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Detenzione migrante e Covid-19 in Italia: un commento al rapporto “Non ci guarda più nessuno”

La pandemia e i diritti negati delle persone migranti nei CPR

L’emergenza Covid-19 non è stata vissuta allo stesso modo da tutti. Il lockdown predisposto dal governo italiano tra il 9 marzo e il 18 maggio ha avuto implicazioni significative per i più invisibili tra gli emarginati nella nostra società: i migranti sottoposti a detenzione amministrativa nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Luoghi dove il confine tra legalità e illegalità è molto labile, dove i diritti umani non sono garantiti, dove persone vengono private della libertà individuale pur non avendo violato la legge penale.

Il rapporto “Non ci guarda più nessuno1 (No one is looking at us anymore), scritto da Francesca Esposito, Emilio Caja, Giacomo Mattiello 2 e pubblicato a novembre da Border Criminologies e Landscape of Border Control, analizza gli effetti della crisi sanitaria su queste realtà, durante il periodo del lockdown nazionale.

Dopo una contestualizzazione storica della pratica della detenzione amministrativa in Italia, il rapporto prende in esame singolarmente gli otto CPR presenti sul territorio italiano tra marzo e maggio, due dei quali – quello di Pian del Lago a Caltanissetta e quello di Palazzo San Gervasio, nei pressi dell’omonimo comune lucano – sono stati chiusi proprio nel mese di maggio, in seguito alle proteste dei reclusi che hanno reso inagibili parti delle strutture. Alla fine di settembre, di contro, un nuovo CPR è stato inaugurato a Milano. Benché i CPR abbiano mostrato la propria inumanità in modo ancora più evidente con l’emergenza sanitaria, la loro esistenza è sempre stata problematica sul piano dei diritti.

Dallo studio diacronico della detenzione amministrativa utilizzata nell’ambito del controllo delle migrazioni emergono degli elementi ricorrenti: l’ambiguità del quadro legislativo nazionale, l’incongruenza tra le convenzioni europee e internazionali sui diritti umani e il sistema di detenzione amministrativa, la progressiva privatizzazione nella gestione dei CPR. Ma la storia di questa pratica è stata caratterizzata anche da segnali di resistenza, sotto forma di proteste collettive e atti di dissenso individuale ad opera dei migranti sottoposti al provvedimento di detenzione. A denunciare, negli anni, le precarie condizioni nei CPR si sono attivati inoltre giornalisti, organizzazioni per i diritti umani e gruppi di solidarietà.

Con l’avvento dell’emergenza Covid-19, la situazione delle persone detenute nei CPR ha subito un peggioramento generale. Vari detenuti e attivisti intervistati hanno lamentato carenze igienico-sanitarie, l’inadeguatezza degli spazi e la mancanza di informazioni a disposizione dei migranti sull’epidemia e sugli accorgimenti per prevenirla. Per paura del contagio, diversi operatori che lavorano nei centri hanno evitato i contatti con i detenuti, che in molti casi non hanno ricevuto assistenza adeguata quando stavano male. Tuttavia, si è registrato anche un calo generale del numero di reclusi: l’eccezionalità della situazione, con i voli internazionali sospesi e il rischio di contagio all’interno delle strutture, ha determinato pressioni interne ai CPR e disposizioni di enti giuridici competenti, che hanno portato a rilasciare diverse persone. Le decisioni sono state prese caso per caso: non è stata disposta dal governo una chiusura temporanea di tutti i centri, come avvenuto invece in Spagna.

Corso Brunelleschi, Torino

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Aperto nel 1999, è stato uno dei primi centri nati con lo scopo preciso di detenere cittadini stranieri in attesa di identificazione e rimpatrio. Come evidenziato dalla Human Rights and Migration Law Clinic (HRMLC), il centro è “geograficamente a qualche fermata di bus dai parchi, le piazze e i caffè del centro, eppure sembra trovarsi in un altro mondo”. Di recente, il Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa ha criticato la configurazione austera del centro, invitando le autorità italiane ad ammorbidirne l’enfasi sulla sicurezza. Il centro infatti, oltre ad essere sorvegliato da militari, è circondato da un imponente muro di mattoni e vede i cittadini stranieri confinati dietro ad alte cancellate di metallo.

Negli anni le gravi violazioni dei diritti umani all’interno della struttura (rappresentate ad esempio da scarso accesso all’istruzione, servizi igienici scadenti e insufficienti cure mediche) hanno accresciuto la preoccupazione per le condizioni di vita degli ospiti.  Oltre alle generiche condizioni disumane e squallide del centro, l’area dell’Ospedaletto è stata identificata come una delle più problematiche: un unico edificio diviso in 12 celle e con un totale di 24 posti letto, che dovrebbe essere utilizzato in casi di isolamento medico precauzionale o per garantire la “sicurezza personale” di alcuni detenuti (ad esempio membri della comunità LGBTQIA+). Ciononostante, l’Ospedaletto sembra essere regolarmente utilizzato per la detenzione arbitraria di ospiti “piantagrane”.

Come confermato anche dal Garante Nazionale, dall’inizio della pandemia il CPR di Corso Brunelleschi è stato il centro con il maggior numero di cittadini stranieri detenuti e, secondo diverse fonti, anche durante il lockdown le forze dell’ordine hanno continuato a portarvi i migranti, mentre coloro che avevano raggiunto il tempo massimo di detenzione al suo interno (180 giorni) venivano rilasciati senza nessun tipo di sostegno o addirittura seguiti da un ordine di allontanamento dal territorio italiano. Il 24 marzo, durante un incontro della Commissione legalità della città di Torino cui hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti di ASGI, HRMLC e Amnesty International Piemonte, è stata appurata l’assenza di misure appropriate per l’isolamento dei detenuti e per una prevenzione efficace del contagio, aggiuntasi alla carenza di cure mediche e di servizi di mediazione linguistico culturale a disposizione nel centro. In ultimo, l’organizzazione degli spazi e la disposizione dei cittadini stranieri nei dormitori (7 in uno spazio di circa 50 metri quadri) ha reso praticamente impossibile il rispetto di un efficace distanziamento sociale. Dato l’alto numero di persone detenute nel CPR di Corso Brunelleschi e data la storia di proteste che da sempre caratterizza questo centro, è lecito pensare che la pandemia non abbia posto fine agli atti di resistenza. Tuttavia, l’ambiguità che circonda questo centro in particolare – ma che tocca tutto il sistema detentivo italiano- non permette di avere informazioni certe a riguardo.   

Gradisca d’Isonzo

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Situato vicino a Gorizia, il centro di Gradisca d’Isonzo è stato aperto nel 2006 per poi essere chiuso nel 2013 e successivamente riaperto nel 2019 con una capienza massima di 150 persone. Conosciuto sin dalla sua apertura come la “Guantanamo italiana”, la sicurezza nel centro si è irrigidita sempre di più nel tempo, tanto da avere nel 2019 “un sistema innovativo di telesorveglianza con 200 telecamere” e diversi membri delle forze dell’ordine impiegati nel centro. Il centro di Gradisca d’Isonzo è tristemente conosciuto sin dalla sua apertura per i casi di violenza e repressione da parte delle forze di polizia, a volte culminati – come per Vakhtang Enukidze il 18 gennaio 2020 – con la morte di uno dei detenuti.

Nel corso della pandemia, il numero di detenuti nel CPR di Gradisca d’Isonzo è rimasto pressoché invariato, causando la preoccupazione del Garante Nazionale soprattutto nei riguardi di coloro il cui periodo di detenzione sarebbe volto al termine prima della fine della pandemia. Purtroppo, non sono pochi i detenuti all’interno del centro che sono risultati positivi al Covid-19.

Il primo caso, un cittadino nigeriano dapprima messo in isolamento, poi trasferito nell’ospedale triestino di Cattinara e successivamente riportato nel centro e rimesso in isolamento, è stato inizialmente tenuto nascosto agli altri detenuti, tra i quali si sono poi accese proteste e scioperi della fame a causa della mancanza di mascherine e guanti, della scarsa qualità del cibo, dalla mancanza di igiene e dalla ovvia paura della diffusione del virus all’interno del centro, dove inoltre continuavano ad essere ammessi nuovi migranti nonostante l’evidente sovraffollamento. Per tutta la durata del lockdown, i detenuti del centro di Gradisca d’Isonzo hanno continuato a protestare e a domandare di essere rilasciati il prima possibile, senza però ottenere particolari risultati. 

Ponte Galeria, Roma

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Tra i primi centri di detenzione ad aprire dopo la promulgazione della legge Turco-Napolitano nel 1998, e unico in Italia a prevedere una sezione femminile, il CPR di Ponte Galeria ha una lunga e documentata storia di violazioni dei diritti, ma anche di frequenti atti di ribellione, tra cui un tentativo di evasione di gruppo nel 2011.

Durante il periodo di lockdown nazionale, il centro ha visto diminuire sensibilmente il numero di persone detenute: dai 95 uomini e 40 donne di marzo, si è passati rispettivamente a 20 e 4 prigionieri e prigioniere. Come nota il rapporto, il rilascio di gran parte dei migranti reclusi è stato disposto caso per caso dai giudici del Tribunale Ordinario di Roma, spesso in seguito all’attività di advocacy di alcuni enti e attivisti. Non c’è stata infatti un’iniziativa organica e centralizzata, volta a tutelare i diritti dei migranti data l’impossibilità di rimpatrio e la difficoltà di garantire adeguati standard sanitari.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, i detenuti lamentavano la mancanza di un piano strutturale per l’emergenza Covid: gli spazi comuni, dormitori compresi, non potevano assicurare la distanza interpersonale necessaria, e non era stato predisposto uno spazio di isolamento individuale per i nuovi arrivati che, seppur separati dal resto dei detenuti, hanno svolto insieme la quarantena preventiva. Oltretutto, come denunciato da una donna rilasciata dal centro, le persone giunte nella prima metà di marzo non avevano accesso autonomo ai luoghi dell’isolamento preventivo, ai quali si accedeva soltanto dopo aver attraversato la sezione femminile del CPR. Inoltre, i contatti con l’esterno (visite di familiari, attivisti e gruppi di sostegno) sono stati sospesi, mentre i rapporti sociali interni, sia con gli operatori che tra i migranti stessi, hanno subito un deterioramento generale a causa dell’ansia per il contagio. Le azioni di detenuti e detenute per attirare l’attenzione sull’insostenibilità delle proprie condizioni, anche tramite atti di autolesionismo, o per avanzare richieste specifiche sono state represse e censurate.

Macomer

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Attivo dal gennaio 2020, questo CPR dell’entroterra sardo era già stato al centro di polemiche prima della sua apertura, per la scelta del luogo e della gestione. In seguito, diverse testimonianze hanno denunciato il clima di tensione e privazioni all’interno del centro. Tra marzo e maggio, il numero di detenuti è passato da 46 a 37: considerato che la struttura ha una capacità massima di 50 persone, è chiaro che le condizioni iniziali destavano preoccupazioni sulla potenziale diffusione del virus. Significativamente, il Garante Nazionale ha dichiarato gli spazi non consoni a garantire il distanziamento sociale. Le decisioni di rilascio dei detenuti sono comunque state arbitrarie, non hanno seguito un criterio chiaro e uniforme.

Per i migranti nel centro, comunicare con l’esterno è difficile: possono usufruire soltanto dei telefoni pubblici all’interno del CPR, pagando con il proprio pocket money le schede telefoniche, che sono rivendute, insieme ad altri beni tra cui medicine di base come gli antidolorifici, a un prezzo maggiorato rispetto all’esterno. Secondo gli attivisti della campagna LasciateCIEntrare e del gruppo No CPR Macomer, la pandemia ha peggiorato l’isolamento di queste persone, dato che le visite sono state sospese.

Sapere cosa succedeva all’interno del centro, e dunque denunciare carenze e violazioni dei diritti, è diventato ancora più difficile durante il periodo del lockdown. A maggio è trapelata la notizia di un tentativo di suicidio da parte di un uomo del Benin, che aveva creato un forte legame con una famiglia locale. Ciò ha portato a un’interrogazione parlamentare sulle condizioni dei detenuti nel CPR. Poche settimane dopo questo episodio, è scoppiata una rivolta nel centro: alcuni migranti sono saliti sul tetto per manifestare contro le condizioni cui sono sottoposti, e uno di loro si è cucito la bocca in segno di protesta.

Palazzo San Gervasio

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Il CPR di Palazzo San Gervasio opera dal 2018, dopo anni di chiusura dovuta alla diffusione di un video che mostrava il trattamento degradante che le forze di sicurezza riservavano ai migranti, a pochi mesi dalla sua apertura nel 2011. A gennaio di quest’anno, nuove testimonianze di abusi e maltrattamenti, tra cui somministrazione arbitraria di sedativi e danneggiamenti sistematici alle fotocamere dei cellulari dei detenuti, hanno portato a un’indagine del PM di Potenza nei confronti di alcuni operatori. La situazione era dunque altamente critica già prima che iniziasse il lockdown; da marzo, le proteste sono continuate e sono state molto probabilmente la causa della chiusura del CPR, il 25 maggio.

Tra il 10 e l’11 marzo, un tentativo di evasione collettiva è stato represso dalla polizia. Pochi giorni dopo, i reclusi hanno cominciato uno sciopero della fame per protestare contro la precarietà della loro situazione, dovuta alla sospensione dei voli di rimpatrio e all’indisponibilità di mascherine e spazi sicuri e igienici. Inoltre, alcuni detenuti erano sottoposti a trattamenti medici senza essere a conoscenza della natura dei medicinali che venivano loro somministrati, mentre molti migranti che manifestavano qualche problema di salute non venivano visitati e presi in cura dai medici.

Persone con disabilità psichiche si trovavano nel centro, senza assistenza: non sono infatti previste tutele o percorsi appositi per i migranti in condizioni di vulnerabilità psichica, spesso senzatetto, che vengono trovati dalla polizia privi di documenti. Oltre a tutto ciò, come nella maggior parte dei CPR, il lockdown ha notevolmente ridotto i contatti con il mondo esterno. Dopo la chiusura, è emerso che spesso i migranti non ricevevano il pocket money loro destinato, ed erano così impossibilitati a comprare le schede telefoniche o altri beni rivenduti (anche qui a caro prezzo) all’interno della struttura.

Bari Palese

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Nato nel 2006, il centro è stato teatro di continue proteste e rivolte dei detenuti che ne hanno più volte causato la chiusura temporanea e ne hanno poi progressivamente ridotto la capienza (l’ultimo aggiornamento di ASGI del gennaio 2020 riporta solo 18 detenuti). Visto da fuori, il centro di Bari Palese assomiglia ad una prigione; l’edificio centrale è circondato da una spessa barriera di vetro infrangibile e da un muro di cemento armato alto sei metri che rende impossibile vedere l’interno del centro. A ciò si aggiunge il personale militare che pattuglia la zona 24 ore su 24. All’interno del centro le condizioni di vita sono pessime; le testimonianze raccontano di abusi e violenze fisiche e psicologiche, di detenzione di minori (sebbene proibita per legge) e di degrado.

Dall’inizio della pandemia, le uniche informazioni riguardanti il CPR di Bari Palese risalgono alla settimana dal 6 al 12 aprile e attestano che in quel momento nel centro erano detenuti 14 uomini e che i Giudici di Pace continuavano ad approvare l’estensione degli ordini di detenzione dei suddetti migranti. Nonostante i solleciti, non è stato possibile ottenere ulteriori informazioni. 

Brindisi-Restinco

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Aperto nel 1999, il centro di Brindisi-Restinco è situato nel mezzo della campagna pugliese, sulla provinciale tra Brindisi e San Vito dei Normanni. È circondato da muri alti cinque metri, costantemente pattugliato dalle forze armate e monitorato da telecamere a circuito chiuso. L’interno è spoglio, austero e opprimente e i migranti che vi sono detenuti lo descrivono come un luogo di isolamento e ostilità, causata anche dal comportamento degli ufficiali di polizia che lo pattugliano. Il centro di Brindisi-Restinco è ben noto per le condizioni degradanti e le gravi violazioni dei diritti umani al suo interno che, come in molti altri centri, hanno scatenato rivolte e proteste tra i detenuti.

Dall’inizio della pandemia, il numero di detenuti all’interno di questo centro sembra essere rimasto stabile e il Garante Nazionale ha anche rilevato che ai detenuti era stata data la possibilità di videochiamare amici, parenti e operatori legali e che prima di essere rilasciati, tutti i migranti venivano sottoposti a controlli medici. Queste misure, seppur positive, non sono state sufficienti a porre fine al senso di isolamento sociale e di disagio già esistente nel centro di Brindisi ma esacerbato dalla pandemia e che ha causato ulteriori proteste tra i detenuti.  

Caltanissetta Pian del Lago

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Situato nello stesso complesso di un CARA, negli anni il CPR di Caltanissetta è stato più volte al centro di polemiche per la cattiva gestione, le pessime condizioni igieniche e la carenza dei servizi rivolti ai reclusi, alcuni dei quali sono anche morti durante la detenzione. L’ultimo di questi casi si è verificato a gennaio di quest’anno, quando un cittadino tunisino è deceduto: per “cause naturali”, secondo i rapporti ufficiali; ma i suoi compagni sostengono che la morte sia dovuta alla mancata assistenza all’uomo, che stava male. Proteste sono andate avanti da quel periodo in avanti, e in quell’occasione alcuni migranti hanno testimoniato i trattamenti inumani e lesivi dei diritti cui venivano sottoposti. Oltretutto, il centro ha continuato a operare fino alla fine di aprile, nonostante avrebbe dovuto chiudere già all’inizio dell’anno per lavori di ristrutturazione.

In linea con la tendenza generale, lo scoppio della pandemia ha reso ancora più difficile monitorare ciò che accadeva all’interno del CPR. Secondo le informazioni raccolte per il rapporto, non sono state implementate misure igienico-sanitarie necessarie: la struttura è rimasta sporca, umida e fredda come sempre, e i migranti non hanno ricevuto mascherine né istruzioni su come prevenire il contagio.

A marzo gli attivisti di LasciateCIEntrare hanno rinnovato l’appello per la chiusura del CPR, che è stato dichiarato vuoto soltanto all’inizio di maggio. Continua invece a operare il CARA adiacente, anche questo in condizioni precarie dal punto di vista igienico e dei diritti umani in generale.

  1. https://www.law.ox.ac.uk/sites/files/oxlaw/no_one_is_looking_at_us_anymore_1.pdf
  2. La presentazione in italiano pubblicata su Melting Pot

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.