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Samos, filo spinato ed alta tecnologia per il nuovo centro hotspot simile a una prigione

La Ong Still i Rise denuncia anche una gestione della pandemia inumana: isolate e dimenticate le persone dell'hotspot

Cancello anteriore del nuovo Centro chiuso ad accesso controllato a Samos

Il 18 settembre l’UE e il governo greco hanno aperto un nuovo centro hotspot per richiedenti asilo sull’isola di Samos, in Grecia. La nuova struttura, osserva Medici Senza Frontiere (MSF), è simile a una prigione e, al pari del nuovo campo di Moria sull’isola di Lesvos, è situata in una località remota, Zervou. Definito un passo in avanti dai leader europei e greci, “in realtà questo nuovo centro serve solo a disumanizzare e marginalizzare ulteriormente i richiedenti asilo in Europa“. In queste ore sono iniziate le operazioni di trasferimento dei circa 500 abitanti del campo di Vathy.
Il nuovo “Centro polivalente di accoglienza e di identificazione” – sottolinea l‘APS Lungo la rotta balcanica è il primo dei nuovi campi “umanitari” ad alta tecnologia sponsorizzati e finanziati dall’Unione Europea (277 milioni di euro provenienti dalla Commissione Europea) per la costruzione di cinque campi di confinamento nelle isole greche dell’Egeo di Leros, Lesbo, Samos, Kos e Chios.

Mentre tutto il mondo assiste a ciò che accade in Afghanistan, l’UE e la Grecia inaugurano un nuovo centro per richiedenti asilo simile a una prigione” dichiara Patrick Wieland, capo progetto di MSF a Samos. “Anche se il filo spinato che circonda il nuovo centro è tirato a lucido, non si può parlare di alcun cambiamento o tanto meno miglioramento. Siamo di fronte alla perfetta dimostrazione di quanto la politica migratoria dell’UE, che intrappola persone fuggite da guerre e violenze, sia cinica e pericolosa”.

E negli stessi giorni in cui si effettueranno i trasferimenti da un campo all’altro, la Ong Still I Rise denuncia in un nuovo report le discriminazioni e i trattamenti subiti dai rifugiati e richiedenti asilo durante la gestione della pandemia. Il dossier dal titolo “Isolati e dimenticati: l’impatto delle restrizioni da Covid-19 nell’hotspot di Samos” afferma che per gestire la crisi sanitaria “il governo greco ha attuato un protocollo di isolamento inumano ai danni dei residenti dell’hotspot, senza garanzia di sufficiente supporto medico, né di serie misure di protezione nei campi“.

I fatti riportati, come si legge in una nota dell’organizzazione, si riferiscono a tutto il 2020 e buona parte del 2021. In origine, spiega l’ong, le testimonianze raccolte e confluite nel report erano parte di una causa penale che Still I Rise intendeva presentare ai danni del ministro della Migrazione e Asilo, del ministro della Salute e del ministro della Protezione Civile ellenici: tuttavia, l’immunità parlamentare garantita dalla legge greca ai suoi ministri in carica avrebbe reso vana ogni azione giudiziaria. E così anche per la violazione sistematica dei diritti umani non esistono colpevoli.

Giulia Cicoli, direttrice Advocacy di Still I Rise, avverte: “Durante tutto il corso della pandemia, invece di decongestionare i campi profughi in modo da permettere ai residenti di proteggersi dal virus, le autorità greche hanno lasciato queste persone in condizioni disumane e criminali, tenendo le strutture in lockdown per lunghi periodi e mettendo a rischio la salute di persone estremamente vulnerabili. Stiamo parlando di esseri umani nell’Europa del 2021: è inaccettabile che ciò sia stato permesso e che non ci siano vie legali effettive ed efficienti per avere giustizia“.

Le violazioni registrate da Still I Rise iniziano dal 21 marzo 2020, quando i ministeri greci di Immigrazione e Asilo, Salute e Protezione Civile, hanno messo a punto un piano operativo chiamato ‘Progetto Agnodiki’, per gestire i focolai nelle strutture ricettive per rifugiati e richiedenti asilo. Il protocollo indicava la quarantena per le strutture e l’isolamento, insieme alla cura in loco, di tutti i casi di Covid (confermati o sospetti): l’indicazione, però, determina una forte discriminazione sulla base dello status amministrativo dei residenti dell’hotspot e contravviene alle disposizioni generali dell’Organizzazione per la salute pubblica nazionale greca (Eody), che sono state applicate invece al resto della popolazione.

Per Still I Rise, altro punto dolente riguarda l’aspetto operativo: al contrario di quanto disposto dal governo, nessuna delle misure di prevenzione e potenziamento della struttura è stata pianificata e adottata in modo adeguato. Secondo il piano, le autorità responsabili del centro avevano infatti il dovere di divulgare ogni giorno informazioni sulla prevenzione del virus, di sanificare “aree comuni” e di sospendere le attività al chiuso. Era inoltre prevista la fornitura di unità mediche aggiuntive, il monitoraggio giornaliero ai punti di ingresso e di uscita delle strutture, nonché la segnalazione di eventuali casi sospetti, unitamente alla registrazione di tutto lo staff. Solo buoni propositi: nella realtà, nulla di tutto questo è stato fatto.

Al contrario, Still I Rise denuncia che l’area della quarantena è stata improvvisata nella cosiddetta ‘Safe Zone’ dove risiedono i minori non accompagnati e negli uffici amministrativi delle organizzazioni operanti nell’hotspot. Questi spazi si sono rivelati inadatti e impreparati alla ricezione e cura dei pazienti, come testimonia J., un richiedente asilo che vive nell’hotspot di Samos: “Siamo stati messi in isolamento nel container UN1, che di solito viene utilizzato come ufficio. Nel container ci sono 2 stanze e un bagno, ma non c’è la doccia. Dormivamo per terra e le uniche cose che abbiamo trovato per dormire sono state una zanzariera e un lenzuolo che erano stati lasciati nell’ufficio“.

La mancanza di preparazione e di attenzione ha messo a serio rischio le vite dei residenti, creando di conseguenza altri problemi sanitari. Tutti coloro che si sono trovati nella zona di isolamento sono stati lasciati soli a se stessi, in grave carenza di supporto medico, che era al contrario fortemente necessario: come accaduto a una donna al nono mese di gravidanza, che ha rischiato la sua vita e quella del bambino, in quanto abbandonata in una stanza sovraffollata e senza essere monitorata: “Non mi ha visitata nessun medico durante questo periodo, anche quando mi si sono rotte le acque ho dovuto aspettare tre ore“, si legge nella sua testimonianza. “Abbiamo chiesto un’ambulanza e, quando è arrivata, la polizia non ha voluto toccarmi, mio marito è stato l’unico ad aiutarmi e ad accompagnarmi fino all’ambulanza. Quando mi hanno portata all’ospedale dovevo partorire normalmente, ma siccome hanno aspettato tre ore e ho avuto un problema hanno dovuto farmi un cesareo e sono rimasta in ospedale per dieci giorni“.

Allo stesso modo, il padre di uno degli studenti della scuola gestita da Still I Rise è stato trasferito in terapia intensiva a causa di complicazioni dovute a una patologia cardiaca pregressa, dopo essere risultato positivo al test per il Covid ed essere stato messo in isolamento senza un’adeguata assistenza medica.

Drammatico anche l’accesso ai servizi igienici di base: i bagni e le docce erano pochi e ai residenti con diagnosi di Covid-19 è stato permesso di usare quelli a disposizione di tutti. Dalle testimonianze raccolte emerge che le persone sottoposte a quarantena non si potevano lavare ed erano costrette a indossare gli stessi vestiti per tutti i 14 giorni di isolamento.

Anche la fornitura alimentare è stata fatiscente e non adeguata al fabbisogno delle persone. Come racconta H.N.: “Il cibo non è buono (avariato o maleodorante). All’inizio ci portavano il cibo ai container, ma dopo un po’ hanno iniziato a portarlo all’ingresso dei 6 container. Quindi, se tardavi, non ricevevi nulla e restavi affamato“.

Le testimonianze raccolte da Still I Rise parlano anche di una fallimentare divulgazione delle informazioni sulla realtà del Covid-19 tra le persone del campo: questo ha favorito la diffusione di voci e informazioni false, nonché la discriminazione di coloro che risultavano positivi. Il risultato è stato un crescente stato di paura, che in alcuni casi ha comportato la mancata segnalazione di sintomi sospetti da parte dei richiedenti asilo.

Il nuovo hotspot

L’apertura di questo nuovo campo rappresenta per queste persone un cambiamento nella loro identità, nella loro autostima e nella loro dignità. L’Europa li sta distruggendo” dichiara Eva Papaioannou, psicologa di MSF a Samos.

Sono stati spesi milioni di euro per realizzare questa struttura, dotata di avanzati sistemi di sorveglianza, che detiene persone il cui unico crimine è quello di cercare sicurezza e stabilità.

Da mesi i pazienti assistiti nella clinica di salute mentale di MSF a Samos si sentono abbandonati e senza speranza. Per chi è sopravvissuto alla tortura, un nuovo centro così altamente controllato rappresenta non soltanto la perdita di ogni libertà, ma anche la possibilità di rivivere vecchi traumi. La maggior parte dei pazienti presenta sintomi di depressione e disturbo da stress post-traumatico. Tra aprile e agosto 2021, il 64% dei nuovi pazienti assistiti da MSF ha manifestato pensieri suicidi, mentre per il 14% c’era un elevato rischio di suicidio.
MSF chiede all’UE e alla Grecia di avere come unico obiettivo quello di fornire assistenza e facilitare la ricollocazione dei richiedenti asilo appena arrivati verso strutture sicure in tutta Europa.

Paziente MSF: “Ero un rifugiato, d’ora in poi sarò anche un prigioniero

Un giovane paziente di MSF originario del Mali è bloccato a Samos da ormai due anni. È stato costretto a fuggire dal suo paese perché vittima di tortura. Ha iniziato il suo viaggio verso l’Europa con la speranza di vivere in un luogo sicuro. Ora è frustrato e le paure per il nuovo centro gli hanno già indotto una serie di reazioni psicoemotive. “Vorrei essere libero. Fino a poco fa ero un rifugiato, d’ora in poi sarò anche un prigioniero” ha detto al team di MSF.

La storia di Felicite, vittima di tratta a cui viene negato diritto d’asilo

Felicite è sopravvissuta alle mutilazioni genitali femminili. È stata costretta a sposarsi a 14 anni, e per molto tempo ha subìto violenza fisica e sessuale da parte di suo marito, un uomo di 30 anni più vecchio di lei. È riconosciuta come vittima di tratta ed è a Samos da due anni. La sua richiesta per ottenere lo status da rifugiata è stata rigettata due volte, e a causa di ciò non ha accesso ai servizi sanitari di base forniti all’interno del campo, come la distribuzione del cibo. Da quattro mesi aspetta che venga presa una nuova decisione in merito alla sua richiesta di asilo. “Morirò di fame?” è la domanda che ripete al team di MSF sull’isola.