“Frontiere, le vie per l’Europa” un documentario che traccia l’efferatezza delle frontiere

Intervista al giornalista Valerio Nicolosi

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Ci parli di “Frontiere, le vie per l’Europa”? Che progetto è e da dove è nato?

L’idea originale era quella di un documentario unico che raccontasse le rotte migratorie verso l’Europa, invece mi sono reso conto che il Mediterraneo centrale da solo (la “rotta” collega la Libia all’Italia, ndr) era talmente complesso da raccontare che alla fine il lungometraggio è stato dedicato solo a quella rotta.

Il secondo episodio sarà dedicato alla rotta balcanica. L’idea nasce dal fatto che nel 2019 erano cinque anni che stavo sulle frontiere, ho partecipato all’Operazione Mare nostrum, toccando diverse frontiere e seguendo diversi corridoi umanitari. Ad un certo punto avevo raccolto talmente tanto materiale che non potevo tenerlo per me, dovevo mostrare cosa stava accadendo, e quello è stato il punto di partenza, con l’idea di raccontare ciò che stava (e sta) succedendo attraverso le voci dei e delle migranti e dei e delle volontarie.
Il progetto è finanziato da un crowdfunding terminato qualche giorno fa e che ha quasi raggiunto la cifra richiesta di 15 mila euro e questo mi dà la possibilità di recuperare parte dei soldi investiti per i vari viaggi e poter andare avanti con il progetto.

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Come già affermato, hai potuto essere testimone di quello che succede su varie frontiere, secondo te queste frontiere da cosa sono accomunate e da cosa divise?

Le frontiere sono accomunate dal fatto che sono chiuse, che ci sia una scelta da parte dell’Unione Europea di chiudere le frontiere e di esternalizzarle, cioè pagare qualcun altro (in questo caso Turchia e Libia) per non far entrare le persone in Europa, tradendo i valori che la stessa Unione si prefigge di seguire. L’Unione Europea “dovrebbe” essere un’organizzazione sovranazionale basata tra le varie cose sulla solidarietà, che però attualmente risulta essere solo interna, e neanche troppo. L’unica solidarietà che esiste è quella interna che vede gli Stati Membri respingere e non volere le persone migranti.

Quello che le differenzia sono le modalità di disumanità, perché la rotta del Mediterraneo centrale è molto più mortale, in mare o si vive o si muore, non c’è una via di mezzo. A Lesbo e a Samos si muore, sì, ma la rotta orientale è una rotta che diventa sempre più difficile più avanti si va, i confini tra Bosnia e Croazia, tra Croazia e Slovenia e tra Slovenia e Italia fanno aumentare la difficoltà anche a causa della brutalità della polizia di frontiera, che rende tutto più disumano.
E’ una disumanità diversa quella che si vive nelle altre frontiere.

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La pandemia da Coronavirus ha cambiato, e se sì come, le migrazioni?

Il grande cambiamento che ha portato la pandemia da Covid-19 è che gli Stati hanno acquisito un’arma in più per chiudere le frontiere. L’Italia ha dichiarato subito i porti insicuri a causa della presenza di una pandemia, il nuovo governo di destra sloveno, con la scusa del lockdown e dell’insicurezza sanitaria, si è fatto riconoscere i pieni poteri e ha potuto accelerare la creazione di un muro fatto di rete e filo spinato sul confine tra Slovenia e Croazia.

La pandemia ha delegato i poteri per questioni emergenziali, ma l’emergenza sanitaria ha fatto sì che i governi potessero attuare politiche migratorie molto più ferree grazie allo stato di emergenza o comunque alla distrazione dell’opinione pubblica, ad esempio la Ministra degli Interni Lamorgese ha dichiarato che l’unico problema presente sulla rotta balcanica è la diffusione del Covid-19, ma questo distrae dal vero problema che sono i respingimenti, messi in atto anche dalla stessa Italia.

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Puoi dare voce a due storie che riguardano le due principali rotte migratorie?

Ho due storie in particolare che mi hanno profondamente toccato in questo tempo passato sulle frontiere, una a lieto fine e una no. Sono le storie di due ragazzi che ho conosciuto sulle due rotte. Sulla rotta del Mediterraneo Occidentale ho scattato una foto che ritrae un ragazzo del Darfur mentre viene soccorso, una foto che ritrae i suoi occhi che fanno paura, che hanno paura. In quel momento il ragazzo pensava che si trattasse della guardia costiera libica, ma il salvataggio stava avvenendo da parte di Open Arms. Sono rimasto in contatto con questo ragazzo che adesso vive a Parigi, sono andato a trovarlo e posso raccontare che adesso sta cercando di rifarsi una vita, lavora in un hotel e ha una divisa più grande di lui, fa quasi tenerezza. Questa è una storia in qualche modo a lieto fine, perché nonostante le difficoltà dovute all’accoglienza, è riuscito a salvarsi.

L’altra storia che voglio raccontare, invece, è una storia vissuta lungo la rotta balcanica. Qui ho conosciuto un ragazzo afghano al quale, quando aveva 12 anni, i talebani hanno assassinato tutta la famiglia, l’unico parente che gli rimaneva era uno zio in Iran, dove si è trasferito. A 18 anni si è messo in viaggio ed io l’ho conosciuto a 22, perciò dopo quattro anni che tentava di raggiungere l’Europa. In Bosnia ha provato più volte il cosiddetto game, ma ogni volta veniva respinto sull’ultimo tratto, quello tra la Bosnia e Trieste. Lui avrebbe diritto di ricevere asilo in Italia, ma la polizia croata, slovena e anche italiana, ogni volta che lo intercettano lo rimandano indietro. Questo ragazzo vive a Sarajevo, in un parco, e ha deciso di tornare in Afghanistan, di rinunciare alla possibilità di una vita in un paese più sicuro.

Questa storia rappresenta l’emblema della fortezza Europa, che sfinisce, e anche quando una persona ha una situazione pericolosa nel suo paese d’origine, ad un certo punto preferisce rischiare lì piuttosto che continuare a vivere la frustrazione e la pericolosità di un viaggio continuo che non permette mai di arrivare alla meta.

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