Foto tratta da Radix

Sfruttamento lavorativo nell’Agro Pontino: quanto ancora c’è da fare? Quanto si sta già facendo?

Un reportage di Selene Lovecchio

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Nel 2019 il sociologo Marco Omizzolo, originario proprio di Sabaudia, riceve l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito, per il suo coraggioso impegno nella ricerca partecipata e nella denuncia allo sfruttamento lavorativo nelle campagne dell’Agro Pontino. Il sociologo decise che la sua tesi di dottorato sarebbe stata una ricerca qualitativa e quantitativa da svolgere con le mani direttamente nella terra, fingendosi un indiano sikh e partecipando attivamente alla vita nei campi. La sua opera encomiabile ha portato alla luce lo schiavismo oscuro e latente che da lunghi anni già si riversava nelle campagne. Ci furono scioperi, proteste, per la prima volta migliaia di braccianti agricoli presero consapevolezza dei propri diritti. Braccianti che coraggiosamente decisero di riversarsi nelle piazze perdendo una giornata di lavoro 1.

Opportuno ricordare, a tal proposito, che i lavoratori che scioperano non hanno diritto alla retribuzione per il periodo di tempo in cui si astengono dall’attività lavorativa, secondo la normativa nazionale (Legge 12.6.1990 n. 146, modificata ed integrata dalla Legge 11.4.2000 n. 83). Inoltre, la giurisprudenza consente al datore di lavoro di sostituire gli scioperanti con altri dipendenti o con personale che già era stato assunto dall’azienda al momento della proclamazione dello sciopero.

Per la sua opera l’autore ricevette alcuni titoli di riconoscimento, a seguito dei quali iniziò un’aria di cambiamento che, seppur timida, effettivamente fece nascere qualche frutto e portò a qualche risultato.

Come già si è visto nell’intervista con l’ex lavoratore agricolo Gurpreet, la paga è stata aumentata di un euro in alcune zone e alcune aziende che prima non sottoscrivevano contratti, hanno iniziato a cambiare sfumatura dal nero al grigio.

Ed infatti, come sono questi contratti?

Si tratta di contratti grigi che vengono creati appositamente per neutralizzare la persona nei suoi diritti di uomo e nei suoi diritti di lavoratore. Retribuzioni che non corrispondono alle ore effettivamente lavorate. E ai sensi dell’art.137 del c.c., il contratto collettivo nazionale che legifera sull’equa retribuzione minima, ha forza di legge tra le parti e la sua validità aumenta nel caso in cui le intenzioni siano addirittura più propositive rispetto alla legge nazionale. L’Italia è ancora priva di una legge nazionale sul salario minimo, ne consegue che la paga minima in questo settore dovrebbe oscillare tra gli 8 e i 9 euro l’ora.

Questi contratti servono all’occorrenza di eventuali controlli alle aziende: per sfuggire da quella giornata con un pericolo scampato e ricevere con accondiscendenza un nulla osta per continuare il proprio operato. Ma non serve al lavoratore per poter chiedere quanto gli spetta.

A seguito dell’operato di Marco Omizzolo, il legislatore è intervenuto con l’inserimento dell’articolo 603-bis del Codice Penale, la prima legge in contrasto al caporalato. Affinché sussista questo reato devono essere verificati tre elementi: lo stato di bisogno dei lavoratori, il reclutamento illegittimo e le condizioni lavorative dello sfruttamento. Il limite di tale normativa è che ancora punta il dito sul caporale, riconoscendolo come unico responsabile delle gravi violazioni dei diritti umani che si consumano quotidianamente nelle nostre campagne. Il datore di lavoro, o ancora prima la responsabilità di altri anelli della catena agro-alimentare quali la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) ancora non vengono contemplati. L’Unione Europea sta attualmente lavorando alla costruzione di una Direttiva che imporrà agli Stati membri l’obbligo positivo della cosiddetta due diligence, nonché un apparato che sia in grado di tutelare i diritti umani, identificando, prevenendo e mitigando eventuali violazioni degli stessi.

Il tema è che l’accondiscendenza dei lavoratori indiani spesso viene utilizzata come scudo dalle istituzioni per non impegnarsi sufficientemente. Frasi come “al loro paese vengono pagati così”, “a loro sta bene così”, oltre che rendere una comunità di lavoratori un unicum indistinto, vela un silenzioso approfittare della mancanza di conoscenza dei propri diritti o della disponibilità delle persone che “sono abituate così”. 

A livello locale però, il problema è ben conosciuto e gli attori impegnati nel cercare di muovere qualche passo verso delle soluzioni ci sono. Caritas Latina è impegnata a Borgo Hermada con un presidio permanente: è stato creato un vero e proprio container dove gli operatori lavorano aiutando le persone a risolvere concretamente le insidie più vicine alla vita quotidiana. Parliamo di iscrizioni sanitarie, aiuto legale, creazione dello spid, insegnamento della lingua italiana, redazione del curriculum e tanto altro.

Per fortuna i progetti in atto intenzionati ad andare più a fondo esistono, uno di questi è Radix Alle Radici del Problema 2. Finanziato dai fondi FAMI questo progetto porta avanti attività volte a sostenere i passi dei migranti a rischio sfruttamento lavorativo, offrendo alternative sostenibili al lavoro irregolare. Tra gli obiettivi posti troviamo: facilitare l’accesso ai servizi alla persona e del lavoro e coordinare la progettazione, coinvolgendo direttamente le imprese, per favorire interventi integrati per il potenziamento delle competenze e l’inserimento in agricoltura per diversi target beneficiari.

Le imprese prima di tutte dovrebbero iniziare ad agire verso la creazione di un apparato in grado di contrastare, identificare, mitigare ed eventualmente rimediare alle violazioni dei diritti umani e allo sfruttamento lavorativo. In questa direzione si muove il progetto: sia conferendo autorevolezza al lavoratore, in grado di utilizzare la specializzazione professionale come antidoto allo sfruttamento; sia rendendo le imprese più consapevoli delle loro responsabilità.

A questo avviso possiamo citare un seminario avvenuto in data 12 giugno e organizzato nell’ambito di un altro progetto FAMI “Diagrammi Nord” intitolato “Opportunità per le imprese e promozione della Rete del lavoro agricolo di qualità”, con l’obiettivo di promuovere l’iscrizione alla Rete. Questa, istituita presso l’INPS, ha il compito di contrastare il lavoro irregolare nel settore agricolo e possono partecipare le aziende “ammesse”, in possesso di determinati requisiti 3. Si crea dunque una white list che deve essere tenuta in considerazione dagli organi di governo deputati ai controlli in materia di lavoro e fisco. 

Nell’ambito del sopra citato progetto Radix – Alle Radici del Problema, tra le azioni realizzate, è utile menzionare in primo luogo, gli empowerment labs, ideati con l’obiettivo di rafforzare le competenze del lavoratore e in secondo luogo lo svolgimento di work experience: due giornate dove alle persone viene proposta un’attività in aziende agricole. Il problema principale che è stato riscontrato è che il lavoratore indiano viene in Italia con un unico scopo, non può permettersi di saltare volutamente una giornata di lavoro per un’attività formativa non retribuita. Il format è stato riscritto proponendo ai lavoratori qualcosa di più accattivante, ad esempio: due giorni di corso per patentini per muletto o trattore. In questo caso, competenze spendibili e inseribili nel CV. 

Leggi gli altri articoli

  1. Per Motivi di giustizia. L’ultimo libro di Marco Omizzolo edito da People
  2. Promosso da Cooperativa Sociale Kairos in collaborazione con ASCS,  Caritas Latina, Centro Astalli, Progetto Diritti, Comune di Sabaudia, CNOAS, ENAPRA, Confagricoltura, Fattoria Solidale del Circeo, AGCI, CIR ONLUS
  3. Elenco e requisiti consultabili in La rete del lavoro agricolo di qualità, INPS

Selene Lovecchio

Laureata in Linguaggi dei Media, attualmente attivista e studentessa magistrale di Scienze Internazionali, Human Rights and Migration Studies. Aspirante ricercatrice e giornalista.
Sono interessata alle migrazioni, all'agribusiness e ai temi politico-sociali. Viaggio tra i confini, mi sporco le mani e scrivo.