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Crisi al confine tra Polonia e Bielorussia: “Non vogliamo che le persone muoiano nel bosco”

MSF ha raccolto le preoccupazioni delle persone solidali che vivono a ridosso del confine

A group of Yemeni and Palestinian migrants continue their journey after receiving food, warm clothes and batteries from a group of activists in a "silent intervention". 01.11.2021; Sejny; Poland @MSF

Le persone in movimento restano intrappolate in una zona boscosa al confine, bisognose di attenzione e assistenza medica, dovendo affrontare temperature sotto lo zero. All’inizio del 2022, Medici Senza Frontiere (MSF) prese la difficile decisione di ritirarsi dalla zona frontaliera polacca, dopo che le autorità avevano bloccato per mesi l’accesso alla zona rossa.

Nel 2021 almeno 21 persone persero la vita nel tentativo di attraversare il confine tra BIelorussia e Polonia. Oggi le persone continuano a dover affrontare temperature sotto lo zero senza cibo, acqua, riparo, vestiti pesanti o accesso a cure mediche. Se le politiche dell’Unione Europea (UE) e l’accesso limitato per le organizzazioni che offrono sostegno ai migranti e alle migranti persistono, rischiano di morire altre persone in condizioni così dure.

Qui di seguito diffondiamo le preoccupazioni di chi continua ad aiutare le persone più vulnerabili che rimangono nascoste in condizioni estreme nel bosco.

Come è cambiata la tua vita da quando è iniziata la situazione al confine?

“Il cambiamento più grande fu quando le persone cominciarono a venire nel nostro vicinato. All’inizio avevamo solo sentito parlare di chi attraversava il confine e avevamo visto le foto, le persone non potevano passare per la nostra zona perché ci sono paludi ovunque. Ma temo che ci siano corpi in quelle paludi”, dice Zosia*, che abita in un villaggio nella zona di confine.

“Allora si stabilì lo stato di emergenza. Vivo fuori dalla zona in stato di emergenza, ma vicino a quell’area, per cui ho attraversato la zona molte volte. Per i miei amici che vivono dentro la zona invece credo che sia molto più difficile, perché si imbattono in soldati armati continuamente. I bambini e le bambine hanno spesso paura”, prosegue Zosia.

“La nostra vita è cambiata in molti modi: notti agitate, tensione nervosa, timore che aiutare le persone rifugiate sia visto come un coinvolgimento nel traffico e nella tratta di persone. Paura che gli ambienti di destra possano vendicarsi di coloro che offrono aiuto”, denuncia Marek, che abita in un villaggio della zona rossa.

“Si è ristretta la libertà di movimento e l’attività turistica normale è impossibile. Nonostante tutto, ci siamo avvicinati alla famiglia dei nostri vicini. Parliamo molto di questo, mi fa molta rabbia, i miei stessi pensieri mi opprimono, ma ho il sostegno di mia moglie, e il nostro figlio maggiore torna a casa più frequentemente”, dice Marek.

Aiutare le persone in movimento ti ha causato problemi?

“Stavo aiutando un gruppo di persone in pessime condizioni e chiamammo un’ambulanza. Sapevamo che l’ambulanza sarebbe venuta con le guardie di frontiera ma non era possibile per noi lasciare sole quelle persone [senza assistenza medica], conoscendo l’atteggiamento delle guardie di frontiera verso la popolazione migrante”, afferma Zosia.

“Venne un gruppo, erano guardie di frontiera, ma non avevano il distintivo o era nascosto e cominciarono a minacciarci. Dicevano che eravamo là illegalmente, che eravamo contrabbandieri. Erano molto ostili anche verso le persone rifugiate. Ci sentimmo come se fossimo in trappola. Avevamo paura. Non per noi stessi, ma per queste persone, che sarebbero state spinte di nuovo nel bosco.”

Avete distribuito beni di prima necessità alle persone in movimento. La gente della tua comunità vi sostiene?

“La gente nel mio villaggio sa cosa facciamo, l’informazione passa di bocca in bocca. Non ne parliamo ma posso immaginare cosa pensano al riguardo. D’altra parte però abbiamo ricevuto un sostegno incredibile dai nostri amici, e molti vennero qui ad aiutarci”, risponde Zosia.

Vengono nel bosco con noi e consegnano qualcosa alle persone intrappolate là. Questo è molto importante per me, quando vado nel bosco sento che non sono sola”.

Le persone nei villaggi dentro la zona rossa ricevono supporto psicologico per poter affrontare questa situazione?

“So di varie persone che sono rimaste traumatizzate dopo aver visto famiglie nascoste tra gli arbusti e le guardie di frontiera che le catturavano, per poi scoprire che le avevano riportate dietro il filo spinato”, afferma Marek.

“Chi lavora in cooperazione con Grupa Granica (Gruppo di Frontiera) ha accesso ad assistenza psicologica gratuita. Il Gruppo di Frontiera aiuta i volontari e le volontarie della zona. Senza di loro, la situazione sarebbe molto difficile”, dice.

Cosa credi sia necessario fare?

La cosa più importante è che il governo fermi le restituzioni. Serve che il governo cambi la legge e si svegli”, afferma Zosia.

“La comunità ancora una volta torna a dividersi tra chi è contento dei servizi che difendono il confine e chi non può rimanere indifferente”, dice Sylwia*, che abita in un villaggio in zona rossa. “Ai militari piacerebbe che nessuno ne parlasse, che si sedessero tutti in silenzio e facessero finta di non vedere”.

“Abbiamo bisogno di una decisione del governo e delle guardie di frontiera che permetta di offrire assistenza (medica e legale) a chi ne ha bisogno, d’accordo con gli standard civili e nel rispetto dei diritti umani. Vogliamo anche la fine delle restrizioni di movimento per la popolazione locale e la fine dell’estrema militarizzazione nella zona di frontiera”, prosegue Marek.

Non vogliamo che le persone muoiano nel bosco. Non vogliamo che muoiano dietro la nostra staccionata. Vogliamo aiutare le persone bisognose indipendentemente da dove vengono. Siamo stati educati con certi valori che ci portano ad aiutare le persone bisognose”, conclude Marek.

Necessitiamo di un corridoio umanitario, necessitiamo di supporto per informare le persone a casa e nel mondo su ciò che sta realmente accadendo”, prosegue Sylwia. “Le persone al potere e quelle che danno gli ordini devono vedere i migranti come persone e dar loro dignità e rispetto, in quanto persone bisognose”.

* Tutti i nomi sono stati modificati per proteggere l’identità delle persone.