Respingimenti – Attacco all’asilo

Come l'Italia verso la Libia, la Grecia deporta verso la Turchia. E da lì in Afghanistan

Quello che sta avvenendo a Sud di Lampedusa è l’estremo tentativo di superare definitivamente il fastidioso orpello che il diritto d’asilo ha rappresentato fino a questo momento per la parte più violenta delle politiche migratorie europee.
Con una prova di forza, precorrendo ancora una volta le modifiche legislative attraverso le prassi messe in atto, il governo italiano ha con straordinaria arroganza forzato il diritto internazionale e comunitario in materia di diritti fondamentali.

Le proposte di esternalizzazione dell’asilo avanzate per la prima volta nel 2003 dal governo britannico troveranno, a questo punto, probabile concretizzazione nell’apertura di nuovi centri di smistamento in Libia, la cui funzione dichiarata sarà quella di separare i “falsi” rifugiati dai “veri” richiedenti asilo.
Il paese di Gheddafi, semplicemente, dovrà finalmente aderire alla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati e, in tal modo, si cercherà di mettere a tacere anche le rimostranze dell’Acnur che in questi giorni si è opposto ai respingimenti denunciandoli soprattutto in nome di questa mancata ratifica.
Apporre una firma su un documento internazionale, del resto, non sembra essere un gesto di gran valore. La strutturale mancanza di sanzioni per gli Stati che violano i trattati e le convenzioni sui diritti umani, rende nei fatti carta straccia questi documenti.
Non è un caso se, mentre il governo italiano mette in atto la più sfrontata pratica di respingimenti di massa ai danni di persone che avrebbero dei diritti da poter rivendicare, il governo greco ha dato il via alla cacciata dei profughi afghani dalla città di Patrasso.
Nel primo caso, persone in fuga dalla guerra e dalla miseria vengono ricacciate in un paese dove hanno già subito violenze e detenzioni arbitrarie di ogni tipo e dal quale potrebbero venire rimpatratiare verso una sorte ancora peggiore. Nel secondo caso, accade esattamente la stessa cosa.
Che la Grecia, paese comunitario, firmatario di tutte le convenzioni poste a tutela dei diritti fondamentali della persone, riservi ai profughi un trattamento paragonabile a quello libico è stato ormai ampiamente comprovato.
Allo stesso modo è comprovato che in Turchia, paese che non ha mai abolito la riserva geografica sull’asilo, i profughi in fuga non possano fare altro che nascondersi e sperare di sopravvivere.
Quel che sta accadendo in questi giorni ad opera del governo greco e di quello turco, però, è definibile, senza mezzi termini, come una sentenza di morte collettiva.
Tra il 17 e il 18 maggio più di 54 migranti, tra cui molti minorenni, provenienti dall’Afghanistan, sono stati catturati a Patrasso e deportati in Turchia. Da Istanbul, si ha notizia che dei voli abbiano già rimpatriato molti di loro a Kabul.
Il governo greco aveva di recente promesso di risolvere “la questione dei profughi” nella bidonville della città, e sembra avere trovato una soluzione.
Tra i deportati, probabilmente, ci sono alcuni di coloro che, grazie alla delegazione della rete di associazioni Tuttiidirittiumanipertutti e al lavoro di alcuni coraggiosi avvocati, erano riusciti ad inoltrare un ricorso contro lo Stato italiano ritenuto ammissibile dalla Corte europea per i diritti umani.

Anche in questo caso l’Italia ha infatti le sue pesantissime responsabilità. è certo che la maggior parte degli afghani che stanno facendo ritorno alle bombe alleate e ai rastrellamenti dei talebani erano stati più volte respinti alle frontiere dell’Adriatico quando, nascosti sotto o dentro i tir in transito dalla Grecia, avevano cercato di raggiungere un luogo dove poter finalmente trovare rifugio.
Si delocalizza la detenzione degli innocenti, così come si delocalizza la tortura. Non la si pratica direttamente sul territorio di questo paese ma si respingono donne e uomini verso Stati in cui la subiranno. Per il diritto internazionale, inutile ribadirlo ancora, chi effettua questi respingimenti è responsabile della sorte che toccherà ai respinti.
Se uno di quei ragazzi morirà stanotte a Kabul, però, è certo che nessuno pagherà mai per questo. Come nessuno pagherà per gli stupri consumati in Libia o per le torture che i migranti subiscono nelle carceri turche.
Contro tutto questo, sembra non essere rimasto nessun interlocutore possibile che abbia davvero il potere di opporsi alla barbarie.

Chi è rimasto al campo di Patrasso sta tremando. Sono soprattutto i ragazzi come Mohammed, con la gamba paralizzata e un buco in testa al posto di un occhio dopo che una pallottola talebana lo ha attraversato. Lui, certamente, non riuscirà a fuggire in tempo dalla trappola che è diventata quella città greca, e nessuno correrà in suo soccorso e dirà: basta, ora è finita, puoi riposarti, puoi trovare un posto nel mondo.

Fino a poco tempo fa (sembrano essere passati secoli) si combatteva per i diritti sociali di tutti, perchè fossero universali e realmente tutelati. Oggi, semplicemente, quello che viene oltraggiato è il diritto alla vita, di cui l’asilo ha rappresentato, almeno dal secondo dopoguerra in poi, la più nobile e la più coraggiosa delle declinazioni possibili.
I profughi e gli apolidi sono stati la prima delle categorie perseguitate dai regimi totalitari. E se anche quella storia, in quelle forme, non potrà più tornare, basta guardarsi intorno, ascoltare i discorsi che ci circondano, l’indifferenza alla sofferenza altrui che riempie le strade delle nostre città fin dentro le nostre case, per avere paura dei fantasmi del passato.

Alessandra Sciurba, Progetto Melting Pot

Vedi anche:
Fermate le deportazioni in Afghanistan