Photo credit: Rossella Fadda

(De)centrarsi per riposizionarsi nell’ascolto reciproco

Un viaggio con le donne luchadoras del gruppo di reflexión y autocuidado

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di Rossella Fadda 1

“Siempre imaginamos que el hombre lo puede todo, pero no. Tenemos que romper este paradigma”.
25.11.2021

Di paradigmi ne ho dovuti ‘rompere’ tanti dentro di me in Ecuador. La cultura machista e patriarcale è qualcosa che ti entra fino alle ossa vivendo in un Paese dell’America del Sud, ma non è di questo che voglio raccontare qui. Vorrei invece ripercorrere alcune riflessioni nate dalla mia esperienza di partecipazione e co-conduzione a gruppi di “reflexión y autocuidado” sulla tematica della violenza di genere con HIAS durante il mio Servizio Civile Universale a Quito. Gruppi realizzati con donne Colombiane e Venezuelane per le quali scrivo come ringraziamento per avermi accompagnata nel mio percorso di (ri)posizionamento nel mondo.

Sono arrivata a Quito con un piccolo bagaglio di esperienza sulla tematica di genere nel campo della migrazione. E, ad essere sincera, la maggior parte delle volte ero stata esposta ad un approccio e una retorica che ho sempre trovato profondamente vittimizzanti nei confronti delle donne – e non solo – e delle loro esperienze legate alla violenza. Vittime. Solitamente è così che vengono chiamate ed è da qui che voglio iniziare, perché questo è stato il primo paradigma che ho voluto decostruire attraverso la condivisione delle storie di alcune donne con le quali pensavo di condividere il solo fatto di non trovarci nel nostro paese di origine. Condizionata dalla convinzione che questo fosse l’unico aspetto che ci accomunasse, seppur conscia del bagaglio di privilegio che mi porto sempre dietro, mi sono dovuta ancora una volta ricredere.

Nella grigia e piovosa Quito, i martedì erano giorni che attendevo con curiosità, gioia e tensione. Erano i giorni del gruppo di autocuidado – un’espressione che in italiano tradurrei con “autocura”, “cura di sé”. La cura è stato un concetto centrale della mia esperienza all’interno dei gruppi che abbiamo condotto, che in altri contesti e paesi sono spesso descritti come gruppi di supporto psicosociale. Ma i gruppi di reflexión y autocuidado non ruotano semplicemente attorno all’idea di supporto – “aiuto” – unidirezionale offerto da noi conduttrici alle donne partecipanti. Al contrario, obiettivo del gruppo era creare uno spazio in cui le donne potessero dare forma ad una rete di mutuo supporto, di cura reciproca tra loro e per loro.

Sin dall’inizio mi ha stupita ascoltare e partecipare della forza delle partecipanti. Osservare la loro autoconsapevolezza e volontà di voler uscire – o quantomeno provare a costruire insieme degli strumenti per farlo – dalla condizione nella quale si trovavano. Donne che, nella mia precedente esperienza, erano quasi sempre state incasellate nella categoria di “vittime di violenza di genere”, ma che in Ecuador – così come in altri paesi dell’America del Sud – sono sobrevivientes a la violencia basada en género: sopravvissute, non più solo vittime. Quella che potrebbe sembrare una banale precisazione terminologica, ha per me rappresentato l’inizio di un percorso piuttosto tortuoso di decostruzione come donna, bianca, europea, privilegiata.

Sono sempre uscita impattata da questi spazi di condivisione preziosa; era come se mi decentrassero…un fluido decentramento che sentivo però essere fondamentale per (ri)posizionarsi nel mondo. Posizionarmi nel mio qui ed ora, ma anche nel mio lì lontano: l’Italia, l’Europa, il Nord Globale. Fluido perché non è stato solo decentramento, ma un lento, spesso difficile esercizio, o meglio, esperienza per centrarmi con nuova consapevolezza. Centratura. Senza questa destabilizzazione iniziale non avrei potuto capire né partecipare delle storie che mi sono state donate con fiducia. Storie di paura, di perdita e sofferenza, di costrizione a lasciare tutto quello che c’è prima e dietro di noi. Storie di coraggio e forza, di quell’agency che sconfina oltre una rappresentazione che troppe volte incatena le donne alla loro esperienza di violenza subita, alimentando una prospettiva densa di colonialità. Deumanizzandole, le spoglia della possibilità di essere state altro prima, di poter essere altre poi e di voler ricominciare lasciandosi il dolore alle spalle.

Ricordo di essere arrivata al primo incontro pensando “riuscirò a non far pesare il mio privilegio? Riuscirò a sospendere ogni interpretazione e semplicemente ascoltare, osservare, accogliere?”. È una sensazione di inadeguatezza e forte disagio quella che si vive quando si è consapevoli che il proprio privilegio non è più solo simbolico in un paese come l’Ecuador, ma è situato nel corpo ed è visibile.  Sempre. Mi ripetevo che sarei stata l’ennesima volontaria internazionale a partecipare a quegli spazi sapendo di tornare a casa dopo alcuni mesi. Ma imparare a stare a proprio agio nel disagio è il primo passo per decostruirsi.

Vorrei riuscire a disegnare – se mai fosse possibile – la grande potenza di questi gruppi di autocuidado con le mie parole, che però senza una condivisione corporea restano sospese a metà. Spontaneità, aprendizaje e sanar. Sono parole imbevute di quel potenziale beneficio “curativo” che risiede nella possibilità di condividere le proprie difficoltà con altre donne in uno spazio sicuro, per trovare supporto e prendersi cura di sé. La chiave per farlo è molto più semplice di teorie e linee guida: l’ascolto reciproco, sospendendo il giudizio. Perché “condividere le nostre esperienze che, come migranti, e non solo come migranti, ma come donne, affrontiamo ogni giorno” aiuta a sentirsi meno sole. A dedicarsi uno spazio dove il peso di cuidare (prendersi cura) le proprie famiglie è sostituito dal sanar (curare) sé stesse, imparando insieme come farlo. E così si parla di famiglie, del distacco dalle famiglie e delle persone più care che sono rimaste indietro in Colombia, in Venezuela, in Italia; della sensazione di solitudine e vuoto – “me siento basia” – perché le persone che più ti conoscono e possono capirti realmente sono lontane da te.

Tania (nome di fantasia) è sola, ha 2 figlie e un figlio che ha portato con sé dalla Colombia; non ricordo da quanto fosse a Quito, ma ai primi incontri nei suoi occhi si leggeva una paura ancora troppo vivida. Con le poche parole pronunciate, ha raccontato ciò che lei stessa ha definito depressione; e con essa la sua insicurezza. Un giorno, sedute sul prato, non riusciva a darsi pace: come si può “salir de una lucha y entrar en otra?” – “uscire da una lotta e ritrovarsi in un’altra”. Pensava di aver superato l’ostacolo più grande, lasciare il suo paese portando i suoi figli in Ecuador; pensava di poter ricominciare. E poi dopo aver lottato ed essere sopravvissuta, dopo aver protetto i propri figli e aver sentito il pericolo attraversare tutto il corpo, si è ritrovata a fuggire alla madrugada (l’alba), in quella stessa città (Quito) che le aveva dato un po’ di tranquillità. Ma come è questa tranquillità? Cosa posso mai rispondere a una donna che non si spiega perché uno dei suo cani sia stato rubato, in quello che è un attacco generato dalla xenofobia crescente in questo paese andino; che parla di razzismo con un dolore e una consapevolezza lacerante; che ha preso tutte le sue cose ed è scappata, ancora una volta, perché qualcuno nel suo barrio (quartiere) “ha minacciato di mettere una pallottola in testa a mio figlio di poco meno di 10 anni?

Non c’è molto che si possa rispondere. Rimane solo il grazie, unica cosa che esce dalla mia bocca: “gracias por compartir tu historia y experiencia con nosostras” – “grazie per aver condiviso la tua storia con noi (donne)”. Gratitudine per la fiducia che mi viene data nel custodire la preziosa condivisione della sua fragilità, della sua paura, delle sue lacrime. Gratitudine destabilizzante perché mi aiuta a ricordare la mia posizione in questo mondo per rimanere sempre in ascolto, senza mai darla per scontata. E se riesci a sospenderti, ad uscire dall’idea paternalistica dell’aiuto – del white savior complex -, alla quale sei stata esposta per buona parte della tua vita, forse puoi riuscire a vedere come l’ascolto e un semplice grazie possono bastare ad essere il motore di fortalecimiento (consolidamento) che si costruisce in rete. Perché tu non puoi salvare.

Anche io sono una donna. E anche io ho dovuto convivere con una costante sensazione di insicurezza che mi attraversava la pelle ogni volta che lasciavo la mia casa a Quito per muovermi in città. Ogni volta che ho scelto di andare al gruppo di autocuidado a piedi, unica occasione in cui con il fiato sospeso camminavo per una ventina di minuti guardandomi costantemente le spalle. L’udito affinato per poter sentire ogni movimento attorno a me, la vista che scrutava ogni volto, ogni macchina, ogni angolo della strada. E anche io, ad uno degli incontri, ho condiviso con le mie compagne di viaggio quella orrenda sensazione di insicurezza a camminare, aumentata dalla consapevolezza di essere donna – bianca, europea, privilegiata – che a volte quasi paralizza il tuo corpo. Maria (nome di fantasia), una signora Colombiana, la più anziana del gruppo, aveva condiviso poco prima le stesse sensazioni. Due donne, due Paesi, due bagagli di esperienza troppo diversi, ma che non è vero che non hanno nulla in comune. Perché se così fosse rimarremo per sempre incastrate in una logica di differenza che allontana, anziché unire per fare rete, per farsi forza insieme. E insieme abbiamo condiviso come affrontiamo le nostre paure, piccole strategie e consigli per superarle un passetto di più alla volta; insieme perché da sole tutto può sembrare più difficile. E così proprio alla fine di quell’incontro, ho proposto a Maria di tornare con me a piedi verso casa. Siamo tornate e abbiamo camminato insieme, un po’ più forti. “Oggi abbiamo vinto”.

Con ognuna di queste donne ho chiacchierato, ho scherzato, ho riso, ho disegnato. Per ognuna di queste donne ho guidato e adattato brevi pratiche di respirazione per gestire le nostre ansie e preoccupazioni, per rilasciare un po’ di quello stress quotidiano. Insieme ad ognuna di queste donne ho condiviso una pratica di yoga, rimanendo in ascolto e adattandola ai nostri corpi.

Sono piccoli gesti, è vero. Non ho salvato vite, non ho scritto nessun report da pubblicare, non ho applicato nessuna teoria per farlo. Ma questi gesti di interazione personale, di azioni e reazioni così lontane da tecnicismi, mi hanno aiutato a vedere, e vivere, quanto sia impattante e fondamentale il modo in cui ci poniamo in relazione le une con le altre. Ci si muove in punta di piedi, si sta in silenzio più volte di quante si parli, si lasciano spazi alle altre per superare la timidezza di parlare… al centro di questi gruppi non c’ero io né la mia collega. Non era importante in che forma si spiegassero gli obiettivi dell’incontro e quali concetti si applicassero.

Il gruppo di autocuidado è uno spazio per le donne e delle donne, al quale noi abbiamo partecipato come facilitatrici e durante il quale abbiamo condiviso il nostro supporto, io credo, in una forma di reciprocità. Farsi da parte lasciando che queste donne acquisissero insieme sempre più consapevolezza è stato meravigliosamente orizzontale e gratificante.

Credo che nel nostro lavoro “umanitario”, in tutte le diverse tipologie di contesti e interventi, ci si dimentichi troppo spesso dell’ascolto. Si sottovaluta l’importanza di spazi come questo gruppo, volti a riflettere e condividere insieme. Reciprocità, altra parola chiave per il mio percorso di riposizionamento. Io stessa per prima, non avendo mai partecipato a un gruppo simile, ne sottovalutavo, o semplicemente ignoravo, l’efficacia e il valore.

Sono spazi speciali – a me piace definirli così – dove la luce, la forza, la creatività, l’intraprendenza e il coraggio, il rispetto e la forza di volontà unita al desiderio di cambiare la propria vita, offrono spunti di riflessione densi di significato. Mi hanno insegnato a poco a poco a cambiare prospettiva, a pormi con uno sguardo e una postura sempre più lontana dalla vittimizzazione e dall’“aiuto”, quanto più vicina al fortalecimiento (consolidamento) delle capacità e potenzialità di ognuna delle persone con cui e per cui lavoro.

In qualsiasi forma
l’obiettivo è uno
connettersi con sé stesse
stare bene nel nostro qui ed ora
aggiustandosi nei movimenti insieme
,
fidandosi.

Se mi merito o no questa fiducia
oggi non me lo chiedo.
Anche io mi connetto al nostro qui ed ora.
Affondo nella sensazione di questa fiducia reciproca, preziosa.
Rimango in ascolto.
RINGRAZIO.

  1. Antropologa e operatrice umanitaria con esperienza in contesti di emergenza migratoria nel supporto psico-sociale GBV, assistenza legale, mediazione interculturale, attività di sensibilizzazione e formazione. Specialista in MHPSS, Asilo e Migrazione in Europa e America del Sud.