con queste persone, ma andando nei luoghi di lavoro li ha resi consapevoli delle reali difficoltà che queste persone hanno. Ci hanno raccontato che prima delle carovane sindacali non avevano idea che ci fossero queste problematiche: nel caso specifico, della donna che lavora nella salina, della donna che lavora con il cuoio o dei maliani che lavorano al porto. Sicuramente questo è stato un primo passo verso una maggiore instaurazione della sindacalizzazione tra i migranti proprio perché ci siamo resi conto che queste persone sono completamente all’oscuro dei diritti che dovrebbero essere loro riconosciuti. I sindacati senegalesi dovranno rendersi autonomi e proseguire in questo percorso utilizzando la pratica delle carovane sindacali o altre attività se lo riterranno più efficaci. Il progetto di cooperazione internazionale di Nexus EmiliaRomagna è solo un input, un primo passo.

F. D. B. Una premessa: per molto tempo i sindacati africani in generale e quelli senegalesi in particolare, hanno approcciato la questione della migrazione soprattutto riferendosi alla diaspora all’estero. Cioè il tema migratorio per i sindacati senegalesi era incentrato tutto sui senegalesi all’estero, su come utilizzare, per esempio, il capitale senegalese dei migranti di ritorno oppure come difendere i diritti dei senegalesi che partono o che ritornano, molte battaglie sono state fatte su questo. Però molta poca attenzione veniva rivolta ai migranti che lavorano in Senegal, che vanno in Senegal. Da quando è nato, il Senegal è un paese di immigrazione, quindi questa mancanza di attenzione al tema del lavoro degli immigrati e al bisogno degli immigrati in Senegal è un tema che è stato affrontato soltanto di recente e che è il frutto di un processo che sta coinvolgendo anche altri paesi dell’Africa occidentale: penso, ad esempio, alla Rete Sindacale per le Migrazioni Mediterranee e Subsahariane: una rete che mette insieme sindacati di paesi di partenza e di approdo dei migranti africani e che sta cercando di spingere molto sulla presa in carico dei diritti dei migranti che lavorano e che migrano all’interno dell’Africa Subsahariana. Il lavoro è ancora molto lungo. Come ha detto Silvia è sicuramente un’esperienza pilota quella delle carovane sindacali che però costituisce un passo importante nel percorso intrapreso dai sindacati africani verso la presa in carico dei diritti delle persone che migrano per lavoro all’interno del continente.

Per maggiori info sul progetto:
https://www.nexusemiliaromagna.org/2020/01/31/senesecure

  1. Silvia Pitzalis è antropologa. Dottoressa di ricerca presso l'università degli studi di Bologna, è stata assegnista di ricerca presso l'Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino. Svolge ricerche sulla gestione e sulla percezione delle migrazioni e dei disastri in Italia e all'estero (Sri Lanka, Niger, Senegal). È autrice di articoli scientifici e divulgativi e del libro Politiche del disastro. Poteri e contropoteri nel terremoto emiliano (Ombre Corte, 2016). Ha curato, insieme a Fabio Amato e Fabio De Blasis, il volume «Il Niger e la sfida delle migrazioni internazionali: una ricerca sul campo su mobilità umana, sindacato e società civile» (Editrice Socialmente, 2020).
  2. Fabio De Blasis è dottore di ricerca in Global and International Studies presso l’Università degli Studi di Bologna. Si è occupato di processi di sviluppo e migrazioni nel continente africano, con esperienze di ricerca empirica in Tanzania, Niger, Eritrea e Senegal. I suoi saggi sono apparsi su Afriche e Orienti e World Development Perspectives. Ha curato, insieme a Fabio Amato e Silvia Pitzalis, il volume Il Niger e la sfida delle migrazioni internazionali: una ricerca sul campo su mobilità umana, sindacato e società civile (Editrice Socialmente, 2020).
  3. Il libro è disponibile a questo link

Mara Degiorgi

Per dire qualcosa, bisogna essere qualcosa/qualcuno? E cos’è che fa di te quel qualcuno/qualcosa? Scrivo, leggo, penso. Sono un’antropologa, una geografa, altro. Nata a Lausanne nei primi anni Novanta da un padre salentino e da una madre limeña. Cresciuta tra San Francisco, Torre Vado, Lima.