Ghiaccio: la storia di un’attesa

Intervista a Tomaso Clavarino, regista del documentario

Fotografia tratta dal documentario

Ghiaccio è il primo documentario di Tomaso Clavarino, fotografo che lavora per diversi media internazionali come The Washington Post, The Guardian, La Repubblica.
Ghiaccio racconta la vita di sei ragazzi Kebba, James, Edward, Seedia, Lamin e Joseph che hanno fondato la prima squadra di curling di rifugiati, l’Africa First Curling Team e che vengono ammessi al campionato nazionale pur non essendo cittadini europei. La loro storia si alterna con la burocrazia e le decisioni della commissione territoriale sulle loro domande di protezione internazionale.  
Carla Congiu ha intervistato Tomaso Clavarino per Radio Melting Pot.

Come è nata l’idea del documentario? Come hai conosciuto Kebba, James, Edward, Seedia,  Lamin e Joseph? 

Il documentario nasce quasi per caso, a dir la verità. Io sono un fotografo e mi sono sempre occupato di  fotografia. Circa tre anni fa o qualcosa di più, ero stato mandato da Sportweek, magazine della Gazzetta  dello sport, a fare un servizio su una squadra di curling di richiedenti asilo in una piccola valle del Piemonte, Val Pellice. Sono andato e ho fatto quello che dovevo fare e poi sono rientrato in studio a Torino. Ma avevo la sensazione che ci fosse qualcosa in più da raccontare e la storia di questi sei ragazzi e della loro squadra di curling fosse una storia che meritava di essere approfondita e raccontata, con un altro mezzo che non fosse solo quello della fotografia. Quindi ho iniziato a pensare di dare vita a un documentario. Ho conosciuto i ragazzi, ne ho parlato a loro e con chi con loro lavorava tramite i progetti di accoglienza e di  inserimento nella società civile della Val Pellice. Ne ho parlato con due amici: Luca Vigliani, che è un  montatore, e Tommaso Caroni, produttore di Acting out.  

Abbiamo deciso di buttarci in questo progetto che appunto era una cosa totalmente nuova per me. Infatti, non avevo mai lavorato a un film o a un documentario. Mi sono messo lì, ho studiato e ho scritto un soggetto e siamo riusciti ad ottenere dei finanziamenti da Film Commission Torino Piemonte, da Open Society Foundations, da Chili Italia, dalla Diaconia Valdese e siamo riusciti a dare vita a questo documentario. 
Le riprese sono durate parecchio, quasi due anni, anche qualcosa di più.

Racconta la storia di sei ragazzi  africani e richiedenti asilo, fra i 19 e 25 anni, che si sono ritrovati a vivere dopo il loro arrivo in Italia, come tanti, dopo un viaggio su un barcone attraverso il Mediterraneo.

Giungono in una valle alpina, Val Pellice in Piemonte, dove il clima non è certo quello a cui erano abituati. Da lì è iniziata sostanzialmente una nuova vita per loro, di adattamento da un lato e di resistenza dall’altro, perché comunque non è facile abituarsi in un contesto come quello montano.

Sono aiutati dalla Comunità valdese che è da sempre, storicamente, molto sensibile alle tematiche dell’inclusione sociale e sono riusciti pian piano a crearsi una nuova vita, o quanto meno se la stanno creando. All’interno di questa nuova vita e di questo percorso di adattamento e di integrazione sono stati coinvolti in quella che è la prima squadra, sicuramente in Italia, in Europa e presumo anche al mondo, di curling, che si gioca sul ghiaccio, formata tutta da ragazzi africani per di più richiedenti asilo. Dopo una trafila durata un anno con la Federazione del ghiaccio italiana sono riusciti ad avere l’okay per poter partecipare al campionato italiano e quindi hanno iniziato a partecipare alla serie C di curling in Italia per la prima volta.

Diciamo che il documentario parte da lì sostanzialmente.
Parte dalla prima partita di campionato e si sviluppa durante tutto l’arco della stagione sportiva andando a raccontare la squadra e i rapporti all’interno. Ma parallelamente, e forse è più importante, l’altro filone narrativo che si sviluppa nel documentario è quello dell’attesa.

Questi ragazzi sono in attesa di sapere se potranno rimanere in Italia (alcuni da quando ho finito il documentario non lo sanno ancora), o se dovranno far ritorno al loro paese. È  una situazione di attesa che si è prolungata in seguito ai decreti Salvini.

Sono ragazzi che ormai sono vivono all’interno della comunità, sono ragazzi che hanno imparato l’italiano benissimo e che lavorano. Alcuni di loro hanno dei contratti a tempo indeterminato, ma nonostante questo, a causa delle leggi Salvini e per tutta l’incertezza che ne è seguita, e continua a esserci in ambito di politiche legate all’immigrazione, non sanno quale sarà il loro futuro

Sostanzialmente il documentario si sviluppa su un piano sportivo che è quello della squadra di curling, un piano – diciamo – più leggero non “macchiettistico“, perché non volevamo dare vita ad un documentario che ridicolizzasse. Abbiamo utilizzato il curling come strumento. Infatti, l’esperienza sul ghiaccio è una bolla di felicità per loro, una bolla di leggerezza all’interno di una vita ricca di incognite, di ansia e di attesa, di  insoddisfazione. Questo è quello che si va a raccontare col documentario. Nasce “un po’ per caso“, ma per il quale siamo decisamente molto contenti.  

Purtroppo, la distribuzione è stata è stata martoriata dal Covid. Siamo stati selezionati in concorso al Festival dei Popoli di Firenze nel novembre 2019, dove abbiamo presentato in anteprima il film in quello che è il Festival di documentari più importante d’Italia. Da inizio 2020 avremmo dovuto presentarlo in altri  festival in giro per l’Italia e per l’Europa. Avremmo dovuto andare nei cinema, ma non è stato possibile, ma il film ha partecipato a una serie di festival on-line. Abbiamo vinto alcuni premi del pubblico e come miglior film nel Matera Sport festival. Ma non siamo riusciti a dar vita a quella distribuzione che avremmo voluto. Adesso il film è ondemand e in streaming su due piattaforme on-line e abbiamo deciso sostanzialmente di non stare ad aspettare a quando riapriranno i cinema o quando i festival riprenderanno a funzionare. È scaricabile e lo si può vedere su piattaforme come OpenDDB (Distribuzioni dal Basso) e Zalab

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L’attesa è l’altra vera protagonista del docu-film. Ma qual è secondo te il ruolo del curling durante la loro attesa? 

Come anticipavo prima, l’attesa è la protagonista di questo film perché sostanzialmente la vita di questi sei ragazzi, nonostante l’impegno con il curling, il lavoro, lo studio, è una vita di attesa, una vita noiosa da un lato sicuramente, una vita della quale loro non possono disporre. Al netto di una serie di programmi nei quali sono inseriti non possono disporre della loro vita, sono ancora in attesa di sapere cosa sarà della loro vita, cosa sarà del loro futuro, se potranno costruire una nuova vita in Italia, se dovranno andare via, se diventeranno irregolari e via dicendo. Quindi inevitabilmente l’attesa diventa la parte centrale di questo documentario.

Il curling al netto del fatto che per noi e, in generale, per chiunque viene a conoscenza di questa storia, di questa squadra, è un’esperienza interessante, positiva, a tratti anche divertente, è un’esperienza della quale parlare, un’esperienza anche di tenacia. Nel senso perché anche lì in questo caso e per questa squadra questi ragazzi si sono messi in gioco, hanno iniziato ad allenarsi per uno sport del quale non conoscevano neanche l’esistenza, non sapevano neanche cosa fosse o come fosse fatto il giaccio all’interno di un palazzetto. Il ghiaccio era per loro quello a cubetti che metti nella coca cola. Non lo avevano mai visto.

Anche  in questo caso torna la loro di tenacia, la loro forza di volontà, il desiderio di dar una svolta alla loro vita. L’attesa è lo strumento che abbiamo utilizzato e che ci ha permesso di dettare i tempi narrativi della storia del documentario.

È un’esperienza importante che andava raccontata, ma secondo noi ancora più importante era, e continua ad essere, la vita quotidiana, la quotidianità di questi ragazzi in questa valle così difficile e in una situazione di incertezza e di scoraggiamento, che si protrae da anni ormai. 

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Di queste storie, mai simili l’una con l’altra, ma sempre forti, ce ne sono tantissime. Storie  soprattutto di continue attese e di nuovi inizi. Nel tuo film l’impressione è che hai voluto raccontare queste storie senza vittimismo o pietismo. Racconti invece la loro quotidianità, la loro persona alternando la burocrazia e le risposte negative da parte della commissione territoriale sulle loro richieste di protezione…  

Come dici giustamente tu, ho cercato di raccontare la storia di questi sei ragazzi e la loro quotidianità, l’esperienza particolare, straordinaria da un certo punto di vista della loro squadra di curling senza alcun tipo di pietismo. Penso che il pietismo su certe tematiche rischi anche di essere controproducente per chi ha a cuore queste tematiche e quindi ho cercato di dare vita ad un racconto che possa essere il più onesto possibile, cercando di entrare nelle vite di questi ragazzi rispettandole fin dall’inizio. Da un lato quindi cercando di creare una sorta di empatia con loro per fare in modo che mi permettessero di entrare nella loro quotidianità, nella loro vita privata; dall’altro mantenendo comunque una sorta di distanza di fondo, uno sguardo terzo che permettesse anche allo spettatore di non essere troppo indirizzato verso una direzione piuttosto che verso un’altra nella lettura di questo di questo film e di questo documentario.

Si  lascia quindi sostanzialmente la massima libertà di interpretazione. Quello che volevamo era che chi avrà occasione di vedere questo film potesse sostanzialmente avere la possibilità di cogliere tutta una serie di aspetti o magari solo alcuni, magari altri, ma senza essere indirizzato come tendenzialmente accade quando alcune storie di questo tipo vengono raccontate con vittimismo o pietismo.
Quindi abbiamo voluto raccontarlo con un minimo di distanza pure essendo entrati nelle vite di questi ragazzi e avendo sviluppato un rapporto di amicizia con loro. Parlo al plurale perché io sono il regista però è un documentario al quale è stata data vita in maniera collettiva.

Quello che volevamo raccontare, con questo documentario, era sostanzialmente la difficoltà, il disagio che i richiedenti asilo si trovano a vivere in questo paese ed è abbastanza banale come cosa. Non siamo i primi a raccontarlo e non  saremo gli ultimi. Abbiamo provato a farlo con un approccio un po’ diverso. Abbiamo usato una squadra di curling come grimaldello per entrare in questa tematica. Abbiamo provato a farlo raccontando la storia di sei ragazzi che vivono agli antipodi di quello che è l’ambiente dal quale provengono.

Ragazzi africani che si trovano a vivere in una valle alpina a 1.400 metri. Abbiamo cercato quindi sostanzialmente di trovare situazioni che potessero dare vita ad un racconto variegato, ma soprattutto onesto. Quello che volevamo non voleva essere niente di trascendentale. Alla fine si racconta la vita di sei ragazzi e lo si fa con naturalezza, lo si fa con rispetto e stima, si fa con delicatezza e quel messaggio che noi vorremmo mandare  con questo documentario, non so se neanche se ci sia un messaggio, ma vogliamo che sia una testimonianza e come altre e come altri che verranno in una situazione che deve essere cambiata.
Una situazione che deve essere modificata perché non è accettabile che dei ragazzi diciannove anni che sono sbarcati in Italia e dopo quattro anni e un processo di integrazione, siano ancora in attesa di cosa sarà della loro vita. C’è una chiave sociopolitica che in qualche modo si può intravedere. Non è troppo esplicita, ma c’è.

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Carla Congiu

Sono una studentessa magistrale in European and Global Studies all'Univeristà di Padova.
Ho collaborato con Amnesty International Padova nella realizzazione di progetti di educazione in diritti umani indirizzati alle scuole elementari, medie e superiori.