Il saccheggio del Sahara Occidentale

I progetti estrattivisti nei territori occupati

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L’immagine di Sanchez e Mohammed VI commensali in una lussuosa sala della residenza reale a Rabat, con la bandiera della Spagna appesa al contrario, è abbastanza emblematica dei rapporti di potere tra i due paesi.

Posto a gendarme della migrazione verso la Spagna per difendere le porte d’Europa, Mohammed VI si serve – come altri paesi ai confini europei – della migrazione come arma di ricatto. Così, dopo aver mantenuto chiusa la frontiera con la Spagna per oltre un anno sotto la minaccia di sospendere i controlli a Ceuta e Melilla, cosa che ha fatto nel maggio 2021, Mohammed VI è riuscito a ottenere che la Spagna riconoscesse la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Tuttavia il controllo della migrazione non è l’unico interesse spagnolo in questa regione. Il ritorno alla normalità dei rapporti permetterà infatti ai due paesi di ampliare i progetti di sfruttamento delle risorse del Sahara. Le imprese spagnole beneficeranno di concessioni per attività come lo sfruttamento della pesca e l’estrazione di minerali, mentre il porto e la zona industriale di Dakhla saranno offerti alla Confederazione spagnola delle organizzazioni imprenditoriali come punto di partenza per le esportazioni verso l’Africa.

Si tratta di accordi che si basano sul saccheggio delle risorse di un territorio occupato militarmente, la cui popolazione sfollata vive da oltre 40 anni nei campi profughi di Tindouf in Algeria in attesa del referendum per l’autodeterminazione. Un grande lasso di tempo in cui il Marocco ha incoraggiato l’insediamento della popolazione marocchina, motivo per cui ormai è probabile che neanche un referendum possa servire a raggiungere l’autodeterminazione.

Ad ogni modo, l’espansionismo marocchino non si riflette solo nelle aspirazioni territoriali verso le ex colonie spagnole. Infatti, mentre gli obiettivi della Spagna sono quelli di controllare la migrazione e di potenziare ed espandere la propria economia, i piani di Mohammed VI sono ben più ambiziosi.

Il controllo del mare e dell’aria

Una parte dei nuovi accordi prevede le negoziazioni sulla gestione dello spazio aereo del Sahara, che la Spagna cederà al Marocco, e sulla delimitazione delle acque territoriali, che vede i due paesi contendersi una fetta di atlantico al largo delle coste del Sahara.

La disputa sulla delimitazione delle acque territoriali è probabilmente il punto con maggiori attriti nelle trattative tra i due paesi. Entrambi vorrebbero ampliare la propria zona economica esclusiva dalle 200 alle 300 miglia nautiche per avere il controllo di un vulcano sottomarino chiamato Monte Tropic, enorme giacimento di minerali fondamentali per l’economia moderna, come cobalto, litio e soprattutto tellurio. Mohammed VI ha già provato ad appropriarsene con un atto unilaterale, ma la Spagna si è opposta. Le attività di estrazione di questi minerali produrrebbero potenziali guadagni che nessuna delle due parti è disposta a lasciarsi sfuggire.

Le acque del Sahara non sono solo ricche di minerali, ma anche di pesce. La Spagna importa dal Marocco più di centomila tonnellate di pesce all’anno, principalmente di sardine e polpo. Quasi la totalità del polpo viene dalle coste di Dakhla, mentre la maggior parte delle sardine da El Aaiún (entrambe nel Sahara). Tuttavia, come rivelato da una recente inchiesta1, la provenienza del pesce viene occultata. Più di una volta la Corte di Giustizia Europea ha annullato gli accordi di partenariato tra la stessa Ue e il Marocco perché comprendevano attività di pesca nelle acque del Sahara, su cui il Marocco non possiede la sovranità. Nonostante questo il fondale saharawi, continua a venire depredato, tanto che la FAO stima che le sue risorse sia sull’orlo del collasso.

I combustibili fossili

L’estrazione di minerali e la pesca non sono le uniche attività di sfruttamento nelle acque saharawi. Da anni infatti il Marocco investe ingenti somme nella ricerca di petrolio e gas naturale, stringendo partnership con imprese straniere specializzate nell’esplorazione a terra e in mare. Mohammed VI offre molte agevolazioni per incoraggiare ed attrarre investimenti stranieri, con l’obiettivo di diventare al più presto un paese produttore di petrolio. Il regno importa infatti il 90% del suo fabbisogno di energia dall’estero, in particolare importa la maggior parte del petrolio dalla Spagna. Circa tre mesi fa, la compagnia britannica Europa Oil&Gas ha scoperto un gigantesco giacimento al largo di Agadir che potrebbe portare il Marocco a entrare nella lista dei paesi produttori.

Vicino alle coste di Tarfaya invece le licenze di perforazione sono state cedute a ENI e Qatar Petroleum, mentre l’impresa israeliana Ratio Petroleum ha ottenuto diritti esclusivi per condurre l’esplorazione nelle acque del Sahara occupato, su una superficie totale di 109 km2 al largo delle coste di Dakhla. Vale la pena di sottolineare la crescente intesa tra Marocco e Israele dopo il riconoscimento reciproco delle rispettive sovranità sui territori occupati saharawi e palestinesi, avvenuta grazie alla mediazione di Trump. Negli ultimi anni infatti i legami tra i due paesi – fino ad allora mantenuti segreti – si sono intensificati, non solo nella ricerca di idrocarburi, ma anche nell’ambito della “difesa” e della “cyber-sicurezza”, vale a dire nel settore degli armamenti e dello spionaggio.

Se i piani andranno a buon fine dunque, il Marocco potrebbe presto trasformarsi in un paese produttore di gas e di petrolio e diventare un nuovo determinante attore nell’area mediterranea in quanto a rifornimento di energia ai paesi europei. Tuttavia l’attività che maggiormente arricchisce il regno marocchino da decenni non ha a che vedere con l’energia, bensì con un minerale: il fosfato.

Il fosfato

Il fosfato ha rappresentato, fin dalla scoperta dei primi giacimenti, la principale fonte di ricchezza del regno. Il Gruppo OCP, di proprietà statale, è la più grande azienda del Marocco e attualmente è leader incontrastata a livello mondiale nell’estrazione e lavorazione dei fosfati, tanto che copre il 57% del mercato globale del fosforo. Il fosfato è un minerale essenziale per l’agricoltura di tutto il mondo, in quanto viene impiegato per la produzione di fertilizzanti. Anche se il maggior paese produttore è la Cina, la FAO stima che sul territorio marocchino e saharawi sia presente oltre la metà della riserve mondiali di fosfato. Uno dei più grandi giacimenti si trova nel Sahara Occidentale. È la miniera di Bu Craa, la cui capacità di produzione è di oltre due milioni e mezzo di tonnellate all’anno. Il trasporto dei minerali avviene per mezzo di un immenso nastro trasportatore che collega la miniera di Bu Craa al mare per quasi 100 km. Da quando è stato scoperto nel ’73 questo giacimento rappresenta la principale fonte di reddito dal Sahara Occidentale. Oltre ad essa ci sono altri grandi giacimenti, come quello di Khouribga, la più grande miniera di fosfato al mondo, che produce ogni anno 35 milioni di tonnellate. La grande abbondanza di fosfato ha fatto si che nel corso degli anni venissero estratte enormi quantità di questo minerale, e che venissero vendute senza parsimonia e ad un prezzo economico. Questo rappresenta un problema perché, come i combustibili fossili, anche il fosfato è una risorsa non rinnovabile. Diverse statistiche stimano che ai tassi attuali di consumo, le riserve non dureranno ancora per più di trecento anni.

L’energia rinnovabile

Oltre ai progetti di natura estrattivista di cui si è parlato finora, un ulteriore settore in cui il Marocco si sta specializzando da anni è quello dell’energia rinnovabile. Enormi parchi eolici e fotovoltaici di ultima generazione sono stati già costruiti e verranno ampliati nei territori occupati, grazie agli investimenti di imprese straniere, soprattutto spagnole, alle quali il regno ha concesso benefici e agevolazioni. L’installazione di impianti per l’energia solare ed eolica contribuisce a restituire una migliore immagine dei progetti di sfruttamento del Sahara. L’energia ricavata da questi nuovi impianti potrà contribuire al contenimento dell’importazione di energia dall’estero in maniera determinante, basti pensare che il solo impianto eolico di Foum el-Oued è in grado di fornire tutta l’energia necessaria alla miniera di Bu Craa per il suo normale funzionamento. Un impianto eolico interamente utilizzato per rifornire una miniera per l’estrazione di minerali: immagine emblematica della transizione ecologica decantata dal governo marocchino.

Questi “progetti verdi” si collocano all’interno di un più grande piano che vede come obiettivo il raggiungimento dell’autosufficienza energetica attraverso lo sfruttamento di energie rinnovabili e non rinnovabili. Anche se viene millantata come tappa della transizione ecologica, questa fase si basa su progetti di distruzione del territorio. Infatti la maggior parte di essi riguarda attività di estrazione di minerali e idrocarburi, attività che rappresentano una grande minaccia per la vita sui fondali, considerato anche che le aree concesse per le estrazione sono arrivate a coprire fin oltre i 100 km2 di superficie, come nel caso della licenza ottenuta da Israele per la ricerca di gas e petrolio al largo delle coste di Dakhla.

La presenza di una grande moltitudine di imprese straniere che operano nei territori occupati contribuisce a normalizzare e legittimare l’occupazione.

L’occupazione del Sahara Occidentale non potrebbe sostenersi senza gli investimenti stranieri per il saccheggio delle sue risorse.

Così il Marocco acquista sempre maggior potere contrattuale nelle negoziazioni con l’Europa, raggiungendo poco a poco i suoi obiettivi espansionistici senza incontrare grandi resistenze lungo il cammino. Va anche detto che l’Ue ci tiene a “non irritare” il Marocco, date le tensioni degli ultimi tempi con la vicina Algeria, altro attore fondamentale nel rifornimento di gas all’Europa e che ha già minacciato di chiudere il gasdotto verso la Spagna, se questa dovesse vendere il gas algerino al Marocco. La situazione nel Maghreb è tesa e ovviamente l’Europa non teme solo per gli approvvigionamenti di gas e petrolio, ma anche per il possibile flusso migratorio che potrebbe riversarsi in Europa in caso di un conflitto tra Marocco e Algeria. Per queste ragioni i paesi europei continuano a “cercare di non irritare” i propri partner in Nord Africa, portando avanti i progetti di estrazione e distruzione del territorio per arricchirsi, e arrivando a barattare l’autodeterminazione di un popolo con il controllo di una frontiera.

  1. Documental Ocupación S.A. 🇪🇭: https://www.youtube.com/watch?v=9Lm_IVgi_yw

Mattia Iannacone

Mi sono laureato in Scienze politiche all'università di Padova e vivo da un anno a Tenerife. Ho avuto diverse esperienze di frontiera come attivista, specialmente sulla rotta atlantica.