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Si suicida un uomo detenuto nel Centro di Detenzione Pre-respingimento del campo di Moria a Lesvos

La denuncia del Legal Centre Lesvos: ci sono precise responsabilità per questa morte, vogliamo un'inchiesta indipendente

Il 6 gennaio un uomo iraniano di 31 anni è stato trovato morto impiccato in una cella del PRO.KE.K.A., il Centro di Detenzione Pre-respingimento all’interno del campo di Moria sull’isola di Lesvos.

Secondo quanto raccontano molti di coloro che hanno convissuto la detenzione con lui, la polizia era perfettamente a conoscenza della grave situazione riguardo alla salute mentale dell’uomo, ma, nonostante ciò, è stato lasciato in isolamento per le due settimane antecedenti alla sua morte.

Il PRO.KE.KA è la prigione dove sono detenuti tutti gli “indesiderati” dall’Unione Europea e dallo Stato Greco. La maggior parte sono persone arrestate immediatamente in seguito al proprio arrivo dalla Turchia, detenute fin da subito in base alla loro nazionalità.
Altri sono internati in quanto considerati “minacce alla sicurezza pubblica“, ma vengono detenuti senza aver ricevuto condanne o processi; altri ancora sono migranti a cui sono state rifiutate le richieste d’asilo, ma che sono state giudicate da un sistema che mira ad escludere i migranti dall’UE ed a mantenere una popolazione priva di documenti e conseguenzialmente sfruttabile sotto minaccia di rimpatrio..

Questa politica di punizione collettiva è comunemente replicata nei tribunali e dai media che criminalizzano i migranti e li definiscono come aventi un “insufficiente profilo da rifugiati“, ossia non eleggibili allo status di profugo, prima ancora di aver analizzato le richieste ed i casi delle singole persone.

Questo concetto di “profilo insufficiente” è implementato nei PRO.KE.K.A. di Lesvos e Kos: coloro che arrivano da paesi per cui viene stimato un basso coefficiente di crisi, per cui non viene riconosciuta interamente la protezione internazionale, vengono detenuti appena sbarcati dalla Turchia; questo in particolare avviene per le persone provenienti dai paesi africani.

Gli uomini che arrivano da tali paesi senza famiglia vengono arrestati appena giunti su suolo greco e vengono detenuti fino a tre mesi, prolungabili fino a 18 con la nuova legge sull’asilo appena varata.

PRO.KE.KA opera con poco controllo e quasi completa incuranza delle necessità. Le persone detenute hanno poche possibilità di accedere a forme di supporto legale, medico o psicologico. I migranti sono detenuti in celle iper-affollate per 22 ore al giorno. Dalle testimonianze dei detenuti gli abusi fisici e psicologici da parte della polizia e dei carcerieri rasenta la quotidianità.

Molti detenuti hanno raccontato di aver subito i seguenti abusi: le persone vengono svegliate di notte con forti rumori e luci puntate addosso nei momenti più svariati, per diletto dei carcerieri; sono costretti a passare due ore al giorno all’esterno, anche in periodo invernale o con le condizioni meteorologiche più avverse. Recentemente molte testimonianze raccontano di detenuti portati negli angoli ciechi di telecamere e sorveglianza per essere pestati dalla polizia mentre si trovano ammanettati ed inermi.

Ai detenuti è concesso di utilizzare i propri cellulari solamente nei fine settimana, così che restino isolati durante la maggior parte del tempo dalle proprie famiglie e dalle reti di supporto, rendendo così quasi impossibile richiedere l’intervento del supporto legale. Le visite di amici e famigliari vengono spesso proibite e, per questo motivo, diventa impossibile denunciare gli abusi subiti.

Molti internati inoltre denunciano il timore di ritorsioni da parte della polizia ogni volta che cercano un contatto all’esterno ed ammettono di non fidarsi degli enti governativi e delle organizzazioni ufficiali in quanto riscontrano come nonostante tutti i tentativi di segnalazione a queste gli abusi siano continuati sotto gli occhi di tutti.

Quasi nessun bisogno primario viene soddisfatto, i detenuti non hanno vestiti adeguati alle stagioni più rigide e viene loro data un unica coperta che durante l’inverno è completamente inadeguata alle temperature più fredde. Senza la presenza degli interpreti i detenuti hanno pochi modi di comunicare con i propri carcerieri e per ciò molti di loro sono all’oscuro delle cause della propria situazione di detenzione o per quanto tempo si protrarrà. Il cibo è scarso ed inadeguato e moli di loro soffrono la fame o hanno problemi di salute dati dal cibo malsano; a volte viene servito un unico pasto al giorno ed è proibito ricevere cibo dalle persone in visita. All’interno della prigione non viene fornito sapone o dentifricio e sono spesso scoppiate numerose epidemie di scabbia tra i detenuti.

Le richieste di asilo dei detenuti nei campi PRO.KE.K.A. sono sistematicamente velocizzate e la loro intervista per la richiesta d’asilo viene fissata a pochi giorni dopo il loro arrivo; inoltre, l’accesso al supporto legale è fortemente contrastato, viene spesso negato nonostante ne debba essere garantito il diritto; internati nel campo i migranti trovano grandissime difficoltà nel raccogliere prove a favore del loro status di richiedenti al sistema di asilo.

La detenzione illegale di minori è pratica comune in quanto l’Agenzia Europea dei Confini FRONTEX registra sistematicamente i minori come adulti. Anche coloro che sono reduci da torture e ne portino i vistosi marchi sul proprio corpo sono detenuti nonostante l’obbligo di controllare ogni situazione che denoti vulnerabilità di ogni singola persona.

Alle persone che soffrono di patologie mediche o psicologiche viene regolarmente impedito l’accesso alle cure sanitarie ed ai medicinali, anche quando provvisti di prescrizione medica e ne fossero in possesso durante il loro arrivo.

Quando richiedono di venir visitati da un medico o da uno psicologo polizia ed AEMY (un’istituzione privata totalmente in mano al Ministero della Salute greco) scaricano la responsabilità l’uno sull’altro e spesso queste persone non vengono mai curate.

L’autolesionismo è all’ordine del giorno nei campi PRO.KE.K.A.; a volte persone gravemente malate sono state detenute e successivamente deportate in Turchia da polizia e FRONTEX, fatti di cui l’UNHCR non è certo all’oscuro.

Qui nel campo di Moria l’uomo morto il 6 gennaio è stato imprigionato a dicembre 2019. Secondo le testimonianze di altri detenuti ha trascorso un breve periodo di tempo con altre persone, prima di essere trasferito in isolamento per circa due settimane. Durante tale periodo d’isolamento era continuamente da solo, anche durante le ore d’aria che erano state sistematicamente organizzate in orari diversi da quelli degli altri detenuti.

Per vari giorni è stato rinchiuso nella sua cella senza che potesse uscirne. In quei giorni il cibo gli veniva consegnato attraverso la finestra della sua cella e la sua condizione di disagio mentale era evidente a tutti gli altri detenuti ed alla polizia. L’uomo si abbandonava spesso a crisi di pianto durante le notti ed era solito battere sulla porta della sua cella chiedendo di uscire; aveva precedentemente minacciato atti di autolesionismo e gli altri detenuti raccontano di non aver mai visto nessuno fargli visita, né l’avevano mai visto uscire per ricevere valutazioni mediche o psichiatriche.

L’assistenza sanitaria nella prigione è gestita dall’AEMY che legalmente è in mano allo stato greco ed il suo team medico consiste in uno psicologo ed un assistente sociale. Tuttavia, l’assistente sociale si è licenziato nell’aprile del 2019 e non è mai stato sostituito; lo psicologo invece era in ferie, sempre senza sostituzione, dal 19 dicembre al 3 gennaio. L’uomo è stato trovato morto il 6 gennaio e quindi ci sarebbero stati solamente due giorni in cui l’AEMY avrebbe potuto assisterlo nelle sue ultime tre settimane di vita, ossia quando avrebbe avuto bisogno dell’aiuto psicologico che non si è visto garantire.

Questa situazione è pericolosamente adeguata in una prigione che al momento contiene un centinaio di persone. KEELPNO è l’altra istituzione statale che può compiere degli screening riguardo la salute mentale dei migranti, tuttavia ha pubblicamente dichiarato che non interverrà in assenza del personale AEMY, nemmeno in casi di emergenza, e che in nessun caso ricontrollerà la salute mentale di un migrante già valutato.

Se crediamo che questo individuo si sia tolto la vita per scappare dall’inferno del PRO.KE.K.A., allora è stato il risultato delle condizioni di prigionia che spingono la gente alla disperazione e il fallimento delle agenzie statali che sono tenute a garantire l’assistenza psicologica obbligatoria.

Una morte è già un numero inaccettabile. Pretendiamo pertanto un’inchiesta indipendente riguardo alla morte del 6 gennaio.

Supportiamo coloro che chiedono una mobilitazione oggi, 16 gennaio 2020, alle 18 in piazza Sapfous.