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L’Inconscio in migrazione

Tesi di laurea Magistrale di Linda Zinesi

Photo credit: Baobab Experience

Università degli Studi di Padova

Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA)
Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione (DPSS)

Corso di laurea Magistrale in Psicologia Clinico-Dinamica
Tesi di laurea Magistrale

L’Inconscio in migrazione.

Un’analisi delle resistenze nei confronti degli immigrati attraverso gli spazi intrapsichico, interpsichico e transpsichico

Relatore: Prof. Alessio Vieno

Anno Accademico 2018-2019

Introduzione

Questa ricerca poggia sulla medesima pulsione epistemofilica che, nel bambino, alimenta la curiosità sessuale e dà forma ai fantasmi (Kaës, 2015). In effetti, ogni ri-cerca, come indica il termine stesso, mira a cercare ciò che si è intravisto, presentito, rimosso: ciò che non si può tollerare di ignorare e, al tempo stesso, ci si difende dal conoscere (ibidem).
Questa ricerca poggia anche su un vissuto di sofferenza rispetto alla situazione sociale odierna, forse causata da una particolare risonanza che quest’ultima produce a contatto con una ferita intrapsichica di chi scrive, ma, di fatto, un vissuto condiviso con molte altre persone e, perciò, forse non così narcisistico, bensì piuttosto dovuto a lacerazioni dell’ordine del metapsichico (Kaës, 2005a).

Il desiderio di conoscere e la sofferenza che muovono il presente lavoro collimano nel tentativo di comprendere quali dinamiche profonde sottendano i sentimenti di ostilità da parte di una cospicua parte della società europea – connessi anche con l’emergere di dure linee di politica nazionalista – nei confronti dei migranti che rischiano ogni giorno la vita per approdare nel nostro continente. L’argomento indagato riguarda perciò il legame tra i fenomeni e comportamenti consci ed i funzionamenti inconsci del singolo e dei gruppi nei riguardi degli immigrati e, più in generale, in rapporto alla trasformazione dei quadri e dei garanti metapsichici (Kaës, 2005a; 2008; 2015) alla base delle società surmoderne (Augé, 2008).

È bene perciò dichiarare le ambizioni ed i limiti di questa ricerca bibliografica che, già lo si capisce, si avvale sin dalle sue fondamenta di un’impalcatura multidisciplinare, al fine di renderne più solida la struttura e più ricco il contenuto, instaurando nessi tra la psicologia ed altri campi del sapere e dell’esperienza, come la politica, la sociologia, l’antropologia, la filosofia. Certamente lo sguardo d’insieme verso il quale confluiscono gli altri apporti, il cuore della casa, è stato scelto in quanto appartenente all’ambito di competenze di chi scrive, frutto, quest’ultimo, di una precedente scelta basata su di un interesse e affinità personali; esso coincide con il nome: “1. di un procedimento per l’indagine dei processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2. di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3. di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica” (Freud, 1922a, p. 439).
Lo stesso Freud estese il metodo psicoanalitico al funzionamento delle masse (in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, 1921), includendo nei suoi studi l’indagine di eventi storici e di fenomeni sociali, religiosi e politici che riguardavano la collettività, in particolare in “La morale sessuale civile e il nervosismo moderno” (1908), “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte” (1915a), “L’avvenire di un’illusione” (1927), “Il disagio della civiltà” (1929) e nel carteggio con Einstein intitolato “Perché la guerra?” (1932).

A partire dalla concezione di psicologia sociale da lui inaugurata nel 1921, circa vent’anni più tardi, diversi psicoanalisti si sono imbattuti nell’applicazione del metodo psicoanalitico a dispositivi plurisoggettivi, nel tentativo di superare il limite della psicoanalisi individuale, costituito dall’impasse transferale di fronte a psicopatologie complesse, di origine sociale ed intersoggettiva (Kaës, 2015). Alla fine degli anni trenta, soprattutto grazie ai contributi di Pichon-Rivière, Foulkes, Bion ed i loro successori, la psicoanalisi ha visto in se stessa una seconda fondazione, dopo quella della cura individuale, consistente nel lavoro psicoanalitico con dispositivi di gruppo.

Più recentemente, un numero crescente di psicoanalisti di gruppo ha pubblicato diversi lavori su temi e problematiche socio-politici, applicando ad essi i modelli derivati dall’esperienza clinica (Fazio, 2003). Volkan (1994), ad esempio, ha suggerito come la politica non possa essere compresa se non in termini di dinamiche psicologiche gruppali. Anche Moses (1995) ha applicato, nelle sue teorizzazioni, concetti derivati dal lavoro psicoanalitico con i gruppi ad insiemi più grandi come i gruppi sociali, e tuttavia ci ha messo in guardia contro i pericoli di questa operazione: si può infatti finire facilmente con l’utilizzare una chiave di lettura interpretativa valida per qualsiasi situazione, senza tenere debitamente in conto la complessità dei fenomeni (ibidem).

In effetti una ricerca multidisciplinare vera e propria dovrebbe quanto meno avvalersi di un’équipe multidisciplinare di discussione, riflessione ed elaborazione, all’interno della quale distribuire magari la stesura di un lavoro tra i diversi rappresentanti di competenze specifiche. Questa proposta, oltre a designare un limite della presente ricerca – la quale è originata dalla riflessione di una sola persona sulla base dell’approfondimento di fonti scritte -, vuole essere lo spunto per una futura revisione della stessa, nonché un invito rivolto ai lettori a sperimentare essi stessi questa via plurisoggettiva di speculazione teorica.

Un’altra limitazione dovuta ad un setting osservativo così particolare è, aggiunge Moses, l’impossibilità di instaurare un’alleanza terapeutica con l’oggetto delle proprie osservazioni, da cui deriva l’assenza di un rapporto di transfert con l’osservatore. Tuttavia l’autore rilancia la possibilità di fare uso di un importante strumento tecnico che può funzionare in maniera compensatoria, vale a dire il nostro controtransfert sociale, esprimente quel flusso di emozioni, reazioni e sentimenti che ciascuno di noi avverte in ragione di tutte le cose che accadono intorno a noi. Anche Fazio (2003), sulla scia di Moses, sostiene il ruolo dell’analista – o, in questo caso, del ricercatore – come partecipante-osservatore dell’ambiente di cui egli stesso fa parte.
È proprio questo prezioso strumento a costituire la cassa di risonanza di quel vissuto di sofferenza rispetto alla condizione sociale contemporanea di cui si accennava all’inizio, e a consentire il procedere della presente ricerca, sperando di raggiungere, almeno in parte, alcuni degli obiettivi che essa si pone, e che sono stati premessi alla sua introduzione.

Riprendendo la metafora della casa, si è detto che essa è stata costruita grazie all’appoggio ed al sostegno forniti da un’impalcatura multidisciplinare e che, al suo centro, risiede la psicoanalisi con le sue lungimiranti prospettive, le quali si servono di finestre ampie e luminose per aprirsi sul circondario. Le fondamenta della casa saranno gettate nel capitolo I attraverso le basi teoriche fornite da uno dei più grandi psicoanalisti di gruppo della contemporaneità, René Kaës.
Al piano terra della casa incontreremo l’“open space” socio-politico della nostra epoca e, in particolare, del Paese nel quale origina il presente lavoro, l’Italia. Dal soggiorno e dalla cucina si potranno sentire rumori contrastanti, conflitti, problemi. Le persone che abitano queste stanze proveranno a dare delle spiegazioni sulla base del loro punto di vista –psicologico, sociologico, politico, etc.- rispetto alla situazione comune, vissuta da tutti. Nel capitolo II ascolteremo dunque le varie voci in gioco e, occasionalmente, riceveremo dalla cantina costruita nei sotterranei teorici alcuni suggerimenti per impostare una prima riflessione critica. Salendo le scale verso il piano superiore, troveremo nelle stanze da letto il fulcro dei legami intersoggettivi alla base della nostra società. Ci saranno l’anticamera teorica (capitolo III), la stanza dei bambini, dove, osservando le loro abitudini ed attività, trarremo le prime conclusioni sugli aspetti infantili e patologici più diffusi oggigiorno nella nostra società (capitolo IV), la stanza dei genitori, nella quale gli adulti divenuti esperti daranno delle serie motivazioni ai litigi messi in scena dai più piccoli, rivelando loro le basi per una pacifica convivenza (capitolo V) e, infine, la stanza per gli ospiti, la quale, a dire il vero, esige ancora di essere ristrutturata e ben preparata per l’arrivo degli “zii d’oltre mare”; fuor di metafora, nel capitolo VI sarà approfondito il tema dell’accoglienza e dell’integrazione sociale tra società autoctona ed immigrati, senza mancare di enumerare le proposte di cambiamento necessarie ai fini di un’evoluzione della civiltà nel suo complesso.
Tutte le stanze sono ora occupate. Di tanto in tanto il lettore potrà usufruire dei servizi per liberarsi dei propri pregiudizi prima di dar forma alle proprie idee e riflessioni, come esorta a fare una celebre storia popolare giapponese, in cui un professore spiega al proprio allievo che è impossibile imparare, e cioè bere il tè che ci viene offerto, se la propria tazza è già piena di opinioni e congetture (Senzaki, 1957).
Naturalmente non vi è casa che si possa definire tale senza un tetto. Esso, il capitolo VII, riassumerà i contenuti precedentemente sorseggiati conoscendo gli abitanti della casa ed osservandone la struttura, l’arredamento, gli oggetti. Proteggerà i contenuti qui esplicitati dal pericolo della rimozione cui essi andrebbero incontro con un po’ di vento, e da quello del diniego che li farebbe annegare sotto il primo temporale. Vedremo infine come, dal comignolo, uscirà un po’ di fumo ad epilogo dell’intero lavoro di edificazione. Dal focolare posto al cuore della casa, in cui un po’ di psicoanalisi non solo scalderà l’interno, ma cercherà anche di effondersi al di là delle sue pareti, vedremo uscire gli effetti di questo processo di pensiero dal punto più alto della casa e mescolarsi all’aria dell’intera città.

Mi rendo conto che la “casa” che si è cercata di costruire attraverso la presente ricerca – per quanto grande essa sia, composta da numerose e diversificate stanze, fondata su una teoria che evolve da oltre un secolo e aperta all’esterno, così da accogliere elementi dal fuori, farli propri, elaborarli internamente e rimetterli in circolo nel mondo – rimanga, in fondo, solo una casa. Questo è anche il limite del singolo individuo, o del piccolo gruppo, nei confronti dell’intera società e della complessità che essa sola racchiude.
Non si può negare che il processo di teorizzazione è vincolato al limite della soggettività. Esso si appoggia sulla teoria, ma può compiersi solo se il soggetto teorizzante si libera dall’influenza esercitata dal Super-io teorico e dall’idealizzazione della teoria (Kaës, 2015). Perciò la teorizzazione riflette i prodotti del “pensiero di un esperto che si dà una rappresentazione dei processi nei quali è incluso in rapporto con l’oggetto della sua pratica e della sua conoscenza” ed è “eminentemente personale” (ibidem, p. 54).
Dobbiamo pure ammettere che il luogo nel quale si è scelto di edificare una nuova teorizzazione appare oggi come un’arida distesa di pensiero grezzo ed informe: la psicologia delle migrazioni e dell’integrazione, così come l’angoscia sociale associata a questi fenomeni collettivi, sono un terreno tutt’altro che esplorato, sia per la peculiarità degli eventi odierni, rispetto ai quali il tempo deve ancora svolgere il suo lavoro di sedimentazione, sia perché si ha a che fare con tematiche scomode per le istituzioni e anche per gli intellettuali, che operano comunque per la stampa della loro nazione (Freud & Einstein, 1932). La crescente superdiversità (Vertovec, 2007) che abita i nostri Paesi non riflette un’ altrettanto cospicua ricerca a riguardo, soprattutto per ciò che concerne le conseguenze sociali, economiche ed umanitarie a danno dei singoli individui (Hadj Abdou & Geddes, 2017), spesso sottomessi al potere di chi li governa.

Per tutti questi motivi penso che sia valsa la pena costruire un contenitore, rappresentato da questo scritto, nel quale dare spazio al tema delle resistenze manifestate nei confronti delle attuali immigrazioni e pensare ad un’organizzazione funzionale ad integrare contenuti eterogenei, disordinati, scissi, carichi di affetti contrastanti, che hanno lasciato su di me e, ancor di più, su altri autori, una traccia profonda dell’Inconscio in migrazione.

– Scarica la tesi
L’Inconscio in migrazione. Un’analisi delle resistenze nei confronti degli immigrati attraverso gli spazi intrapsichico, interpsichico e transpsichico

Documenti allegati

Linda Zinesi

La mia sensibilità e la mia curiosità verso l’Altro, tesa alla reciprocità dell’aiuto, mi hanno portata ad intraprendere la professione di Psicologa, senza tuttavia mai rinunciare alla mia più arcaica passione: la scrittura. Collaboro con MeltingPot per dare il mio contributo alla tutela dei diritti di tutti gli esseri umani