Il Senegal e la rotta atlantica. Il sogno europeo si infrange alle Canarie

Il paese africano gioca un ruolo cruciale ponendosi anche come interlocutore preferenziale per le istituzioni europee

Photo credit: OIM

I circa 1.500 chilometri che dividono le coste del Senegal e del Gambia dall’arcipelago delle Isole Canarie costituiscono nell’ultimo anno e mezzo la rotta migratoria più battuta da coloro che dall’Africa Occidentale cercano di raggiungere l’Unione Europea.
Benché si tratti di una via per l’Europa utilizzata da anni, facendo una comparazione con la rotta Mediterranea o Balcanica, essa nel tempo ha visto un numero relativamente ridotto di persone tentare la sorte verso l’Europa. Ciò può essere spiegato da vari fattori. Innanzitutto, le coste del Nord Africa sono decisamente più vicine alle coste europee e il tragitto intracontinentale via terra risulta tendenzialmente meno pericoloso, nonché affrontare il viaggio appare più facile, soprattutto se disposti a pagare intermediari per attraversare diversi stati africani oppure il Mediterraneo.
Inoltre, solitamente le persone che intraprendono un percorso migratorio da tali zone dell’Africa, in quanto consapevoli dei rischi concreti che corrono, cercano di raggiungere il Marocco e da lì le enclave spagnole Ceuta e Melilla.
Tale realtà è cambiata drasticamente nell’ultimo anno e mezzo anche a causa dei trasversali e deteriori effetti della pandemia di Covid 19 che come ogni altro fenomeno umano ha influenzato drasticamente anche quello delle migrazioni e della mobilità internazionale. Dal punto di vista degli stati della regione subsahariana e di quelli della frontiera sud dell’Europa si è assistito a un ulteriore inasprimento dei controlli ai confini marittimi e terrestri e a un dispiegamento di forze sempre nel segno dell’esternalizzazione delle frontiere e dell’impedimento degli ingressi sul territorio europeo di persone considerate migranti irregolari.

Dal 2018 al 2020 il numero di arrivi a Gran Canaria, Fuerteventura e Tenerife è aumentato esponenzialmente arrivando a contare quasi 19.000 persone che hanno raggiunto il territorio insulare spagnolo tra fine 2020 e inizio 2021, a fronte dei circa 1300 arrivi del 2018. Va fatto presente che anche la composizione dei gruppi migratori lungo questa rotta si è modificata per quanto riguarda la nazionalità, vedendo un aumento di cittadini senegalesi e gambiani rispetto a maliani e ivoriani.
Questo ultimo periodo è stato purtroppo testimone anche di un parallelo forte aumento delle morti in mare di persone migranti che intraprendono un viaggio attraverso l’oceano con piccole imbarcazioni (c.d. pirogues o cayacons) e pescherecci del tutto inadatti a questo tipo di navigazione per tratti così lunghi e soprattutto sovraccariche di persone a bordo. Solo nel 2020, secondo i dati forniti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, si sono contati oltre 500 morti e almeno 400 dispersi imbarcati su navigli di cui si sono perse le tracce e che non hanno mai raggiunto la terraferma.

Tuttavia, è necessario e utile fare un piccolo focus sulle motivazioni che hanno portato a tali cambiamenti sul fronte migratorio relativamente a uno dei paesi africani maggiormente protagonisti, ovvero il Senegal. Paese con uno tra i punteggi più bassi secondo l’Indice di Sviluppo Umano, il Senegal ha visto un drastico peggioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri cittadini anche a causa della pandemia. Quest’ultima ha accresciuto i livelli di povertà, disoccupazione e mostrato le gravissime carenze e inefficienze di un sistema sanitario gestito quasi in toto dal settore privato e che rende quindi l’accesso alle cure praticamente esclusivo appannaggio delle classi più abbienti. Appare evidente che in un periodo storico senza precedenti, la crisi sanitaria e la conseguente crisi economica hanno colpito in maniera drammatica e con effetti più disastrosi soprattutto quei paesi c.d. in via di sviluppo e nello specifico, per quanto riguarda il Senegal, ciò ha esacerbato problemi antichi legati alla mancanza di una vera applicazione e garanzia di diritti fondamentali, quali in primis la salute ma anche le tutele sociali e il diritto al lavoro e all’istruzione, il tutto aggravato dalla presenza di un fortissimo tasso di corruzione nella pubblica amministrazione e tra le forze dell’ordine.

La chiusura delle frontiere a causa del Covid ha portato anche a un crollo del turismo che costituiva un’entrata fondamentale per il paese e per i lavoratori dell’indotto del settore. Va ricordato peraltro che la maggior parte della popolazione senegalese vive di commercio ambulante e vendita di oggetti e servizi al dettaglio. Pertanto, questo tipo di lavoro fortemente precario ed espressione di un’economia sommersa e di una realtà socio-economica tipica di questa area si è scontrato nettamente con alcune misure di contenimento dei contagi come il coprifuoco, che sono state percepite come disumane per gli effetti devastanti sulla sopravvivenza di interi nuclei familiari. Quanto detto va ovviamente compreso anche alla luce della totale assenza di aiuti e misure di sostegno sociale da parte del governo o investimento in settori pubblici quali la sanità a favore della popolazione maggiormente colpita dalla crisi.

Le difficili condizioni di vita, la mancanza di prospettive hanno portato anche a forti proteste scaturite da un malcontento e una rabbia diffusi contro il presidente in carica Macky Sall, accusato di privilegiare i rapporti con l’ex potenza coloniale francese e i grandi investitori stranieri a scapito degli interessi dei propri concittadini. Le rivolte sono state sedate in maniera violenta e si è giunti anche all’arresto di molti oppositori politici e manifestanti. A tuttora i temi che hanno sollevato la rivolta restano irrisolti e le richieste e i bisogni dei cittadini senegalesi inattesi in particolare vista la deriva personalistica del regime presidenziale di Sall che sembra avere mire di modifica della costituzione nazionale per poter rimanere in carica anche oltre le elezioni del 2024.

Consci di questa situazione non sorprende come molti giovani guidati dall’esasperazione vedano nell’emigrazione l’unica strada possibile benché rischiosa per migliorare la propria condizione di vita.

Purtroppo però anche quando essi riescono a raggiungere le isole Canarie si trovano a vivere situazioni di violazioni di diritti, precarietà e sofferenza.
Il recente gran numero di arrivi nell’arcipelago ha creato situazioni ingestibili e caratterizzate da condizioni igieniche sanitarie precarie nonché lesive dei diritti umani per la mancanza di luoghi idonei ad accogliere grandi quantità di persone. Ammassati in strutture detentive che cambiano etichetta ma non funzione e scopo, i migranti provenienti dall’Africa vengono trattenuti e bloccati ben oltre i termini previsti dalla legge spagnola e dal diritto europeo senza aver modo di ottenere assistenza legale, linguistica, medica e psicologica e soprattutto nell’impedimento totale di poter fare domanda di asilo, in spregio assoluto alle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Unione Europea. Per svariate ragioni, accresciute dalla situazione di emergenza sanitaria che impone a ogni persona che mette piede sul suolo europeo di effettuare un test molecolare rilevamento del virus Covid 19, le isole non sono state in condizioni di gestire l’accoglienza in maniera ottimale.

Per comprendere meglio il vacuum di legalità, diritti e democrazia che si viene a creare in questo contesto occorre tener presente che gli accampamenti di fortuna e le tendopoli che furono adibiti ex novo o riutilizzando stabili alla fine del 2020 nell’arcipelago canario per far fronte all’arrivo di ingenti flussi rientrano sotto la giurisdizione del Ministero spagnolo dell’Integrazione, della Sicurezza Sociale e dell’Immigrazione. Pertanto, a differenza degli altri centri di accoglienza presenti sulle isole che rientrano nella competenza del Ministero dell’Interno, secondo anche la recente sentenza di un tribunale nazionale spagnolo che si è espresso in merito, le persone migranti potrebbero essere trattenute in queste sistemazioni di fortuna per un massimo di 72 ore passate le quali il cittadino straniero avrebbe diritto alla piena libertà di movimento.

Benché molte persone provenienti dall’Africa siano in questo modo riuscite a raggiungere un altro paese europeo sfruttando voli o altri tipi di mezzo, all’atto pratico le autorità canarine cercano in ogni modo di osteggiare il movimento dei migranti sia all’interno delle isole che soprattutto in direzione dell’Europa continentale. In questo caso si assiste quindi a ulteriori violazioni di leggi e norme previste dalla legislazione spagnola. Non solo, molti cittadini stranieri, in particolare senegalesi viaggiano con il passaporto e avendo quasi sempre parenti legalmente residenti in altri paesi europei (soprattutto Francia e Italia) avrebbero diritto a fare domanda di ricongiungimento familiare per poter legalmente entrare e risiedere in Unione Europea. Inutile a dirsi, anche in questo caso tale diritto viene calpestato e le autorità di frontiera fanno in modo che le persone trattenute come criminali e colpevoli solo di essere immigrate in maniera irregolare non siano messe a conoscenza dei propri diritti.

Anche la stessa Unione Europea tramite l’Agenzia europea della Guardia di Frontiera e Costiera – Frontex – ha messo in atto fin dal 2006 una missione marittima mirante al controllo della rotta atlantica, il presidio dei confini marittimi, l’esternalizzazione delle frontiere e il respingimento dei migranti intercettati in mare. Tale missione, denominata Joint Operation Hera, prevede di poter sbarcare in Senegal i cittadini stranieri intercettati lungo la rotta per le Canarie durante le operazioni di pattugliamento portate avanti dai mezzi di Frontex. Si può ben riscontrare che le azioni previste da questa missione nonché lo stesso ruolo di Frontex siano a dir poco controversi e discutibili soprattutto dal punto di vista del diritto europeo delle migrazioni e della Carta Europea dei Diritti Umani ai quali Frontex come agenzia europea avrebbe il dovere di sottostare.

L’aspetto più condannabile, benché mai messo in pratica effettivamente, riguarda in particolare la possibilità di portare e far sbarcare in Senegal cittadini di diversa nazionalità intercettati da navi Frontex. Senza voler entrare nel merito della discutibilità dei parametri con sui si può decidere se le aree di oceano in oggetto siano competenza dell’Unione Europea o di altri paesi africani e se coloro che effettuano operazioni di salvataggio avrebbero l’obbligo di portare le persone imbarcate in condizioni di pericolo verso il porto di cui portano bandiera per assicurare l’applicazione del diritto universalmente riconosciuto alla domanda di asilo, la cosa più eclatante è che si possa considerare il Senegal aprioristicamente paese terzo sicuro. Ciò è stato ribadito addirittura dal governo spagnolo che ha affermato di aver condotto delle ricerche nel paese che hanno fatto emergere che non ci siano rischi di violazioni di diritti umani e che riportando migranti in Senegal, peraltro non chiedendosi se questo paese sia stato realmente paese di transito o partenza, non si incorre nella violazione del principio di non refoulement. Ovviamente la parzialità e gli interessi spagnoli sottesi a tali conclusioni sono palesi e si inquadrano in una più generale strategia europea di controllo della migrazione tramite accordi bilaterali e partenariati con paesi africani testimoni di ampi flussi migratori.

A questo proposito il Senegal gioca un ruolo cruciale ponendosi come un interlocutore preferenziale per le istituzioni europee in quanto uno dei paesi più stabili e sicuri dell’Africa Occidentale, dove nonostante tutto non sono in corso conflitti interni o fenomeni di radicalizzazione su base religiosa. Inoltre, per la propria posizione geografica il Senegal rappresenta un paese di partenza per molti migranti non solo senegalesi ma anche originari di altri stati dell’Africa subsahariana come il Mali.
Spesso l’Unione Europea basa i propri accordi di natura commerciale e implementa progetti di cooperazione internazionale e allo sviluppo usando come leva di contrattazione in cambio di finanziamenti il controllo dell’emigrazione e delle proprie frontiere da parte dei paesi che stipulano tali accordi. Va detto però che negli anni il governo senegalese non sempre è stato disposto a collaborare senza condizioni con le autorità spagnole ed europee in tal senso.

Per concludere, le responsabilità e gli attori implicati nel complesso scenario migratorio della rotta atlantica sono molteplici. A ragion veduta, è pertanto necessario fare un’analisi su più livelli per cercare di comprendere quali dinamiche si muovono e scatenano il singolo evento legato alla realtà dell’emigrazione e non fermarci al fatto di cronaca e ai numeri. Il fenomeno migratorio che avviene dal Senegal verso le Canarie non può perciò essere affrontato se non contestualizzato alla luce della realtà politica sociale, politica ed economica del paese stesso nonché non tenendo conto del ruolo fondamentale che assumono le politiche europee e le scelte dei governi degli stati membri di fronte ai morti e alle violazioni di diritti che tale fenomeno porta drammaticamente con sé, impedendo a tutt’oggi la possibilità di una migrazione legale e sicura verso i territori dell’Unione Europea.

Fonti:

Cecilia Claudia Poli

Sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, specializzata  in Studi Internazionali- Governance delle Migrazioni con una tesi sul rapporto tra la Sinistra e la presenza straniera in Italia. Scrivo e mi interesso per passione accademica e personale di diritti umani, politica internazionale e questioni sociali. Oltre a molti viaggi, ho svolto periodi di studio e lavoro all'estero che mi hanno permesso scoprire la bellezza e ricchezza che nascondono “il diverso da noi”.