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Un posto in mezzo al nulla

Sull'isola greca di Samos apre un nuovo campo per rifugiati

Il nuovo campo hotspot "umanitario" di Samos. (Foto: Medico International)

Il nuovo campo non è un campo, è una prigione. È circondato dal filo spinato. C’è perfino un campo di deportazione e prigionia al suo interno. Credo che l’isola stessa sia una sorta di campo perché è totalmente isolata. In un certo senso è un campo dentro a un campo, dentro a un campo.”

Bashir*, ex residente del campo

Il primo dei nuovi “centri di identificazione e accoglienza polivalenti” sulle isole dell’Egeo verrà inaugurato a Samos questo fine settimana (18 settembre 2021 n.r.T.). Alla fine del 2020, la Commissaria europea Ylva Johansson aveva promesso procedure di asilo e misure per l’integrazione continuative per coloro che richiedono protezione, e buone condizioni alloggiative in linea con il diritto comunitario.

L’UE sta investendo almeno 250 milioni di euro in nuovi campi umanitari, per più persone e con container dotati di aria condizionata dove i residenti potranno cucinare autonomamente. Tutto ciò promette bene. Ma i residenti del vecchio campo nella città di Vathy hanno dei dubbi, basati sulla loro esperienza, e sono spaventati.

Da Vathy la strada per il nuovo campo porta ripida ad una montagna. Lo scooter fa decisamente fatica ad affrontare la salita e l’aria brucia. Una curva segue l’altra e sono sollevata quando un’auto in sorpasso mantiene la distanza di sicurezza. Dopo più di venti minuti finalmente arrivo a destinazione. Un grande cartello con le dodici stelle dell’UE spiega che qui si sta costruendo il campo di Zervou.

Sono in piedi davanti a una recinzione di filo spinato alta un metro, davanti a un enorme cantiere da qualche parte nel nulla tra le montagne di Samos. Senza rendermene conto, il disagio aumenta. Anche con tutta la buona volontà, non riesco a immaginare che questo posto possa offrire agli adulti, e persino a dei bambini, una vita dignitosa. Un uomo con un gilet ad alta visibilità mi si avvicina. “Non è permesso rimanere nel cantiere“. Anche se non ho lasciato la strada di ghiaia, obbedisco al suo ordine, sapendo che la polizia dell’isola criminalizza sempre le persone che fanno foto dei campi. Qui non ci deve essere pubblicità.

Sintomo di un sistema

Dopo il fine settimana le persone verranno trasferite nel nuovo campo, il primo dei campi hotspot previsti sulle isole dell’Egeo, tutti con una caratteristica comune: a causa della loro posizione geografica, isolano i residenti dall’accesso alle città e dalle loro strutture di approvvigionamento. E quindi anche dalla vita quotidiana: dalla spensieratezza dei caffè, dalla vivacità dei mercati. Ma sono proprio questi i luoghi che permettono alle persone di dimenticare, almeno per un po’, che sono, o dovrebbero essere, rifugiati. Ciononostante, il campo di Zervou è pubblicizzato come un modello di campo umanitario.

Samos è quindi anche l’emblema della disumana politica migratoria dell’UE. Accanto ai discorsi sui diritti umani, vengono create condizioni che privano le persone dei loro diritti e le fanno ammalare. Anche il vecchio campo di Vathy aveva dei container abitativi climatizzati, fino a quando l’aria condizionata si è rotta o l’elettricità è stata staccata.

Studi clinici sottolineano che i fattori di stress successivi alla fuga possono essere un peso psicologico ancora più importante di eventuali eventi traumatici vissuti prima o durante la fuga stessa. I legami sociali con la popolazione locale sono ripetutamente menzionati come un fattore determinante per la salute mentale dei residenti dei campi. Al contrario, l’impossibilità di creare legami è evidenziata come un fattore dannoso. L’anno scorso, uno studio del Samos Advocacy Collective 1 ha richiamato l’attenzione sull’impatto disastroso del campo sulla salute mentale delle persone. Rimanere nel limbo causa danni emotivi. L’incertezza dell’attesa, la paura della deportazione e quella di rimanere nell’illegalità, la permanenza nella precarietà del campo sono elementi fortemente stressanti. La creazione di un nuovo campo non cambierà tutto questo.

Luoghi che privano dei diritti e fanno ammalare

Tornata a Vathy mi sento distrutta. E sono contenta di essere andata in scooter. In bicicletta ci avrei rinunciato. A piedi, probabilmente non avrei nemmeno provato a raggiungere il cantiere del nuovo campo. In città incontro Mohammed. L’uomo riesce a sorridere mentre mi spiega le condizioni di vita, o meglio di sopravvivenza, del vecchio campo: “Quando sono arrivato, stavo bene. Ora non riesco a dormire per più di due ore. Qui si può davvero vedere come il corpo degenera: dobbiamo vivere con cimici e scarafaggi. In Africa ci sono delle prigioni, e se ti mandano lì, in due giorni cambi. Ti distruggono. E qui viviamo come in una prigione africana“. Mohammed non è il solo a dire che il campo stesso è una violazione dei diritti umani di coloro che ci vivono.

Davanti alla clinica che l’equipe dell’organizzazione medica MedEquality ha allestito in un piccolo ufficio, un uomo è rannicchiato su sé stesso. Si vede che dev’essere ancora giovane, forse sui vent’anni. Il suo corpo è snello e muscoloso, ma piegato dal dolore. “Il campo ti fa ammalare“, conferma Stephanie*. L’infermiera qualificata lavora come volontaria alla clinica: “Molte persone vengono da noi con problemi gastrointestinali, chiaramente causati dal cibo del campo. Anche se parte del cibo arriva confezionato, spesso è già ammuffito. C’è letteralmente un solo medico nel campo. In questo momento è l’unico responsabile di alcune centinaia di persone. Nel 2019 ce n’erano più di settemila. Allora la gente sarebbe semplicemente morta se non ci fossimo stati noi“.

Il nuovo campo creerà condizioni migliori? I membri dello staff di MedEquality nutrono seri dubbi. Non vedono più una prospettiva per il loro lavoro a Samos. Data la grande distanza del nuovo campo dalla città, è probabile che nessun paziente andrà più nella loro clinica di fortuna. “E potrebbe anche essere che non facciano proprio uscire la gente dal campo“, aggiunge Stephanie rassegnata.

Stupore

Non ci sono informazioni attendibili sul trasferimento delle persone nel campo. “Tutto quello che sappiamo è che si trova da qualche parte lassù sulla montagna e che nessuno nel campo risponde alle nostre richieste“. Mohammed si muove da un piede all’altro. Il disagio è evidente sul suo volto; ha poche ragioni per fidarsi delle autorità. Un attivista dei diritti umani che vive a Samos conferma: “Nessuno sapeva chi sarebbe stato a capo della gestione del nuovo campo, neppure l’amministrazione del vecchio campo, che in realtà sarà responsabile anche di quello in costruzione. Questo è assurdo“.

Tutto sembra possibile. Negli ultimi mesi, a molte persone del vecchio campo è stato dato il permesso di lasciare l’isola e raggiungere la terraferma greca, qualcosa che prima era impensabile.
Allo stesso tempo, solo poche barche con nuovi rifugiati dalla Turchia sono arrivate a Samos, e nessuno sa spiegarne il motivo. Quello che è certo è solo che ci sono stati diversi respingimenti illegali documentati nelle ultime settimane. Un testimone oculare descrive che in almeno un caso una persona è stata semplicemente gettata in mare dalla guardia costiera prima che potesse raggiungere l’isola.

Di sera, la barca di Frontex, che naviga sotto bandiera tedesca, lascia il porto di Samos. A poca distanza, anche la nave da guerra della marina greca salpa dalla baia. È buio, ma si può seguire il suo segnale GPS via app. Poi, improvvisamente, scompare dal radar. Spento. Si può solo immaginare dove sono e cosa stanno facendo. Ma non si può sapere con certezza.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?

Quando il campo di Zervou aprirà sabato 18 settembre, ci saranno proteste contro la sua apertura e la politica migratoria repressiva. A Vathy, ci sarà una manifestazione congiunta di residenti del campo, attivisti e altri isolani che cercano di opporsi alla politica di chiusura.

Le parole di Mohammed rimangono nella mia memoria. Mentre si congeda, riassume tutto: “Il nuovo campo non è una buona cosa per l’Europa. Penso che sia da criminali criminalizzarci. È una vergogna tenere le persone in una situazione del genere. Quando mi dicono: ‘Oh, abbiamo un bel letto, abbiamo una bella cucina per te’ rispondo che non mi interessa un bel letto o un bel posto per dormire. Si tratta di avere la libertà di muoversi e vivere con gli altri. Non parlo solo per me, ma per tutti quelli che vivono con me nel campo di Samos. Perché se non parliamo, nessuno ci sentirà“.

* Nome cambiato

  1. NGOs release new report on the ‘invisible’ mental health emergency for asylum seekers on Samos“, Europe Must Act (EMA) (6 aprile 2021)