Foto dal profilo di Soumaila Diawara
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Guariranno le cicatrici del porto sicuro?

Una recensione del libro di Soumaila Diawara

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Guariremo? Sì. La violenza, come la lancia d’Achille, può cicatrizzare le ferite che ha prodotto1.

Non c’è una sola riga in cui Soumaila si definisca ‘uomo’. A volte, lo confessa, non avrebbe voluto esserlo: «sono passati dei giorni che sognavo di essere qualcos’altro in questo mondo, non un essere umano»2.

Le cicatrici del porto sicuro. Il diario di un sopravvissuto di Soumaila Diawara (edizioni Youcanprint), con prefazione a cura di Gennaro Avallone, è il suo passaggio, da uomo ad immigrato, tra Burkina Faso, Mali, Algeria, Libia sino all’Italia. E come lui, il viaggio di tantissime altre persone per cui – mi dissero- si muore tre volte: quando si parte, quando si viaggia e quando si arriva.

L’interpretazione di Reinhart Koselleck3 riferisce che la crisi – guerra civile planetaria – non sia un evento contingente, bensì una condizione permanente della storia derivante dalle sue stesse strutture – condizioni di possibilità e formali – di amico-nemico, servo-signore, mare e terra4, generazioni, relazioni geopolitiche, ovvero, strutture ontologiche della storicità. Una dimensione ripetitiva dell’agire storico, insomma, che determina alcune necessità ma anche una storia per cui è possibile ritrovare, nelle fonti di un determinato periodo storico, richiamati tutti i successivi passaggi della storia di un concetto, in una multistratificazione di significati, espressioni e fasi nel suo mutamento strutturale.

E’ un lungo viaggio, «il mio calvario», che invita alla lettura di una ‘dimensione del vivente‘ inquadrata nella dissimmetria dei soggetti parlanti, in una costante crisi ontologica. Un viaggio, un mutamento, una transizione, rinnovato da dispositivi neutralizzanti, che nella ripetizione della storia – ora categoria formale della conoscenza – la accelera, rendendola meno presente a se stessi, in un tempo diacronico, di cui si denunciano verità e fatti storici differenti.

In quei giorni ho visto l’orrore umano; una situazione disumana.

Soumaila Diawara

Soumaila ci racconta di questa transizione dell’essere umano, negro, nella costruzione occidentale continuamente differito come il nulla esistente attraverso una crisi violenta e una discorsività disumana. Una condizione permanente in un tempo, il cui solo scopo, seguendo Agamben, è il suo stesso ripetersi, in un tempo di negazione, il cui orrore ‘sembrava non avere fine‘.

A volte tale manicheismo arriva fino in fondo della sua logica e disumanizza il colonizzato. A rigor di termini, lo animalizza. E, difatti, il linguaggio del colono, quando parla del colonizzato, è un linguaggio zoologico5.

Repentinamente, questo discorso diventa pratica e l’uomo, in transito, è un animale: «camminiamo spesso a quattro zampe per non farci vedere; nascosti sotto un telo come se fossimo animali; c’era un gestore arrogante che si permetteva anche di dire che, se non ci fossero stati loro, noi saremo morti di fame che venivamo dalla giungla».

Sulla rotta della negazione ed attraverso le categorie del negativo6, Soumaila -immigrato- é descritto nella sua nullità, nelle condizioni insufficienti per la sua esistenza. Tale rimane sino alla fine: né uomo, né donna, solo un immigrato, senza dimensioni e spessore individuale. L’intera rotta, compresa la permanenza in Libia ‘l’inferno sulla Terra‘ e l’arrivo al porto sicuro, è segnata dalla crisi ed accompagnata dalle stesse logiche discriminatorie che si elevano come prassi ideologica quotidiana7: «la cattiveria umana non ha mai fine in qualunque luogo».

In Libia, Soumaila diventa merce (come lo sono i neri, sottomessi, sono una merce); in Italia, Soumaila diventa, invece, il codice di accesso alla struttura del sistema di accoglienza: «ci tolsero tutto, il cellulare per chi lo aveva e da quel momento diventai il numero B 49».

L’età moderna si presenta sempre di più come un tempo in movimento, costantemente accelerato e del tutto ignoto, sempre più vissuto ed esperito come ‘salto e rottura, o età di transizione, in cui emergono continuamente cose nuove ed inattese8.

Ogni epoca realizza nelle domande e nelle risposte della propria situazione il proprio concetto di politico. Al fine di garantire un equilibrio tra interno ed esterno, come Koselleck insegna, il percorso di Soumaila è minato da quelli che lo storico definisce ‘dispositivi tecnici di mediazione e neutralizzazione9.

Soumaila parte da Bamako (Mali) nell’ottobre del 2013, in seguito ad un complotto ai suoi danni – coinvolto come responsabile della comunicazione – ed approda in Sicilia nel maggio di due anni dopo. Dall’inizio alla fine del viaggio10, la relazione e la possibilità di interazione tra i personaggi si consumano estranee a spazi intersoggettivi e si esplicano in una ontologia animalesca, in una pratica che eccede continuamente la giustificazione teoretica11.

Soumaila riporta le cicatrici nei tanti ‘campi di battaglia’, guerre dell’Impero12, senza confini, che investono ogni parte del pianeta ed ogni attività del soggetto. Nelle riflessioni sul governo della crisi introdotte da Koselleck, ‘depoliticizzare’ la legge non significa la sua scomparsa, bensì uno slittamento nel suo modo di esercitare il potere su un soggetto. Il percorso migratorio – in un’analisi storico–politica dei nessi tra neocolonialismo, guerre e migrazioni13 – si realizza nella differenziazione spaziale che strategicamente ordina e confina, nell’eccezione che nasce dalla legge e produce uomini fuori dalla legge, gli immigrati, per cui sono adottate e tollerate misure eccezionali e/o disumane. L’incontro e il contatto con la realtà avvengono su una superficie caricata di dispositivi desoggettivanti – il lager, l’hotspot, il centro d’accoglienza, «il centro che chiamavamo Guantanamo» – progettati per attenuare le intensità etiche e sospendere ogni contatto decisivo con il mondo: «eravamo chiusi in un lager (…) umiliati, picchiati, derubati di quel poco che avevamo».

Nel corso del viaggio alcuni di noi, per senso di soffocamento, cercarono di alzare la testa per prendere un po’ d’aria ma era proibito; al massimo potevamo prendere una boccata d’aria nel cortile interno all’albergo.

Soumaila Diawara

Un viaggio che segue una precisa scala di potere – dove gli uomini sono ordinati da un criterio di giustizia; un sopra-sotto14 – che parte da attori più grandi – transnazionali – ed arriva ai a più piccoli – subnazionali – che detengono un’eguale autonomia di decisione sulla vita e sulla morte di uomini altri: «nella mia testa mi chiedevo: cosa ho fatto di male nella vita per meritare un trattamento del genere in questo mondo?»15.
E’ questo il ritratto che Soumaila ci restituisce di un uomo, a noi contemporaneo divenuto senza nome, senza futuro e contenuto, definito esclusivamente dalla presenza di una nullità [nothingness] destabilizzante che si insinua tra il soggetto e ciascuno dei suoi predicati o qualità di-fatto-giuridici.

I giureconsulti, che con gravità hanno sentenziato che il giglio di una schiava nasce schiavo, hanno deciso in altri termini che un uomo non nasce uomo16.

Difatti, mentre Soumaila «non riusciva a pensare a nient’altro che al trauma; prigione, torture, lavori forzati e guerra», la discorsività negativa si rafforza sul piano giuridico e politico traducendosi nelle forme concrete dello Stato legislativo, prodotto da un concetto di legittimità meramente legalistico, avalutativo, fondato sull’elevazione della legge a unico criterio normativo: «ogni piccola azione era un diritto, secondo loro, di prevalere su altre persone, sulla loro libertà, di vivere, di parlare, di fare ciò che è normalità».

Essere governati, ancora nella visione di Koselleck, significa sperimentare uno spettro graduale di vulnerabilità e una gradualità di violenza non localizzabile: «un mondo dove i diritti civili delle persone vengono meno in base al colore della pelle, approfittando della disperazione delle persone; sembra che (…) molte persone non avessero accesso alla richiesta di asilo come di diritto». Dal Mali all’Italia, il tempo si pietrifica, in un’accelerazione impersonale e senza scopo, testimone per Koselleck, non della crisi della democrazia, ma del tempo in cui la democrazia si dimostra come crisi, per via di un sistema che inibisce ulteriori processi di democratizzazione: impedendo a nuovi soggetti di prenderne parte e/o limitando gli ambiti di azione di ciò che è già incluso.

Aspettavo da febbraio e ci trovammo in questo isolamento sociale che accentua il disagio psicologico dei giovani migranti in attesa.

Soumaila Diawara

Gran parte del tempo impiegato tra la domanda di un riconoscimento da rifugiato e la sua risposta, trascorre in un’attesa atta a sincronizzare le differenti temporalità umane al tempo dominante della guerra civile planetaria e dei suoi meccanismi. E’ un tempo che noi tutti esperiamo globalmente: una forma di non tempo della nostra età in cui il futuro viene a mancare, accelerandosi di «cose nuove e inattese» (giocano il loro futuro, maliani, ivoriani, guineani, gambiani, scegliendo od obbligati ad andare in mare). Soumaila ci mette di fronte ad una perdita di sé – e nostra -, ad una morte prematura dell’altro (trenta dei miei compagni morirono durante il primo naufragio delle coste della Libia) attraverso un crisi che costantemente è rigenerata.

«La ragione è semplice: quel personaggio imperioso, spiritato dalla sua onnipotenza e dalla paura di perderla, non si ricorda più chiaramente di essere stato un uomo: si crede uno scudiscio o un fucile; è giunto a pensare che l’addomesticamento delle “razze inferiori” si ottiene col condizionamento dei loro riflessi. Trascura la memoria umana, i ricordi incancellabili; e poi, soprattutto, c’è quello che egli forse non ha mai saputo: noi non diventiamo quello che siamo se non con la negazione intima e radicale di quel che han fatto di noi».

Davanti a ciò, le solo categorie che possono fornire una domanda ed una risposta a questo mutamento epocale e permetterne una lettura storica vanno ricercate, secondo Kosselleck, nella tensione tra domanda e risposta epocali, ossia nel tempo di attesa e nell’orizzonte di aspettativa17. Soumaila rende intellegibile questo tempo di attesa, di transizione, trascorso nei lager, come tempo di un’esperienza attiva di mutamento e permettere di sovvertire l’opposizione estrinseca tra il tempo sospeso della violenza divina della rivolta e il tempo storico della vita quotidiana18. Si tratta di una storia non ancora determinata – nelle nostre mani – e, pertanto, ‘disponibile’ a tutti gli esseri umani per una nuova immagine storico-concreta.

L’età moderna può essere concepita come un tempo nuovo solo da quando le aspettative si sono progressivamente allontanate da tutte le esperienze fatte finora19.

Le cicatrici del porto sicuro. Il diario di un sopravvissuto sono il frutto di una raccolta di appunti, fotografie e documenti restituiti dalla rotta migratoria che dal Mali arriva a noi, da un cellulare che Soumaila ha custodito nelle scarpe, tra gli opposti di vita e morte. Di questa crisi, Soumaila moltiplica le voci di un uomo e tanti altri ancora, accrescendone la verità storica.

Cicatrici come segni di un’epoca, un mutamento epocale, che va letto nella struttura dialettica tra domanda e risposta alla storia comune o, almeno, come una porta laterale attraverso la quale si può fuggire dal corso disastroso del mondo: «un modo per descrivere senza filtri la realtà odierna del mondo, come spesso e volentieri non viene raccontata». Necessariamente, un “punto di dissolvenza” sulle “grandi narrazioni” e sul loro regime di verità, che, costantemente, deve porre il problema della legittimità del sapere e della sua trasmissione e cambiare la prospettiva da cui si guarda alle migrazioni – ed anche a noi stessi. Il risultato, come direbbe Agamben, è ‘qualcosa come una via d’uscita‘.

Finirono: le bocche s’aprirono da sole; le voci gialle e nere parlavano ancora del nostro umanesimo, ma era per rimproverarci la nostra inumanità.

Frantz Fanon
  1. F. Fanon, I dannati della Terra, Introduzione di J.P. Sartre: ‘Ma questa, come si dice, è un’altra storia. Quella dell’uomo. Il tempo s’avvicina, ne sono sicuro, in cui ci uniremo a quelli che la fanno’.
  2. S. Diawara, Le cicatrici del porto sicuro.
    (Le successivi citazioni, dove non presente la nota sono sempre tratte dal libro, ndR)
  3. Cfr. R. Koselleck, Critica e Crisi.
  4. Cfr. R. Koselleck, ‘In questo modo, «nacque il primo nomos della terra. Esso si fondava su un determinato rapporto tra l’ordinamento spaziale della terraferma e l’ordinamento spaziale del mare libero, e fu portatore, per quattrocento anni, di un diritto internazionale eurocentrico, lo ius publicum europaeum»
  5. F. Fanon, Ibidem: ‘Si fa allusione ai movimenti serpeggianti dell’indocinese, agli effluvi della città indigena, alle orde, al puzzo, al pullulare, al brulicare, ai gesticolamenti. Il colono, quando vuole descrivere bene e trovare la parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario’
  6. Vedi Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista: ‘Affrancatevi dalle vecchie categorie del negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna) che il pensiero occidentale ha cosi a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso all’unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade’.
  7. Cfr. H.G. Gadamer. Cfr S. Diawara, Ivi, p. 26: ‘in piena psicosi ebola mi ritrovai vittima di una ‘caccia ai neri’ tutti sospettati di essere portatori del virus’.
  8. Cfr. R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici.
  9. Nell’interpretazione di Koselleck, tali dispositivi sono il prodotto del trasferimento della trascendenza divina nella sovranità giuridica dello Stato.
  10. G. Avallone in S. Diawara, Ibidem, ‘Violenze del viaggio, violenze della permanenza in Libia Violenze della traversata in mare. Violenze, seppure solitamente non cruente, del sistema di accoglienza in Italia’.
  11. Cfr. J. Derrida e gli studi sul concetto di ‘Differance’.
  12. “Impero” come massima espressione biopolitica totalizzante esistente.
  13. G. Avallone, Ibidem.
  14. R. Koselleck, Istorica ed ermeneutica. ‘Ogni storia possibile è infine caratterizzata dalla «relazione sopra-sotto [Oben-UntenRelation]», di cui la forma «padrone e schiavo [Herr und Knecht]» è la più acuta. La relazione di dominio verticale, cioè l’esercizio di potere direzionato da un sopra in direzione di un sotto – in cui figura anche la relazione tra governati e governanti – è in tal senso una forma relazionale senza cui non sarebbero possibili le storie. Con la trasformazione in senso emancipativo delle società moderne e democratico-liberali non cambia la relazione fondante, poiché essa viene semplicemente rinnovata a un nuovo livello. «La legittimazione sarà pur nuova, diversi saranno i rapporti giuridici, magari anche migliori, ma in tal modo mai nulla è stato cambiato nella relazione sopra-sotto»’.
  15. S. Diawara, Ivi. Cfr. F. Fanon, Ivi: ‘Non è bene che un funzionario della polizia sia costretto a torturare dieci ore al giorno: a quel ritmo, i suoi nervi crolleranno, a meno che si proibisca ai carnefici, nel loro stesso interesse, di far ore supplementari’.
  16. M. Bakunin, La libertà degli uguali.
  17. Nella sua storia umanizzata, sono i concetti – e non più le categorie – a creare le esperienze. Con riferimento a Toynbee, si tratta di individuare, nell’analisi di un fenomeno storico, ‘quali siano la concreta sfida storica, l’appello alla storia e, parimenti, la concreta risposta storica, o replica, degli uomini‘ come categorie ed apertura a tempi storici differenti.
  18. Cfr, G. Agamben.
  19. R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, p. 309.

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.