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Ceuta, una «cárcel dulce» che tiene in trappola migliaia di lavoratrici e lavoratori transfrontalieri

di Irene Graíño Calaza, Area Solidarietà APDHA - elDiario.es, 26 ottobre 2021

Una manifestazione a Ceuta del 14 novembre 2021

Le lavoratrici transfrontaliere rimangono imprigionate a Ceuta e vivono in un limbo giuridico, sociale ed emotivo mentre le autorità marocchine e spagnole non si assumono la responsabilità della loro condizione.

“Dove siamo, in un Paese europeo nel XXI secolo? Chi siamo e quali diritti abbiamo? Siamo invisibili, non abbiamo vita. Non possiamo vedere le nostre famiglie, stiamo lavorando per aiutare i nostri parenti, ma non possiamo vederli, non possiamo viaggiare, non possiamo vivere una vita normale, non possiamo fare vacanze, quindi cosa siamo?“.
Denuncia di Rachida Jraifi, portavoce dei lavoratori transfrontalieri a Ceuta.

A causa della crisi sanitaria che stiamo vivendo da marzo 2020, le lavoratrici e i lavoratori transfrontalieri – persone che hanno attraversato la frontiera tra Spagna e Marocco per lavorare regolarmente, nel caso delle donne, come collaboratrici domestiche, badanti di persone a carico e nel settore alberghiero, e inoltre, nel caso degli uomini, anche nell’edilizia – non hanno potuto attraversare la frontiera e non vedono le loro famiglie da due anni, vivendo in una situazione assolutamente eccezionale ed esclusi dalla giustizia.

Più di 3.500 persone provenienti dal Marocco sono in questa situazione. Si sono ritrovate intrappolate da entrambi i lati della frontiera dopo la chiusura del confine e di conseguenza hanno perso il loro lavoro, i loro contributi e i loro diritti fondamentali del lavoro.

Rachida, Hima, Amina e Ahmed, tra le altre compagne e gli altri compagni, fanno parte della stessa realtà ingiusta che viola i diritti umani. Sono lavoratrici e lavoratori nel territorio spagnolo, la maggior parte di loro da più di 14 anni, e molti di loro con 22 anni di contributi a sostegno dello Stato sociale, che si trovano in una situazione di impotenza a causa del mancato riconoscimento dei loro diritti più essenziali.

Nel frattempo, la situazione collettiva sta peggiorando, poiché la frontiera è chiusa e non è dunque possibile rinnovare la documentazione, il che lascia le persone in una condizione di vulnerabilità sociale, legale ed emotiva molto grave di cui nessuno dei due Paesi si prende la responsabilità. Da un lato, non hanno potuto vedere le loro famiglie da prima della pandemia, e questo è ciò che le lavoratrici transfrontaliere hanno detto ai colleghi di Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (APDHA).

Sono donne che hanno figli di 5 anni e non hanno potuto vederli crescere o abbracciarli per 2 anni; figlie che hanno perso la madre che non hanno potuto salutare; madri che non possono attraversare la penisola per vedere le loro figlie…). D’altra parte, si trovano totalmente impotenti e in un limbo giuridico tra i due Paesi, a causa dell’impossibilità di raggiungere il Marocco per rinnovare la loro documentazione. Questo si ripercuote su un esempio lampante come quello di una degna assistenza sanitaria nel centro medico.

Da un lato, l’ingiustizia e la violazione stanno nel fatto che, se queste persone fossero nella penisola, questa situazione non si verificherebbe, poiché i loro diritti sarebbero stati riconosciuti da molto tempo, sapendo che la maggior parte di loro lavora in territorio spagnolo da più di 14 anni, come denuncia Rachida nella sua testimonianza: “In un’altra zona della Spagna, attraversando lo Stretto, ho dei diritti, posso lavorare, registrarmi, avere un conto in banca, passare un tempo X e avere la residenza. Sono qui da 14 anni, lavoro, pago i contributi e non ho diritti. Io, lui e tutti gli altri. Perché qui non funziona così?”.

Allo stesso modo, queste persone vivono in un completo limbo socio-economico soggetto ai movimenti geopolitici tra Spagna e Marocco, sempre in funzione degli accordi o disaccordi tra i due Paesi, a causa di politiche migratorie che li escludono dal sistema e li lasciano senza possibilità di costruire una vita dignitosa. Rachida dice che “qui ci stanno tenendo bloccati, viviamo nell’incertezza totale e nell’instabilità a causa dei cambiamenti politici che possono avvenire. Le istituzioni ci dicono che è una questione tra Marocco e Spagna, che devono raggiungere un accordo e che non dipende da loro, e così, quando ci incontriamo, abbiamo dato loro alcune richieste e stiamo aspettando. Chiediamo il minimo, parliamo di diritti umani di base, il diritto alla libertà di movimento e di poter regolarizzare la nostra situazione perché viviamo nell’illegalità“.

Dall’altra parte, denunciano che si tratta della ricerca di un minimo di stabilità e sicurezza, che permetterebbe loro di svilupparsi liberamente e con dignità come esseri umani. Così, Ahmed, impiegato in una pasticceria di Ceuta, che paga contributi da 27 anni, afferma che “cerchiamo e vogliamo una soluzione duratura, viviamo in una prigione, o peggio di una prigione, perché qui non sai quando potrai uscire“.

In questo senso, il diritto a una vita dignitosa e alla privacy familiare, riconosciuti in numerosi accordi internazionali e dalla giurisprudenza più consolidata del diritto internazionale dei diritti umani, viene completamente violato per questi lavoratori. Rachida insiste che “vogliamo avere il nostro lavoro e anche poter vedere le nostre famiglie. Vogliamo andare e tornare con tranquillità, vogliamo sicurezza, andare e tornare al nostro lavoro, rinnovare i nostri documenti e poter vedere le nostre famiglie, non stiamo chiedendo qualcosa fuori dal mondo“.

Impatto delle violazioni dei diritti sulla salute mentale

In termini di salute mentale e stabilità emotiva, l’impatto è estremamente grave, poiché l’incertezza, l’instabilità e la mancanza di impegno a livello istituzionale generano grande frustrazione e disperazione. Rachida ci dice che “ci sono persone che soffrono di depressione molto forte, persone con figli, figlie e madri malate in Marocco, e sono qui a lavorare senza poterle visitare. Vogliono vedere la loro madre, vogliono continuare a lavorare, e si trovano tra l’incudine e il martello: cosa sceglieranno, vedere la loro madre e stare con lei, andare senza cibo e senza lavoro, o restare qui senza vedere la loro famiglia e avere uno stipendio? Abbiamo così tanto da esprimere e non possiamo”.

Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, a causa dell’impossibilità di recarsi di persona in Marocco per rinnovare la propria documentazione e non potendo rinnovare la tessera dei lavoratori transfrontalieri, non possono nemmeno rinnovare la tessera sanitaria, il che ha portato a situazioni di totale negazione del diritto all’assistenza sanitaria. Rachida ha raccontato così un’esperienza vissuta in un centro sanitario di Ceuta: “Dovevo fare delle analisi e non me le hanno fatte perché non avevo la tessera sanitaria rinnovata, non mi hanno dato un’indicazione né mi hanno prescritto niente, mi hanno detto che dovevo risolvere il problema con il mio medico lui mi ha indirizzato alla reception del centro sanitario, nessuno mi ha aiutato a risolvere il problema del rinnovo della tessera, perché mi hanno detto che era un problema mio, mi sono sentita una palla. Per rinnovare la tessera sanitaria devo rinnovare la tessera transfrontaliera e per fare questo ho bisogno di rinnovare la mia documentazione e il Marocco ci dice che dobbiamo andare lì personalmente, ma la frontiera è chiusa“.
Lo stesso è successo nei casi di altre donne che non hanno potuto operarsi, fare delle analisi o avere accesso ai servizi sanitari di base perché la loro documentazione non è stata rinnovata, motivo per cui l’APDHA insiste sulla necessità di una soluzione urgente a questo problema che sta generando numerose violazioni dei diritti umani per il solo fatto di essere a Ceuta.

Amina, una cuoca con una lunga esperienza di lavoro a Ceuta, denuncia che “lavoriamo molto a lungo, con una paga molto bassa. Parliamo sempre di diritti, se abbiamo diritti o no, loro parlano della frontiera, noi parliamo dei nostri diritti. Non stiamo parlando di confini, ma di diritti umani e lavorativi fondamentali. Ci sono persone che sono ora in Marocco, che sono rimaste fuori dalla frontiera e hanno lavorato qui per più di 20 anni: come faranno ad entrare ora, come faremo ad uscire?“.

Rachida denuncia che “ci troviamo in una completa incognita, ci difendiamo, tu sei qui a lavorare e devi difenderti, io ho studiato, mi sono laureata e volevo fare emergenza sanitaria, ma mi hanno detto che non potevo, perché non ero registrata, ma non mi lasciano registrare. Questa è una condanna, non possiamo fare nulla, ci hanno incastrato“.

Burocrazia che soffoca

Da un lato, ci sono numerosi problemi con i conti bancari, poiché molte donne sono pagate in contanti, a volte senza un contratto di lavoro, e le banche fanno loro pagare commissioni molto alte per avere una carta transfrontaliera. D’altra parte, la documentazione è già scaduta e, in questo senso, Rachida sottolinea che “ci stiamo sostenendo tra amici. Se il passaporto di tutti scade, cosa facciamo? Siamo nel limbo“. Allo stesso modo e sulla stessa linea, Hima ci dice che ci sono stati problemi quando si tratta di accedere al denaro nei conti bancari perché “ci sono molte persone con uno stipendio in banca che non hanno potuto accedervi, ci sono persone che sono morte, e il loro stipendio è rimasto in banca”.

La denuncia dell’ingiustizia e delle violazioni dei diritti che si stanno esercitando viene dall’anima e dalla voce del popolo stesso. “Cosa siamo, dove siamo, nel XXI secolo in un Paese europeo? Per quanto tempo saremo così? Tutti abbiamo la nostra famiglia, molte persone sono morte, che cos’è questo? Quando parli, sembra che tu chieda qualcosa da un altro mondo e che stia delirando. Ti dicono vai al tuo paese, come faccio ad andare, come faccio a mantenere la mia famiglia? È molto difficile quello che stiamo passando, davvero, ma nessuno capisce“, denuncia Rachida.

Alla luce dell’analisi e dell’ascolto delle storie di incertezza, paura e disperazione di questo gruppo, APDHA afferma che Ceuta è una “prigione dolce, un luogo di “non diritto“, o “nessun luogo” dove opera un regime di eccezionalità legale. In questo territorio c’è un’assoluta eccezionalità in quanto la normativa sugli stranieri e l’occupazione non è categoricamente rispettata, dato che i permessi di soggiorno e di lavoro che sarebbero stati senza dubbio ottenuti nella penisola non sono concessi nella città autonoma.

Tutto ciò relega questo gruppo in un limbo giuridico e sociale di “irregolarità“. All’APDHA ci chiediamo: come è possibile che i lavoratori che sostengono lo Stato sociale siano soggetti a una tale mancanza di riconoscimento a livello sociale, legale e istituzionale? Per questo noi dell’APDHA denunciamo questa situazione e mostriamo tutto il nostro appoggio, la nostra solidarietà e il nostro impegno per la situazione dei lavoratori transfrontalieri, quindi studieremo caso per caso, e porteremo la questione fino a dove sarà necessario per garantire il rispetto dei diritti di queste persone.

Il semplice fatto di essere a Ceuta impedisce loro di accedere ai diritti fondamentali del lavoro, alla copertura, all’assistenza sanitaria adeguata, al riconoscimento legale… diritti che sarebbero stati riconosciuti sulla terraferma. I migranti transfrontalieri a Ceuta sono esclusi dalla legalità e dalla legge, rendendo loro impossibile condurre una vita dignitosa ed è inaccettabile continuare in questa situazione, per cui è urgente che si generino cambiamenti strutturali, che siano riconosciuti e che siano protetti i diritti umani di persone che contribuiscono al territorio spagnolo da più di 20 anni.