Foto di Selene Lovecchio

Bella Farnia e le comunità “invisibili”

Un reportage dall'Agro Pontino alla Piana di Gioia Tauro

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Bella Farnia è un villaggio in provincia di Latina interamente auto-organizzato in cui vivono molti indiani Sikh. Il rifugio all’arrivo, un porto sicuro in una terra sconosciuta per alcuni, e luogo in cui fondare le proprie nuove radici per altri.

Il posto è circondato da fiori colorati, le case sono impilate e affastellate una a fianco all’altra, in modo un po’ irregolare.

Questo luogo è pacifico, i vicini si salutano sereni e sorridenti, è colorato, funziona in modo indipendente, e funziona bene. Il problema di questi luoghi è la mancanza di politiche volte all’inclusione sociale e alla creazione di un vero multiculturalismo. Quello che avviene è invece il proliferare di una sorta di melting pot stile britannico in cui si creano intere comunità straniere che vivono sul territorio ma non col territorio. Il rischio è sempre quello dell’auto-ghettizzazione, in cui le persone vivono in maniera primordiale e in maniera autonoma, seppur felici di questo, non riescono ad avere le giuste informazioni riguardo i loro diritti o le ulteriori possibilità. È un luogo in cui il treno delle opportunità non passa, come se non figurasse sulle mappe, come se fosse una parentesi con un intercalare silenzioso al suo interno, che non interessa ai più.

C’è una famiglia, in questo posto, che gestisce da ben 38 anni un negozio di alimentari nel quartiere, un punto di riferimento per tutti. La donna parla bene italiano, chiacchiera con noi e condivide la propria esperienza. Dice che è qui da 22 anni, qualcuna di noi chiede spontaneo «avete dunque la cittadinanza italiana oramai, no?», la donna risponde che no, e che non le serve.

Racconta però poi che quando torna in India, ormai sporadicamente, non vede l’ora di ritornare in Italia perché le manca, perché è questa la casa. Eppure, la cittadinanza sembra non essere accostata alla sensazione di casa connessa ad un luogo geografico. Un luogo in cui edifichi la tua casa è un luogo di cui bisognerebbe essere primi protagonisti, poter decidere attivamente, poter diventare a tutti gli effetti un cittadino che oltre ai diritti umani acquisisce diritti civili e politici.

Manca il collante che unisce la popolazione locale con la popolazione straniera che non si mescola, ma rimane insieme a resistere in un luogo non-luogo e che di contatti con l’esterno ne ha ben pochi.

«Come sono i rapporti con gli italiani?», «belli, non c’è alcun problema». Le opzioni potrebbero essere queste quanto quelle che i rapporti con gli italiani non ci siano affatto o siano molto limitati. Il rapporto potrebbe essere utilitario, un do ut des che usufruisce dei servizi ma che fatica a dialogare sul serio.

L’Agro Pontino è un luogo dal potenziale incredibile in quanto esempio di ottima integrazione, ma molto ancora c’è da fare. Come si è visto nel precedente articolo, le parole delle istituzioni sono ottimiste, propositive ma la realtà ancora non combacia. Il potenziale è enorme in quanto la comunità è accettata, i numeri sono alti e il ruolo che svolgono è cruciale. Il governo a Sabaudia si è insediato da poco, e la gente del posto guarda al futuro in modo propositivo, per quanto è possibile cambiare in termini di vera integrazione.

L’Italia su questo dovrebbe essere avvantaggiata in quanto Paese di recente immigrazione, a differenza di alcuni nostri vicini europei quali Francia e Germania. Proprio per questo motivo, non ha ancora un sistema di integrazione sviluppato e radicato quanto quello francese – assimilazionismo -, e tedesco – modello del lavoratore ospite. Entrambi sono modelli fallimentari: il primo punta ad avere un migrante che “assimila” la cultura locale al prezzo di perdere, dimenticare e lasciare indietro la propria. L’obiettivo è plasmare la persona straniera al francese tipo e da qui, ad esempio, si susseguono e si giustificano tutte le politiche proibizioniste in termini di simboli religiosi. Il secondo è stato creato quando nel dopoguerra in Germania molti stranieri emigravano in cerca di lavoro, dunque tutte le politiche erano volte ad un lavoratore che si sarebbe fermato in un tempo limitato con dei bisogni specifici; ciò che è poi successo è che le persone si sono fermate, per questo la Germania non era preparata.

L’Italia potrebbe guardare ai suoi vicini e comprenderne le ricchezze e le debolezze, potrebbe imparare dagli errori e modificare le sue politiche in base a questi.

Venendo a un punto di vista più pratico, questo piccolo villaggio autogestito si crea con le reti migratorie a seguito della necessità di sopperire alla mancanza di un sistema alloggiativo funzionante legato al lavoro stagionale. Spesso il prezzo per un posto letto, utilizzato da molti per un primo periodo di assestamento, è mediamente di 100 euro al mese. Solo dopo la regolarizzazione (per chi ci riesce), provano a spostarsi. Ma Bella Farnia è un posto sicuro per l’indiano Sikh che arriva nell’Agro Pontino per lavorare.

La normativa che regolarizza l’entrata è il decreto flussi, da alcuni definito “generatore di irregolarità1. Si tratta dell’ex art. 3, c.4 del Testo Unico sull’Immigrazione (d.lgs. 286/1998). Questa disciplina è composta da una serie intricata e complessa di fasi che difficilmente incontrano le reali necessità del lavoro agricolo. Vengono determinate annualmente delle quote di lavoratori ammessi a svolgere un’attività lavorativa ed è cumulativo di tutti i tipi di attività, anche quella stagionale. Per intenderci, il decreto prevede la determinazione di quote e successivamente l’incontro tra domanda e offerta della prestazione lavorativa “a distanza” tra datore di lavoro che si trova in Italia e un lavoratore nel proprio paese d’origine.

Tuttavia, il decreto flussi non è sufficiente a soddisfare la manodopera e dunque il risultato è un cospicuo utilizzo di altre modalità, anche irregolari, per poter accedere al territorio. Tra queste, il datore di lavoro sceglie di affidarsi ad intermediazione illecita e veloce, che tutti conoscono con il nome di “caporalato”. Spesso si tratta di un decreto flussi falso o di una regolarizzazione postuma.

Non sempre questo meccanismo funziona e dunque alla persone non resta che fare richiesta di asilo politico che potrebbe essere respinta, anche dopo aver fatto ricorso nei diversi gradi di giudizio previsti dalla legge, e lasciare la persona in maniera irregolare sul territorio.

I modi per provare ad avere un permesso di soggiorno sono diversi: si va dal ricongiungimento familiare al tentativo, appunto, di richiesta di asilo.

Si documentano i casi più disparati: visto turistico finlandese rilasciato presso l’ambasciata finlandese a Nuova Delhi, altri ancora vengono dalla Turchia. I giri e le diverse modalità irregolari per entrare non le conosciamo, e probabilmente mai le conosceremo nel dettaglio, siamo nati in altra pelle, ma non pesano sull’argomento nemmeno un po’. Lo sfruttamento è una peculiarità che creiamo noi, che si crea da un substrato culturale tacciato di razzismo e xenofobia che inizia a muovere i suoi primi passi molti anni addietro. In una mentalità mafiosa difficile da sradicare, in un sistema che funziona. Ma funziona per chi? Per le pance insaziabili di chi da questo sfruttamento guadagna. Il business delle agromafie in Italia vale 24.5 miliardi di euro l’anno2.

Chi prova a chiedere asilo politico spesso lo usa come un tentativo per guadagnare tempo, in quanto la motivazione è lavorare. Se la domanda d’asilo non viene accettata, la persona rimane sul territorio da irregolare. E ricordiamo l’equazione tra irregolarità e invisibilità, che a sua volta porta a una mancanza di qualsiasi diritto. Se invece si è riusciti a presentare la domanda, si attende molti mesi prima di avere l’audizione in Commissione territoriale per la valutazione e la persona lavora in questo sistema pseudo-sommerso.

Si perché a seguito della richiesta, si riceve un permesso provvisorio in cui, di norma, viene conferito un codice fiscale con il quale si può procedere all’iscrizione sanitaria presso l’ASL, e grazie al quale dopo 60 giorni si può stipulare un regolare contratto lavorativo. Ma anche in questo caso, davanti a un permesso temporaneo, spesso si innescano delle dinamiche di resistenza da parte dei datori di lavoro.

Riuscire a fare domanda di asilo rimane pur sempre un passo avanti. Non tutti ci riescono poiché si aggiunge la consuetudine di alcune Questure di agire liberamente secondo le proprie regole. Un esempio: alcune chiedono la residenza per formalizzare una domanda d’asilo. Inutile dire che la legge dice altro3.

Leggi gli altri articoli

  1. William Chiaromonte in Chiaromonte W., (2018), «Cercavamo braccia, sono arrivati uomini». Il lavoro dei migranti in agricoltura fra sfruttamento e istanze di tutela, Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, 158: 321.356, p.10
  2. Secondo il rapporto Agromafia dell’Eurispes (2018) e dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare.
  3. Secondo l’art.2, lett. a) del d.lgs. 142/2015 è considerato richiedente sia lo straniero che ha presentato domanda di protezione internazionale su cui non è ancora adottata una decisione definitiva, sia lo straniero che ha manifestato la volontà di chiedere protezione, in entrambi i casi la persona ha diritto a rimanere sul territorio fino alla decisione della Commissione territoriale. Ne consegue che la residenza non può essere requisito per formalizzare la domanda d’asilo.

Selene Lovecchio

Laureata in Linguaggi dei Media, attualmente attivista e studentessa magistrale di Scienze Internazionali, Human Rights and Migration Studies. Aspirante ricercatrice e giornalista.
Sono interessata alle migrazioni, all'agribusiness e ai temi politico-sociali. Viaggio tra i confini, mi sporco le mani e scrivo.